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Psicosi e violenza nel dopo OPG, nessun rischio con cure mirate

Redazione
22 Aprile 2016
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Psicosi e violenza nel dopo OPG, nessun rischio con cure mirate

Commento alla notizia apparsa su La REPUBBLICA il 17 Aprile 2016

I dati di questa ricerca suonano conferma alla validità di una residenzialità terapeutica. Quando il comportamento criminale è, come riconosciuto da una sentenza, correlato a un malessere psichico, non sorprende che l’efficacia curativa trovi riscontro anche in una riduzione significativa delle violazioni di legge.
Ma in che modo la cura residenziale agisce anche su questo aspetto? Questo porta a interrogarci sulle radici del comportamento criminoso, e in particolare violento. Fatta la tara della ipotesi, purtroppo non infondata, che la violenza in qualche misura faccia parte ineliminabile dell’essere umano, resta vero che non è uguale per tutti né in tutti i momenti. Dobbiamo interrogarci sui suoi meccanismi.

Nietzsche nella “Gaia scienza” dice che facendo del male facciamo sentire agli altri la nostra potenza, e a questo fine il male è strumento assai più efficace del piacere che potremmo procurare. Il paziente mentale vive di solito una condizione di impotenza, da cui può cercare di uscire con una violenza fisica (o, in alternativa meno maligna, frustrando il potere terapeutico dell’operatore). Questo può finire con l’affermare il proprio potere con la forza fisica: una delle fonti delle degenerazioni manicomiali.

Non diversa la posizione di Fromm, che ci ricorda le antiche radici della teoria dell’aggressività come risposta alla frustrazione eccessiva; e non c’è dubbio che lo sia nella vita di tanti pazienti psichici. Nelle persone con disturbo di personalità e autrici di reato è stata riportata una maggior frequenza statistica di famiglie disorganizzate, genitori assenti, nascita illegittima, privazione affettiva e socioeconomica, insufficienti modelli di identificazione.
Alcuni fra essi realizzano una sorta di compromesso fra i sentimenti di ostilità collerica e il bisogno di inserirsi comunque in un gruppo: è il caso di quelli che Alexander Staub hanno a suo tempo definito criminali “normali” (con super io criminale) che agiscono in modo criminale verso la società, ma in modo rigidamente “morale” nei confronti del loro gruppo deviante : la tipica banda, ai cui codici si deve aderire, anche pena gravi e immediate sanzioni. Ciò pare armonizzarsi con il pensiero di M. Klein, che ritiene non sia la mancanza o debolezza del Super Io a determinare comportamenti criminali ma al contrario un Super Io crudele, persecutorio, arcaico.

La condizione è spesso complicata da profondi sentimenti di colpa, non necessariamente consecutivi all’atto ma che possono anzi averlo motivato. È quanto esprime Dostoevskij in “Delitto e castigo”: Raskolnikov indebitato, povero, frustrato, porta i segni di un disagio presente fin dall’infanzia: sogna di avere sette anni, e che il padre non offra alcun contenimento alla sua angoscia di fronte a una scena di violenza atroce. Cerca di porre un argine “razionale” all’angoscia: nel progettare l’assassinio di un’usuraia cerca di giustificarlo con la totale inutilità e anzi nocività di “quella vecchiaccia”; vorrebbe esaminare ogni dettaglio del proprio progetto, ma si sente confuso, e finisce col chiedersi se è il delitto che genera la malattia o se è vero il contrario. Dopo un lungo tormento, confessa spontaneamente il delitto, dopo aver addirittura rinunciato al bottino. Nel processo, “ non solo non aveva tentato di giustificarsi; anzi, aveva quasi mostrato il desiderio di aggravare la propria colpa”. Il suo vero scopo era dunque la ricerca del castigo.

L’acting criminale di persone psichicamente sofferenti può dunque esser definito come esternalizzazione della patologia.
Beninteso, ciò non ci porta a riproporre l’antica equazione malattia mentale = pericolosità; fra l’altro, essa era stata accolta nella legge 1904 per ragioni non teoriche ma politico – amministrativo – gestionali. Il concetto era che la malattia fisica o mentale è questione privata, da gestire privatisticamente: lo Stato se ne occupa solo se diviene motivo di allarme sociale.

Come che sia, è certo che una residenzialità ben gestita offre una risposta ai vissuti di frustrazione e di impotenza: in primo luogo, con l’accoglienza, con la risposta ai bisogni fisici e psicologici. L’approccio comunitario interrompe il circuito violenza-controviolenza. Freud, in uno dei momenti nei quali si è articolata la sua riflessione sulla aggressività, ha scritto: “tutto ciò che fa sorgere legami emotivi fra gli uomini agisce contro la guerra. Questi legami possono essere di due specie. In primo luogo relazioni come con un oggetto amoroso, anche se prive di meta sessuale… l’altra specie di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative fra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana”. È quanto può e deve realizzarsi in una Comunità.

Alla terapeuticità globale dell’ambiente così intesa possono integrarsi interventi specifici: è evidente che nelle condizioni psicotiche un trattamento farmacologico che riduce la produttività psicotica avrà effetto anche sulle violazioni di legge che ad essa sono conseguite. Più complesso l’intervento nei disturbi di personalità, in cui la farmacoterapia ha tutt’al più effetti parziali e sintomatici. Sono descritti positivi cambiamenti in giovani autori di reato con trattamenti cognitivi volti a incrementare la capacità di riconoscere le emozioni: paura, tristezza, rabbia (Hubble e coll, comunicazione personale). Tale capacità, stando a Seidel e coll, è ridotta negli autori di reato, che hanno anche scarsa tendenza a evitare stimoli minacciosi. La loro accresciuta attenzione a stimoli correlati alla violenza in delinquenti adulti è associata a cattive esperienze nello sviluppo.

La confermata utilità del trattamento residenziale lascia, è evidente, aperti i problemi del “prima” e del “dopo”. Sarebbe possibile intervenire prima che il reato sia commesso, anziché dopo? E dopo la dimissione, cosa rimane di tutto quanto si è realizzato? E quanto a lungo? Quanto dell’esperienza comunitaria è diventato un patrimonio stabilmente interiorizzato e acquisito? È possibile realmente modificare la struttura di personalità antisociale? Certo molto dipende dagli interventi successivi: è dimostrato che la qualità del supporto sociale diminuisce la frequenza e gravità dei comportamenti criminali.



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