Attualità

QUANDO DICK VEDEVA COSE CHE NOI UMANI…

Federica Olivieri
28 Novembre 2015
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Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 26/11/2015

QUANDO DICK VEDEVA COSE CHE NOI UMANI…

di Pasquale Pisseri

 

Questo articolo ci dà l’occasione di proseguire il discorso avviato su Jung e il suo Libro Rosso. Fatte le debite proporzioni fra il peso dei due Autori, ci riporta al problema delle valenze creative e sociali di esperienze la cui tipologia ci induce a ritenerle folli, e anzi finisce con l’incoraggiare al riesame critico del concetto di disturbo mentale. Il DSM IV-TR dedica una paginetta alla sua definizione , riconoscendone la problematicità che pare escludere una precisa delimitazione.

 

Ciò è confermato dalla stessa molteplicità dei criteri proposti: sofferenza, discontrollo, svantaggio, disabilità, rigidità, irrazionalità, deviazione da una o più medie, rispondenza a un modello sindromico o a una eziologia.

 

 

Ognuno di questi può essere un indicatore utile ma parziale, e non copre pienamente il concetto; questo, anche se non si tenesse nel dovuto conto l’importante variabile connessa ai differenti ambiti culturali. Il DSM finisce col ricorrere a un criterio estremamente empirico: il disturbo è una sindrome comportamentale o psicologica comportante sofferenza o disabilità o perdita di libertà, o l’aumentato rischio che esse si verifichino. Ma questo è sempre vero? 

 

L’articolo parla di Philip K. Dick, già scrittore affermato e forse tossicodipendente, il quale nel Febbraio – Marzo ’74 ha sperimentato uno stato mentale con allucinazioni visive e uditive, premonizioni, stati d’animo estatico – fusionali – oceanici, intenso turbamento emotivo. Ha cercato di verbalizzare il tutto in un testo molto corposo ma a quanto pare caotico, pubblicato dopo che qualcuno lo aveva riordinato, e che esce ora in Italia. E’ da tener presente che in quegli anni e in quell’ambiente erano vivaci le spinte irrazionalistiche che giungevano a ricercare in stati di questo tipo un problematico accesso a livelli superiori di conoscenza, magari con l’aiuto di droghe psichedeliche come preconizzato, fra gli altri, da un T. Leary.

Su ben altro fronte questa condizione, di solito reversibile come in questo caso, è stata ampiamente descritta nella letteratura psichiatrica classica da Autori come Magnan, Kleist, Leonhard, H. Ey, e variamente delimitata e denominata: bouffée delirante, psicosi cicloide, psicosi schizoaffettiva, e infine disturbo schizofreniforme, disturbo psicotico breve…
Ma credo che la lettura medica, pur doverosa, non sia l’unica lecita e ammissibile.

Intanto c’è da dire che i criteri definitori di disturbo mentale fondamentalmente funzionalistici proposti – in mancanza di meglio – dal DSM non sembrano applicarsi a Dick, autore di fantascienza di notevole successo, che fra l’altro ha fornito il materiale per “Blade Runner”, film di fantascienza fra i migliori. Possibile dunque una efficace fruizione personale e sociale di esperienze che non possiamo che definire folli. Possiamo ipotizzare che il successo di produzioni di questo tipo nasca dalla possibilità offerta di assistere da spettatori, e relativamente senza rischi, situazioni di follia, godendone il fascino ma senza esserne coinvolti più di tanto.

Tuttavia, gli esempi non si limitano al campo della letteratura o dello spettacolo (o dell’arte: si pensi a Bosch).

Si parva licet componere magnis, si pensi agli esempi ampiamente e ripetutamente citati di Maometto e di Giovanna d’Arco, la cui esperienze allucinatorie (ma genuine??) sono state l’origine di durevoli successi politico – militari; a questi vanno aggiunti quelli dei grandi mistici, da Meister Eckart a S. Giovanni della Croce a S. Teresa d’Avila e a quanti con le loro opere hanno dimostrato la comunicabilità e perfino fruibilità collettiva delle loro esperienze-limite, che divenendo patrimonio condiviso paiono uscire da quella impostazione narcisistica che si ritiene prevalente nelle psicosi.

 

Infine, non è da dimenticare il Dante Alighieri del Paradiso, pur se egli pare tener ben presente l’appartenenza alla categoria dell’immaginario di questa sua fantasia fusionale: “A quella luce cotal si diventa – che volgersi da lei per altro aspetto – è impossibil che mi si consenta… La mia mente fu percossa – da un fulgore che in sua voglia venne. – All’alta fantasia qui mancò possa – ma già volgeva il mio desio e il velle – sì come rota che igualmente è mossa – l’Amor che move il sole e l’altre stelle”. Dettaglio interessante: il fulgore qui descritto pare tornare pari nell’inizio della crisi di Dick. Un raggio di luce parte da un ciondolo a forma di pesce (simbolo cristiano) e lo investe, piombandolo in un momento fusionale che gli fa riapparire all’istante “tutta” la sua esperienza vissuta.

Si apre così – ed è meglio chiuderlo rapidamente – l’intrigante capitolo dell’esperienza mistica, che solo avventatamente potremmo liquidare come (sempre) patologica. Basti ricordare che il misticismo – interesse all’esperienza mistica quale approccio al divino non per via razionale ma estatica e fusionale – fa parte da sempre della storia della cultura.

 

Tralasciando quello nato in altri contesti, dal buddismo zen al sufismo islamico, nel mondo occidentale nasce già con i neoplatonici, e suscita ancora l’interesse di un Kierkegaard e di un Bergson. Anche Freud se ne occupa, chiedendosi se il sentimento oceanico che ritrova in molte persone sia l’origine delle elaborazioni religiose. Da razionalista di buon senso, rinuncia esplicitamente a circoscrivere con definizioni queste regioni mal delimitate; e con rispetto riconosce che certe pratiche mistiche possono riuscire a rovesciare i normali rapporti fra diverse aree psichiche, così che, per esempio, la percezione sia in grado di cogliere eventi profondamente radicati nell’Io o nell’Es. Anche se, prosegue, è lecito dubitare che per questa via si possa giungere alla sapienza suprema e alla salvezza, può ammettere che gli sforzi terapeutici della psicoanalisi seguano una via in parte analoga. Osa infine una succinta definizione della mistica che, mi pare, lo porta a ritenerla mal commensurabile con i suoi schemi teorici: è “l’oscura auto-percezione del mondo che è al di fuori dell’Io, dell’Es”.

Si riconosce così al confine del proprio sapere, e non possiamo che imitarlo.


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