Cronaca

Perché in primavera aumentano i suicidi

Silvia Rivolta
1 Giugno 2017
1 commento
Perché in primavera aumentano i suicidi

Commento alla notizia del 20 maggio 2017
C’è uno sconcertante legame tra i suicidi e la primavera, stagione della rinascita per eccellenza. Questa l’apertura della notizia.

Una notizia che, come viene riportato nell’articolo, non è nuova agli esperti.
E che continua riportando la ricerca di un professore, psichiatria svedese, appassionato del tema, Fotis Papadopoulos a sostegno della teoria serotoninergica: c’è un legame significativo tra la durata della luce solare e il rischio di suicidio. Un legame che resta per coloro che al momento della morte stavano prendendo antidepressivi.
La “colpevole”: la serotonina, che aumenta con la maggiore esposizione alla luce solare.
Che aumenta nel sangue quando si assumono gli antidepressivi. Una scoperta dello psichiatra grazie all’analisi dei dati di oltre 12.000 vittime di suicidio.
Dunque, spegniamo la luce del sole? Maledetta primavera e non più stagione della rinascita per eccellenza? Non so, non credo.
E forse, a me, questa ricerca non mi appassiona. E mentre la leggo mi ritrovo a curiosare tra le righe, a cercare ciò che non viene detto. Ciò che non viene scoperto.
Ciò che non è noto agli esperti. Ciò che non sappiamo. Ciò che non so. Penso alla primavera. Tutti sappiamo che la Primavera è la prima stagione dell’anno. Non sapevo che il termine che tutti noi usiamo deriva dalle parole primus, che significa “primo” e ver, che deriva dalla radice sanscrita vas, che significa “splendere, illuminare, ardere”. In latino, la locuzione primo vere, da cui deriva il termine italiano, significa “all’inizio della primavera”.
È la stagione da cui ci si aspetta che la natura rinasca, che il clima sia più mite. Mi vengono in mente tante primavere. Quella del Botticelli, la Primavera per lui ha trovato espressione in un dipinto, capolavoro del Rinascimento Italiano.
E per Vivaldi è diventata un concerto in MI maggiore che coinvolge violini, archi e clavicembalo; la scelta di tre movimenti per descrivere i tre momenti della stagione: l’allegro, che ricorda il canto degli uccelli e il temporale, il largo il riposo del pastore con il suo cane e infine un vero e proprio trionfo di “fata primavera” nel suo splendore, una danza in omaggio alla vita che prevale sulla morte. Tutti gli strumenti festosamente esultano incessanti in un inno alla gioia.
Per i greci, nella mitologia, la dea della Primavera era Persefone, moglie di Ade e regina degli Inferi: fu la madre Demetra ad ottenere da Zeus che la figlia stesse la metà dell’anno con lei, e l’altra metà con il marito. La dea da quel momento trascorse gli inverni nel sottosuolo, tornando in primavera a presiedere la rinascita.
Inferi, dunque, e Primavera. E ancora, se per Loretta Goggi era una Maledetta Primavera; per Fabrizio de Andrè la “Primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura, ha le labbra di carne, i capelli di grano, che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano”. Scopro oggi, grazie a quest’articolo, che in Giappone l’equinozio di Primavera è considerato festa nazionale, un giorno in cui le famiglie giapponesi si recano nei cimiteri a fare visita ai defunti e si riuniscono per ricordarli.
E, infine, penso alla mia primavera: da ragazzina, una stagione di passaggio, mesi che desideravo passassero in fretta per lasciare spazio all’estate, alla fine della scuola, alle vacanze, alle uscite serali con qualche libertà in più. E da adulta, la mia primavera, stagione che mi ha visto sposa.
Non me ne vorrà Papadopoulos, se ho curiosato tra le righe di ciò che era già noto, se ho cercato di andare al di là di ciò che già si sapeva. In questo esercizio, ritrovo quello che cerco di fare ogni giorno, nel lavoro con i pazienti: perché nella cura ciò che già sappiamo, ciò che è noto, ciò che si conosce a volte rischia di farci perdere l’incontro con l’altro.
L’incontro con quelle parti che anche lui non conosce, di sé. Che a volte non si è permesso di vivere. Parti che hanno bisogno di essere scoperte, vissute. C’era la luce del sole nelle primavere di quei 12.000 vittime di suicidi? C’erano antidepressivi?
Chissà quali altri storie c’erano.
Chissà che primavere sono state.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Certo è plausibile, cioè è una possibilità che tra le concause del suicidio ci sia anche un elevato “apporto” della serotonina. La serotonina ha un effetto disinibitorio e in questo senso coloro che assumono questo neurotrasmettitore potrebbero essere più a rischio. Ma cos’è che la serotonina contribuisce a disinibire? Rimango convinto che non è la luce di per sé a fomentare il rischio suicidio, ma semmai la “percezione” della luce. Anche la luce ha un significato, è un simbolo, in fondo, ovviamente. E la primavera è l’inizio di una festa e pare che sotto le feste aumenti la propensione umana a togliersi la vita, quantomeno in certe contrade del mondo capitalistico occidentale.
    Con la festa si celebra la bellezza nelle sue varie forme. Con la festa si “gioisce” della gioia della natura, di un incontro, di un successo personale, dei “beni” di cui godiamo. Insomma, andiamo in discoteca per divertirci. Non per gioire. Voglio dire che divertirsi e gioire non sono esattamente la stessa cosa.
    Forse alcuni di noi hanno il timore o la convinzione più o meno fondata di non poter “gioire” di tanta bellezza e questa impressione si fa più ostinata probabilmente quando la bellezza sembra esploderti tutta intorno. Davvero sfacciata! Con le sue promesse di futuro, i suoi profumi, le sue immagini. O forse c’è soltanto la percezione di non poter condividere questa gioia con qualcuno. Io nella luce del sole ci vedo il “desiderio” (di “gioia”) spasmodico e puntualmente frustrato (per varie motivazioni) di talune persone. Più questa gioia sembra a portata di mano e più questa gioia ti sembra appannaggio di tutti tranne che di te stesso (la sensazione di una sua maggiore fruibilità e facilità di accesso, si fa più forte in occasione delle ricorrenze canoniche). Una sensazione pervicace, cocciuta di esclusione permanente dalla bellezza della vita e dai suoi tesori, ti prende, allora. Chissà!

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati