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Recensione del libro: “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

31 Marzo 2022
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Recensione del libro: “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

La malattia di Daniele si chiama salvezza. Quella che desidera per i suoi genitori, per tutti i genitori, per i suoi fratelli, per tutti i fratelli. E per se stesso, la implora. Daniele non tollera la sofferenza, è qualcosa che per lui non ha senso, non vuole nemmeno sentirne parlare. Lo angoscia. Usa droghe Daniele, per non sentire tutto quel dolore. E si scatena la rabbia.

Daniele viene sottoposto a un Trattamento Sanitario Obbligatorio e il romanzo non è che la narrazione della settimana trascorsa in un reparto psichiatrico della provincia di Roma. Ha 20 anni, è l’estate del 1984 e negli Stati Uniti si giocano i mondiali di calcio.

Con lui, in stanza, altri 5 uomini con i quali nascerà un senso di fratellanza, di condivisione e di vicinanza non sufficienti però a salvarli dal loro dolore e che porterà nel corso della storia a momenti drammatici.

Daniele Mencarelli oltre ad essere l’autore del romanzo ne è anche il protagonista, il Mencare’, parole autobiografiche che emozionano, che fanno arrivare tutta la violenza della sofferenza. Con un uso del romanesco che rende il racconto più credibile e vero.

Non ne escono bene i curanti: medici che prescrivono farmaci ma che faticano a mettere a disposizione la loro umanità, infermieri poco empatici e spaventati e un sistema, quello ospedaliero, che si presenta stanco. Dove chi c’è, si tiene ben lontano dal contatto con l’altro.

C’è Giorgio, uno dei protagonisti, che mi è rimasto dentro. Perché come lui, nella quotidianità del nostro lavoro in comunità ne ho incontrati tanti. Rimasto fermo, quando a 10 anni non gli hanno fatto vedere la madre amata, morta improvvisamente dopo essere uscita di casa. Un dolore troppo grande, un vuoto senza senso, senza possibilità di essere rappresentato. Un lutto mai elaborato perché in quel non avere visto non è stato possibile nemmeno iniziarlo. Una sofferenza che è divenuta rabbia e violenza per non essere stata accolta.  Finisce in carcere Giorgio. E ancora, fino alla fine, in una drammatica coazione a ripetere, non si guarda. Non si viene visti. 

È faticoso leggere di una psichiatria che non comprende, che non accoglie. Che è stanca. Ma è necessario farlo, per non dimenticare di essere umani. Prima di tutto.


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Una risposta.

  1. Maddalena ha detto:

    Non appena terminato l’ultima pagina, l’ultimo giorno di Tso, all’apertura delle porte del reparto, ho ricercato, spinta da un bisogno vorace, la tua recensione su questo libro. E questo incendio motore si è timidamente smorzato solo dopo aver raggiunto le ultime righe del tuo scritto: “ è faticoso leggere di una psichiatria che non comprende, che non accoglie. Ma è necessario farlo, per non dimenticare di essere umani. Prima di tutto.” Perché, e lo dico con non poca vergogna e tensione che spero di poter in qualche modo riordinare con quanto scrivo, questo libro mi ha generato, predominante su tutte le altre, un’imponente e pervasiva sensazione di FASTIDIO. E ho parlato di vergogna perché mi rendo conto che l’albero genealogico da cui discende questo fastidio è più complesso di quanto possa sembrare e a generarlo non è ciò che sembrerebbe così lineare, banalmente, dei curanti descritti come non curanti, ma, sempre banalmente, nel suo opposto. Mi spiego meglio.

    Daniele, l’apertura del libro, deve essere sottoposto a delle cure invasive per un scompenso importante avvenuto una sera, nella quale ha distrutto letteralmente la casa dei suoi genitori utilizzando il suo corpo. Nel corpo, oltre al suo dolore primordiale, covava anche tre grammi di cocaina, pappati in due “ strisce “ ( stiamo parlando do una quantità davvero importante e di una modalità di assunzione intensamente preoccupante ) e una bottiglia di whisky ( che tipo io sarei morta dopo due sorsi). Il padre, rientrato a casa, alla manifestazione della “ follia “ del figlio, sviene. Lungo tutta la breve e lunghissima settimana di TSO Daniele ci regala elementi di estrema importanza per cercare di comprendere il più possibile le cause del suo dolore, i meccanismi e le dinamiche che si attivano come una cascata di sofferenza che sfocia, dopo un impatto, un incontro di cui è impossibile cogliere la sua precisione e la complessità del suo avvenire, offuscata dai fenomeni che scatena, in un bacino d’acqua che apparentemente calmo, però, è in preparazione di gettarsi di nuovo, di rimanifestarsi cascata.
    L’angoscia di Daniele non chiede solo salvezza, ma implora giustizia. Perché, nella semplicità del mio sentire, non è giusto che a 20 anni le inevitabili domande della vita che nascono non riescano ad essere accompagnate da altrettante risposte di cazzeggio, di incosciente leggerezza da rimpiangere qualche anno dopo ( “superati i 25”, come ci nostalgicamente e un pò invidiosamente definiamo noi neo/circa 30enni), quando di fronte ad alcune delle fantasie filo adolescenziali devi accannà ( alcune senza nemmeno doverci riflettere troppo, fortunatamente, altrimenti sai che depressione), ma ti prevarichino a tal punto da sentirti destinato al peggio. E assistere alla svenimento, alla fuga per forze di causa maggiore, di tua causa maggiore, alle funzioni vitali coscienti di tuo padre di fronte ha un sapore simile al peggio. Ciò che invece non ha lo stesso gusto è il TSO. A parer mio, da questa testimonianza, sorprendentemente, il TSO ne esce meglio di quanto immaginassi. Una settimana, 7 giorni, nei quali entra sedato ed esce sulla sue gambe con delle crudeli ma altrettanto preziose consapevolezze e conoscenze. Perché se ad una lettura superficiale si rischia di capire solo che il reparto è chiuso e non si può uscire a piacimento, il cibo è, come per ogni reparto direi, ben diverso da quello che mamma gli preparerebbe se fosse per qualche altro motivo in degenza a casa sua, l’odore della vita, dei compagni e soprattutto dei bagni, sia così invadente da renderlo un campione di apnea e, ciò su cui tenta di illuminare, il personale medico carente di accoglienza e umanità, credo che un occhio, un’anima attenta non possa farsi sfuggire anche altro. In questa settimana di ricerca di diagnosi e cura ( ricordandoci che SPDC sta per servizio psichiatrico di diagnosi e cura), Daniele riceve sia una diagnosi, seppur forse non indiscutibile, non condivisibile in tutto e per tutto da tutti, ma come nella mia breve esperienza credo sia appellabile a tutte, e diverse forme di cura. Della mia preferita ne parla domenica, il sesto giorno, e non mi sorprende che sia quasi al termine del suo trattamento. Daniele ringrazia la madre per aver mentito ai suoi amici circa la sua collocazione in questa settimana, dicendo che si trova fuori per qualche lavoretto ( “ lavoretto “ è meglio che prendersi cura di sé? chi sta stigmatizzando chi e che cosa? sono confusa), amareggiandosi per aver pensato che se i suoi amici sapessero, lui perderebbe tutto ( tutto cosa? ). Ma, a questa posizione, si contrappone l’emozione successiva:
    “ A parte la mia famiglia, che conosce, e subisce, nessun altro è al corrente della mia vera natura. I medici non fanno testo, ovviamente.
    In realtà, c’è anche qualcun altro.
    Me ne rendo conto solo ora.
    Sono i cinque pazzi con cui ho diviso la stanza e questa settimana della mia vita.
    Con loro non ho avuto possibilità di mentire, di recitare la parte del perfetto ( il tutto di prima?), mi hanno accolto per quello che sono, per la mia natura così simile alla loro.
    Con loro ho parlato di malattia, di Dio e di morte, del tempo e della bellezza, senza dovermi sentire giudicato, analizzato.
    Come mai avevo fatto prima.
    Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare.
    Dal corridoio mi fermo a guardarli.
    Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono.
    I miei fratelli.”
    I miei fratelli. Sono la quarta di cinque figli, e anche se da piccoli i litigi possano innocentemente generare pensieri passeggeri negativi, da adulti, o meglio nel mio caso, da un pò più grandi ti rendi conto di quanto i fratelli siano un dono dal valore inestimabile, perché aver dei fratelli, nel migliore dei casi e vorrei fosse per tutti, significa una cosa: TU NON SEI SOLO. Mamma e papà sereni, preoccupatevi il giusto per il mio futuro, perché ho già l’antidoto al male peggiore: la solitudine. Daniele è entrato solo ed esce fratello, esce raccontato, accolto, amico, non giudicato. Non dal personale sanitario, sicuramente. Ma forse grazie anche.
    Un altro episodio che vorrei evidenziare, caro Daniele, riguarda la sera dei mondiali, proprio di sabato. Quanto è brutto avecce 20 anni, stare rinchiuso in psichiatria, d’estate, de sabato e con cibo de merda? Inutile sottolinerarlo, non la più prospera delle situazioni a dirsi. E come è possibile che questa situazione si evolva a tal punto da farvi saltare nella stanza “ come ragazzini impazziti dalla gioia?”. Succede che un’infermiera, anzi ALESSIA, si allea con voi. Alessia, turno pomeriggio notte in psichiatria, 14/16 ore di fila, sabato e domenica, per avere poi un giorno libero di riposo, incinta al 5° mese, decide con voi di trovare il modo di ordinare delle pizze e per poi guardare la partita insieme. Incredibile la vostra gioia, incredibile la mia ammirazione per Alessia. Alessia, ovunque tu sia, sappi che io ti stimo infinitamente, e la follia della pizza è solo la punta dell’iceberg dei motivi per cui ti sono grata e stimatrice, come donna, come professionista, come essere umano. Non ti è stato dato abbastanza spazio in questa testimonianza, ma se penso al libro sei in qualche modo la protagonista per me. La pioniera di se stessa, di un ramo della medicina che grazie anche alla tua pizza negli ultimi 15 anni ha fatto scoperte e cambiamenti come nessun altro. Perché si, la psichiatria negli ultimi 10/15 anni ha fatto passi da giganti, ma anche la salute mentale, grazie anche a persone come te. Vorrei ricordare che siamo nel 2022 e solo ora, e ancora con molta fatica, si inizia a parlare quasi liberamente di salute mentale, degli sbatti che abbiamo per la testa tutti che si moltiplicano con l’imposizione sociale di sembrare perfetti, “ normali”. Ci siamo un pò rotti il cazzo, noi giovani, noi professionisti della salute mentale, noi persone di veder e dover mascherare una parte importante di noi e del mondo ( pure Kanye West ha fatto un album intero sul suo bipolarismo, con una bella scritta in copertina: i hate being BI-polar, it’s awesome, che nel suo ha aiutato a sdoganare, in grande stile, la possibilità di parlare delle proprie sofferenze psichiche). Comunque, questo è un altro discorso.
    Concludendo, mi dispiace per l’immagine che trapela del personale medico, anche se non del tutto immotivata. Credo che, come all’esplosione di rabbia che lo ha portato al TSO, anche nei comportamenti, nella pratica clinica dei medici ed infermieri si annidino molti più motivi che frantumano il giudizio del semplice “ disamoramento” della propria professione e del genere umano. Sento spesso, nel disprezzo e nelle mancanze accusate al personale medico sanitario, a noi terapisti della riabilitazione psichiatrica, psicologi e psicoterapeuti ( perché regà noi non scriviamo libri di tutti gli insulti e delle umiliazioni degli utenti, perché altrimenti vi fareste dure risate ma anche compartecipereste alle nostre fatiche e forse ci concedereste l’infallibilità) una sensazione forte: una richiesta di guarigione. Negli occhi che si gonfiano di rabbia e disperazione, nelle bocche che spalancano alle urla più strazianti, nei corpi che tremano elettrizzati dalla fulminea agitazione, io lo sento che ci cercate, cerchiamo, disperatamente la guarigione. E non avendola sotto mano, ci odiate. Non siamo capaci, non vi capiamo, non siamo umani. Daniele, ti chiedo perdono per ogni professionista che non è riuscito a guarirti, che non è riuscito a ricucire immediatamente quelle ferite che nessuna sa da quale male profondo ti siano state incise. Per ogni volta che ti sei sentito disprezzato, squalificato, inquadrato o male inquadrato. Ma noi siamo professionisti, conosciamo le diagnosi e i criteri, ma lavoriamo con le persone, e quelle non si studiano sui libri. Le diagnosi ci possono indirizzare, ma lo strumento che ha più efficacia necessita di un binomio indissolubile: noi e voi, io e te: LA RELAZIONE. E la relazione richiede tempo, fiducia, conoscenza e tanto lavoro. E’ la più grande scoperta nell’ambito della salute mentale, e anche la più difficile da mettere in campo, perché dipende da tutti e da tante cose.
    Qualcosa in questo ricovero, che cerchi di far sembrare così terribile, ha posto in te un seme fecondo che ha portato i suoi frutti, uno dei quali questo libro per cui ti ringrazio. Hai proprio ragione quando dici che il bisogno di parlare riguarda tutti, sani come matti, in qualunque modo si intendano queste due peculiarità.
    Nun mollà.

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