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QUANDO TRA LA VITA E LA MORTE CRESCE LA FOLLIA DI CHI SI CREDE DIO

Federica Olivieri
12 Aprile 2016
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QUANDO TRA LA VITA E LA MORTE CRESCE LA FOLLIA DI CHI SI CREDE DIO

Commento alla notizia apparsa su La Stampa il 1° Aprile 2016

QUANDO TRA LA VITA E LA MORTE CRESCE LA FOLLIA DI CHI SI CREDE DIO

di Piero Gianotti

“Senza relazioni di cura la vita umana cesserebbe di fiorire. Senza relazioni di cura nutrite con attenzione, la vita umana non potrebbe realizzarsi nella sua pienezza. Una cura adeguata richiede un forte senso della giustizia”.

                                                      Ruth E. Gtornhout

 

L’aspetto imprescindibile nella professione infermieristica è il rispondere al bisogno di cura del paziente; la motivazione alla cura, se opportunamente conosciuta ed elaborata dentro di sé, rappresenta la possibilità più importante di dare significato a professioni in cui il “prendesi cura” e dedicarsi quotidianamente all’assistenza della sofferenza e della malattia sono requisiti irrinunciabili.

Scegliere una relazione professionale di cura implica scegliere un rapporto dinamico basato sull’interazione tra due o più persone, delle quali una delle due si trova in una situazione di difficoltà. Non è mai per caso che si valuta l’idea di optare per un lavoro di cura, c’è sempre una motivazione alla base: scegliere di occuparsi della sofferenza altrui ha senz’altro radici profonde che vanno ricercate nella storia personale, nelle vicende familiari, negli incontri importanti e significativi che si fanno. A volte le motivazioni non sono di stampo puramente umanitario, ma possono essere inizialmente razionali o anche casuali, che tuttavia sono destinate a modificarsi in qualcosa di più profondo che trasforma la logicità in un rapporto di tipo affettivo/relazionale.

Inoltre, essere utili agli altri ha anche il suo “tornaconto”, che si viene a creare una situazione di reciprocità. “La posizione di reciprocità vede compresente il proprio e l’altrui bisogno e spiega l’ambivalenza sempre presente in campo relazionale. Infatti, se il riferimento solo a sé è sintomo di posizione egocentrica, l’altruismo “puro” è anch’esso sospetto, perché tende a nascondere l’altra faccia della medaglia: l’individuo è portato ad attribuire ad “alter” bisogni suoi e a non vedere i propri” (Bramanti D.).

Può essere rischioso affrontare un lavoro di cura quando si è particolarmente provati dal punto di vista emotivo e umano, perché si è portati ad orientare l’azione più verso se stessi, e nel tentativo salvifico di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi si vuole, in realtà, superare i propri. Il pericolo diventa che la motivazione alla cura venga influenzata da un atteggiamento di “Oblatività coatta” (compulsive careging): prendersi cura intensamente e spesso eccessivamente, del benessere altrui, con le problematiche emotive e di burnout che ciò comporta. L’istanza motivazionale a prendersi cura degli altri nell’ipotesi di Bowlby (1980) è legata ad esperienze infantili di dolore, che vengono affrontate occupandosi del dolore di altri, piuttosto che elaborando la propria sofferenza. Si arriva a nutrire l’altro in modo compulsivo ed ossessivo di attenzioni, non per aiutarlo, ma per possederlo, per controllarlo, nello strenuo tentativo di colmare un vuoto interiore di tipo depressivo e innalzare la propria autostima, dal momento che ogni situazione di fatto si percepisce in una condizione di inferiorità, inferiorità che si ritiene di poter superare soltanto rinunciando al proprio sé per occuparsi dell’altro con il quale ci si identifica (“rinuncia altruistica”).

Il controllo sulla vita e sulla morte sembra essere filo conduttore di chi si trasforma da colui che cura ed assiste, a colui che distrugge, utilizzando gli strumenti di cura come armi letali. Il pensiero sottostante a chi toglie la vita ai pazienti che sta curando, non sembra essere lenire la sofferenza, bensì sentirsi potenti, “giocare a fare Dio”, guidati da un delirio di onnipotenza, spesso accompagnato da abuso di alcool o altre sostanze.

Il passaggio al divenire un “angelo della morte” non è certo così semplice e scontato. La definizione stessa è un ossimoro, come lo è “curare fino ad uccidere”, e porta ad interrogarsi sull’assurdità di gesti così violenti, commessi con così tanta attenzione e amorevolezza. Si parla di persone, infatti, che per anni assistono con dedizione e sacrifici la malattia per curare, fino a decidere di utilizzare i loro mezzi per sentirsi onnipotenti, scegliendo chi far vivere o morire. Come un “giano bifronte”, l’angelo della morte racchiude in sé due volti contrapposti.
Per questo risulta difficile capire, non è opportuno condannare o demonizzare.

Piuttosto occorre domandarci quale percorso affrontare per prevenire questi casi o se più semplicemente, qualunque percorso venga instaurato, se questi casi saranno sempre presenti nel nostro mondo. Certo abbiamo l’obbligo di approfondire, per poter raccontare anche “l’altra storia” che non raggiunge mai le cronache quotidiane, ovvero quello di coloro che assistono i loro pazienti in qualunque condizione, pur di dare delle risposte, silenziosamente e con dignità.

 

 

 



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