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Piacere e dolore

Redazione
3 Giugno 2014
1 commento
Piacere e dolore

Piacere e dolore

di Cristina Rambelli

 

Recentemente il giornalista Mario Campanella, Presidente dell’Associazione Peter Pan, e la Prof.ssa Donatella Marazziti, docente di psichiatria all’Università degli studi di Pisa, hanno pubblicato il risultato di una ricerca condotta sulle popolazioni giovanili di 4 città italiane: secondo questo studio, fino al 5% della popolazione adolescenziale avrebbe una tendenza all’auto-mutilazione.

Approfondendo ulteriormente, la ricerca avrebbe scoperto che ben centocinquantamila ragazzi italiani si procurerebbero ferite che variano da piccoli taglietti (che rappresentano il 79% dei casi), a vere e proprie mutilazioni corporee. Inoltre, gli Autori denunciano come, tra le nuove e pericolose “mode”, ci sia quella dell’automutilazione procuratasi con gli spilli, strumenti che aumentano in maniera esponenziale il rischio di contrarre malattie anche invalidanti.

Da Direttore Sanitario di una Comunità Terapeutica per Minori, devo scrivere che questo allarme è spaventosamente reale, dal momento che è un comportamento che si osserva frequentemente nell’ambito delle nostre Comunità. Questa forma di aggressività auto-diretta è particolarmente frequente nelle ragazze inserite in Comunità Terapeutica, rispetto a quanto accade per i maschi che presentano questo tipo di comportamento molto più raramente.

Anche i dati presenti in letteratura confermano questa osservazione: le femmine tra i 12 ed i 15 anni hanno maggiore probabilità (F:M 5:1) di attuare comportamenti autolesionistici rispetto ai loro coetanei maschi, mentre dopo i 15 anni si osserva una progressiva flessione di gesti automutilanti nel sesso femminile ed accrescimento in quello maschile. Questa tendenza può essere probabilmente giustificata dal differente livello di sviluppo puberale, che può svolgere un ruolo particolarmente importante nella comparsa di disturbi della sfera emotivo – affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio.

Da un punto di vista strettamente clinico, mi sembra utile chiedersi se questi comportamenti automutilanti che osserviamo nelle ragazze adolescenti possano rappresentare un sintomo (magari quello d’esordio) di quelle patologie psichiatriche (ad es. disturbo borderline di personalità o depressione) che tipicamente colpiscono maggiormente il sesso femminile. Probabilmente ci vorranno studi prospettici con un lunghissimo follow-up per poter dare una risposta scientificamente valida a questo interrogativo: purtroppo sappiamo bene come questi studi siano estremamente difficili da progettare, realizzare e portare a termine.

Un’altra riflessione che insorge spontaneamente è quella che si focalizza sulle modalità utilizzate per procurarsi le lesioni senza, nella maggior parte dei casi, mettersi in reale pericolo di vita.

Le lesioni più frequenti sono rappresentate da ferite da taglio e da punta su parti del corpo facilmente aggredibili, ma soprattutto eseguibili sempre sotto visione diretta, ma anche dall’ingestione di corpi estranei (spesso vetro), ai quali seguono le bruciature da sigaretta, e l’infissione di aghi nel sottocute (modalità attuata anche dai carcerati). Frequentemente i minori hanno un comportamento automutilante recidivo: la maggior parte dei soggetti ripete l’atto con una tendenza a “godere” dell’atto stesso, ma anche con lo scopo di “sfidare” i terapeuti. L’osservazione dei nostri pazienti ci porta, purtroppo, a dover segnalare anche l’effetto di “emulazione” (la “moda” di cui sopra): dalla prima segnalazione di atto autolesionistico osservata, siamo passati ad un comportamento osservato assai frequentemente, ma soprattutto “passato” dai “vecchi” pazienti a quelli arrivati dopo in Comunità.

A mio parere, questi comportamenti autolesionistici, inquadrabili come  “classici”, si pongono in stretta vicinanza con il dilagare, tra i giovani e giovanissimi, della moda dei tatuaggi e dei piercing corporali. Il legame tra autolesionismo classico e tatuaggio/piercing risiede probabilmente nel fatto che il dolore che si riceve durante le sedute di piercing/tatuaggio causi un certo sollievo verso problemi emotivi misconosciuti. Questo desiderio nascosto di autolesionismo, come sostengono Stirn e Hinz, psicologi delle università di Francoforte e Lipsia, potrebbe rappresentare la causa che spingerebbe i giovani e giovanissimi a sottoporsi anche a tatuaggi per scarificazione e branding, antiche pratiche in uso ai tempi dei Maya ed ora riutilizzate. Il tatuaggio per scarificazione consiste nel praticare delle incisioni sulla pelle che riproducono una determinata immagine e che, una volta rimarginate, lasciano una cicatrice con la forma del disegno desiderato. Il branding promette gli stessi risultati, ma la cicatrice è il risultato della rimarginazione cutanea successiva alla lesione per ustione determinata da un oggetto metallico precedentemente arroventato.

 

I ricercatori ipotizzano che molte persone con problematiche psicologiche si accaniscono sul loro corpo nello sforzo di demolire i loro problemi emotivi: tuttavia non esiste, ad oggi, dimostrazione che tatuaggi e piercing siano linearmente collegati alla presenza di un disturbo psicologico.

L’autolesionismo è quindi un segno di forte disagio giovanile che porta con se molte richieste di aiuto, richieste che spesso rimangono non comprese perché non capite. E’ quindi fondamentale affrontare apertamente il disagio, raggiungere un’adeguata consapevolezza del problema e, allo stesso tempo, incoraggiare gli adolescenti nella richiesta di aiuto.

 

[L’articolo fa riferimento a “Da piccoli tagli ad automutilazioni, accade a 150ml ragazzi” – ANSA 2 apr 2014]

 



Una risposta.

  1. obliqua ha detto:

    mi raccontava una mia amica ‘ ero 20 anni o giù di lì ero al cinema da sola era il 65.. ero squallidamente sola, disperatamente sola.. quelle altre quegli altri i miei coetanei erano non so dove. mi avevano lasciato con un fatti forza, fatti sentire loro entravano nella festa e il piacere quotidiano o nelllo studio o in che cazzo volevano.. io non lo sapevo .. ma ero sola e incazzata come non mai ed esoplosiva e un’ angoscia che voi non sapete non c’era nessuno non potevo sentire nulla ma stavo esplodendo e il vicino davanti o dietro guardava il film avevo di grazia una provvidenziale lametta e il sangue e il dolore sul ginocchio, che al cinema non vedevo il braccio, mi calmarono e uscii e tamponai e tornai in quel cazzo di pensionato e alla sera bevvi con i cari compagni compagne di collegio e non feci veder la ferita perchè giuro non capivano un accidente..’
    E’ cresciuta la mia amica senza una moda, come sarebbe stata felice di avere condiviso.. non credo.. non lo so.
    Ma credo che bisogna capire chiedersi sempre qualcosa dietro, dietro le risposte di moda, sociologiche, di costume, di colpevoli.. la mia amica forse non conosce ancora oggi il piacere ma dalle ultime notizie sta vivendo.

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