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Quando il disturbo tossicomanico impedisce la terapia residenziale. Ovvero, lavorare nel paradosso per abitare il limite: una breve riflessione

Giovanni Folco
8 Febbraio 2015
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Quando il disturbo tossicomanico impedisce la terapia residenziale.  Ovvero, lavorare nel paradosso per abitare il limite: una breve riflessione

Il Rododendro di Sampeyre, luogo di villeggiatura per lo sci e per vacanze estive sotto il Monviso, è una R.A.F., Residenza Assistenziale Flessibile. Si occupa di pazienti disabili psico-fisici, uomini e donne.
La struttura è posta nel centro del paese di montagna al confine con la Francia.
Questa disposizione geografica non delimita solamente il nostro perimetro d’intervento, tra Cuneo Saluzzo, Savigliano, Fossano, ma definisce anche una collocazione mentale: quella di un lavoro decentrato e lontano, al limite.

La nostra è una struttura cosiddetta “chiusa” ma paradossalmente “aperta”, vale a dire non rigida ma flessibile, perché nonostante sia effettivamente cintata, accoglie tipologie diverse di utenti, con differenti livelli di emancipazione: dal paziente che si alimenta con pasti tritati, a quello che svolge la borsa lavoro.
Benché sia destinata ad accogliere pazienti oligofrenici o comunque regrediti, buona parte di essi sono psicotici, schizofrenici con ritardo mentale ma produttivi, floridi, anche se alcuni molto deliranti. Vi sono pazienti verso i quali viene offerto un intervento di esclusiva assistenza, ma ve ne sono altri, più evoluti, ai quali viene proposto un programma terapeutico rivolto maggiormente agli aspetti ricreativi e riabilitativi.
Inoltre, da alcuni anni, anche il Rododendro, come tutte le strutture del gruppo, ha risentito del cambiamento generale dell’utenza, che evidenzia un incremento di diagnosi con disturbo di personalità. Alcuni di loro sono soprattutto alcolisti ed ex tossicodipendenti, anche autori di reato, che giungono da noi con un quadro clinico caratterizzato da accentuata regressione e restrizione della libertà personale.
È il caso di Franco che, con diagnosi di disturbo di personalità, lunga carcerazione alle spalle, ex tossicodipendente, permane nella nostra struttura da più di un anno, in regime di libertà vigilata. Anche se spesso è motivo di scissione nel gruppo, al contempo manifesta molta comprensione verso i pazienti più regrediti, il che può esser letto anche come una forma di auto-accudimento.
Paolo è un paziente con problemi di alcolismo e carcerazione alle spalle, con diagnosi di disturbo di personalità non precisato, forse antisociale. Anch’egli però ha manifestato un atteggiamento di grande comprensione verso gli utenti più regrediti.
Un simile, inatteso cambiamento in Enrico, sposato con figli, meccanico di professione, che per qualche mese ha soggiornato nella nostra struttura a motivo di allontanamento dal nucleo familiare e per frequenti stati di abuso alcolico.
Laura, proveniente da un precedente fallito inserimento presso alloggio protetto, inviata da SSM con diagnosi di disturbo borderline di personalità, presentava all’ingresso forti disturbi psicosomatici legati alle difficoltà di ambientamento. Dopo un anno queste manifestazioni si sono ridotte notevolmente, permettendo così una sua maggiore adesione al progetto terapeutico.
In ultimo il caso di Marco, con molti anni passati in carcere, ex alcolista il quale, dopo un periodo iniziale di refrattarietà alle cure e alle regole, si è coinvolto in una relazione di amicizia verso un altro ospite di cui egli stesso ha beneficiato.
Questi esempi paiono dimostrare come paradossalmente anche pazienti al limite, con un’anamnesi psichiatrica grave: psicosi, disturbo di personalità e con un passato di tossicodipendenza o di alcolismo, abbiano potuto beneficiare della permanenza nella nostra RAF.
Nonostante inizialmente alcuni di loro abbiano manifestato anche forti perplessità a essere curati in un posto così decentrato, poi hanno abbandonato atteggiamenti ostativi per intraprendere un percorso di cura quasi insperato.
Una possibile risposta può derivare dal ritenere che talvolta gli esiti terapeutici dei nostri programmi di cura non sempre riflettano le nostre attese.
In questa direzione può essere rintracciato l’effetto paradossale della relazione di accudimento, che nella sua accezione più ampia crea una forma di dipendenza riformulando così l’approccio terapeutico attraverso una relazione che vede il soggetto in questione protagonista attivo dell’intervento.
In questi casi l’accudimento ricevuto e talvolta prestato si potrebbe pensare agisca quale paradossale sana alternativa alla dipendenza alcolica o alla tossicodipendenza.
Pertanto se l’accudimento esprime un determinato tipo di relazione e di forma d’intervento, come ad esempio la terapia assistenziale-residenziale, può offrire nello stesso tempo anche la possibilità di tentare il trattamento di patologie che paradossalmente si pongono al limite di un intervento terapeutico nella RAF.
È interessante ancora rilevare come durante il percorso vi sia stata una grande integrazione tra gli ospiti più regrediti e quelle persone che come detto hanno avuto percorsi di vita completamente differenti.
Questi sperimentali e inattesi percorsi terapeutici hanno fortemente stimolato la riflessione nel gruppo degli operatori, determinando una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’intervento prestato, anche in quelli che inizialmente si dimostravano più scettici.
In conclusione, abitare il limite, in questo contesto, significa tentare di interpretare quel paradosso, che talvolta permette di curare anche il disturbo tossicomanico senza che questi impedisca di fatto la terapia residenziale.



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