Attualità

Ragazzi tristi ammalati di fragilità

Francesca Fazzini
30 Maggio 2017
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Ragazzi tristi ammalati di fragilità

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 23 maggio 2017
Spesso si sente dire che gli “adolescenti di oggi, non sono più gli adolescenti di ieri”, ma non è forse vero che il mondo è cambiato a velocità impressionante? La società, la famiglia e le istituzioni, sono radicalmente diversi rispetto ad anni fa, nelle abitudini, nelle regole, nel modello educativo. E  allora come si può pretendere che  gli adolescenti non seguano l’onda del cambiamento?

Pretendevamo ancora ,forse, giovani timorosi del padre, oppressi da un Super Io severo, giovani parricidi e amanti della madre, nel riemergere del complesso edipico? Può succedere, ma probabilmente i giovani di oggi sono più schiacciati da un Ideale dell’Io di bellezza, fama, ricchezza e potere spesso irraggiungibile,  piuttosto che da un Super Io opprimente, come poteva essere anni fa. Gli obiettivi ideali sono però altrettanto crudeli, se non vengono raggiunti e gettano il giovane nella più dolorosa disperazione. Basti pensare come l’educazione dei figli, a partire dalla famiglia, sia cambiata. Una volta il padre o la madre imponevano la punizione, il limite, la regola, che veniva interiorizzata come la legge del padrone, spesso si ricorreva anche alle punizioni corporali e i bambini crescevano nel timore di un padre che dettava le regole della famiglia. Nelle famiglie moderne, invece, si dà spazio al dialogo, alla comprensione, sino ad arrivare all’esasperazione quando si vedono  genitori che finiscono per mettersi al pari del figlio nel tentativo di aiutarlo a crescere e magari si fumano una canna con il loro bambino. Non si può colpevolizzare questi genitori, anche loro sono il risultato delle generazioni passate e se hanno difficoltà ad educare i figli avranno i loro bei motivi. Forse il modello educativo di oggi è migliorato, rispetto alla rigidità delle generazioni passate; è bello condividere l’esperienza con i figli, far prevalere la comprensione e il dialogo sulla punizione e sul castigo, ma bisogna stare attenti a non esagerare per non correre  il rischio di creare una gran confusione intergenerazionale e alimentare  un senso di onnipotenza infantile, che prima o poi urterà contro i limiti imposti dalla realtà, creando non pochi danni. Il senso di onnipotenza, che è proprio del bambino, viene alimentato a partire dai primi anni di vita. Sin dalla nascita, i bambini vengono trattati come piccoli principi, osannati dai genitori,  nonni, zii e tutta la famiglia cade in  adorazione del piccolo,  che viene riempito di amore e di tutto quello  che desidera. Spesso è l’unico figlio, l’unico nipote, per cui tutte le aspettative si riversano su di lui. Non viene più tollerata la minima frustrazione e il bambino viene accontentato in tutti i suoi desideri e alla fine non avrà più niente da desiderare, perché avrà sin troppo e avrà imparato che basta chiedere per ottenere, senza troppa fatica. Cresciamo bambini fragili, in apparenza “spavaldi” come li definisce Charmet, che finiscono per crollare davanti alle prime difficoltà imposte dalla scuola, dal confronto con i pari, dalle piccole frustrazioni che la vita inevitabilmente presenta. Perché i figli non si possono proteggere all’infinito, bisogna lasciarli andare, ogni genitore lo sa, ma poi spesso stenta a tagliare il cordone ombelicale, nella speranza di averli ancora un po’ vicini, come un prolungamento narcisistico di se stessi. Probabilmente la maggior parte dei giovani sono “sani” e forte, crescono senza troppi problemi e nonostante le difficoltà di vivere in un mondo così difficile, trovano la loro strada, ma penso sia  giusto parlare dei giovani fragili, che hanno bisogno d’aiuto, di quei giovani che conosco per esperienza professionale,  che vivono nelle nostre comunità e che sono ancora alla ricerca disperata della propria identità. Spesso non sanno chi sono, cosa vogliono e sembrano spersi in un mondo ostile che non capiscono e non li capisce, un mondo che cercano di aggredire e di incolpare per la loro infelicità. Giovani che non hanno avuto in famiglia un modello “sano” da introiettare e allora provano a prendere l’identità di un malato psichiatrico, di un tossico, di un deviante, ma in realtà sono solo bambini fragili, deprivati,  che hanno sofferto e continuano a soffrire non trovando posto da nessuna parte. E si arrabbiano perché spesso il posto lo trovano in comunità, che inizialmente odiano e destano, ritenendo la comunità “colpevole” di averli allontanati da casa, ma poi finiscono per stare bene, tanto da faticare a staccarsi dall’unico posto sicuro che abbiano mai avuto.
Rispetto a qualche anno fa le cose sono in parte cambiate.  Il modo di soffrire dei giovani è diverso. Un tempo giovani depressi si iniettavano eroina alla ricerca di una mamma perduta, oggi prevale l’utilizzo di altre sostanze, ma credo che i giovani di ieri morissero di infelicità  proprio come quelli di oggi. orse la strada utilizzata è cambiato e subito fa notizia. Tutto viene subito pubblicato e in tempo reale possiamo sapere cos’è successo dall’altra parte del mondo. Come il macabro gioco del Blue whale, partito dalla Russia, arrivato anche in Italia, che istiga i giovani a sfidare la morte e alla fine a perdere, se qualcuno non interviene dall’esterno per interromperlo. Su così larga scala penso sia la prima volta che succeda, ma anni fa esistevano comunque siti internet dove insegnavano a tagliarsi, a farsi del male e persino a suicidarsi. Sembra che oggi sia tutto amplificato, ma i problemi di oggi c’erano anche ieri. Dieci anni fa quando ho iniziato a lavorare in comunità per adolescenti , avevamo pazienti che si tagliavano, che non mangiavano, che si stordivano con sostanze e ancora oggi continuiamo a vedere pazienti autolesioniste, ragazze con disturbi alimentari, pazienti che utilizzano sostanze nel tentativo di “auto curarsi” oppure giovani che  facevano una vita senza regole e sono cresciuti come potevano. La maggior parte di loro non hanno avuto una famiglia in grado di supportarli nella loro crescita e sono stati costretti a trovare  il loro modo di sopravvivere con il poco che avevano. Giovani malati di infelicità. Giovani deprivati, fragili con famiglie fragilissime. I motivi profondi che li spingono ad agire in maniera autodistruttiva probabilmente sono cambiati, ma la sofferenza è la stessa. Possono apparire giovani superficiali, con pochi limiti, intolleranti all’attesa e alle frustrazioni che vivono nel qui e ora, senza  progettualità futura e che, con il loro comportamento, sembrano perseguire il duplice obiettivo di autodistruggersi e al tempo stesso far sentire il mondo adulto un completo fallimento. Una nostra paziente ogni volta che si procura dei tagli all’avambraccio e poi viene a chiedere la medicazione sembra voler dire “visto mi sono tagliata, io fallisco ma anche tu vali poco. Tu non sei stata abbastanza brava da evitare che mi facessi male”. E il taglio diventa anche un’accusa nei nostri confronti, oltre che l’espressione del suo malessere.  E’ un lavoro difficile ma anche molto stimolante aiutare i giovani ad uscire da questo vortice pericoloso che porta tutti al fallimento, giovani e adulti. Spesso ci siamo riusciti , altre volte no e quando non ci riusciamo rimane sempre una sensazione di aver perso qualcosa o qualcuno, di non aver fatto abbastanza, anche se poi si sa che tutti non si possono aiutare.



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