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Perché giocare è sempre una cosa seria

Pasquale Pisseri
9 Gennaio 2020
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Perché giocare è sempre una cosa seria

Commento all’articolo di Marino Niola, apparso su La Repubblica il 23 dicembre 2019

Certo, una cosa seria: assunto condivisibile ma che apre discorsi complessi, che non posso che sfiorare.

Il concetto di gioco può essere delineato entro confini diversi, più o meno inclusivi: ciò emerge in questo stesso articolo, poiché Niola da un lato citando T.S. Eliot dice che il genere umano, non potendo sopportare troppa realtà, ha inventato il gioco per mascherare il reale e farlo apparire più familiare, accettabile, modificabile; ma d’altro canto ricorda Eraclito che paragona il tempo a un bimbo che gioca; nonchè Nietzsche che considera il mondo come un gioco divino (Einstein al contrario ha affermato che Dio non gioca a dadi). Che cosa dunque è gioco? Un insieme di scambi, alternative mutevoli, contrapposizioni, equilibri che finisce col coprire l’intero reale? O per lo meno l’intero ambito delle relazioni umane competitive studiate fra l’altro nella teoria dei giochi (anche ad opera del Nash di “a beautiful mind”)? O ancora qualcosa di molto più definito, che include i concetti di gratuità e di responsabilità ridotta o almeno circoscritta in un preciso ambito: “è solo un gioco”?

Per chi si occupa di salute mentale, il concetto di “gioco” è comunque rilevante: quasi superfluo ricordare il rilievo che ha nelle teorizzazioni di Winnicott quale luogo privilegiato dello spazio transizionale, e nelle tecniche di gioco adottate nelle psicoterapie a bambini.

Ma ognuno di noi nel parlare con uno psicotico accetta particolari regole del gioco, entrando in un setting del tutto particolare: di norma non entriamo in contrasto diretto con sue affermazioni che ci suonano assurde e irrealistiche o addirittura offensive, ma cerchiamo, istintivamente o riflessivamente, una risposta terapeutica e/o diagnosticamente utile, ovviamente variabile a seconda del nostro background teorico-tecnico, della nostra personalità, del nostro coinvolgimento. Ma questo atteggiamento non può restare uguale in contesti non inerenti alla nostra professionalità,, ad esempio in una discussione, dove un atteggiamento di comprensione e di elaborazione del conflitto potrebbe addirittura rischiare di divenire offensivo: “mi prendi per matto?”. Ciò, anche se neppure per un momento dimentichiamo che, come diceva Sullivan tanti anni fa, ognuno di noi è soprattutto un essere umano.

A suo tempo, ci ha parlato di questi temi anche Remo Bodei – recentemente scomparso e rimpianto – riferendosi al concetto di “mondi vitali” dovuto a Schutz, concetto vicino a quello di “sub universi di realtà” di William James: “Rappresentano province finite di significato. E’ un mondo vitale, ad esempio, il gioco, nel quale prevalgono, come nei sub-universi di James, determinati criteri e determinate specificità. Passiamo bruscamente da un mondo vitale a un altro, come quando un bambino dice, usando in italiano l’imperfetto, “facciamo che eravamo due cavalieri”. Crea allora un mondo chiuso rispetto all’ambiente circostante, creando una specie di membrana che isola dal contesto”.

Seguendo questo paragone, in quel gioco che è il rapporto terapeutico mi pare appropriato parlare di una membrana semipermeabile: quanto della nostra persona, della nostra umanità, della nostra storia debba entrare nel rapporto di cura, quale – secondo l’espressione di James – debba essere l’intersezione di questo “sub universo” con quello della comune relazionalità, è problema che non ammette una risposta univoca. Questa è molto legata al tipo di patologia, alla personalità del terapeuta, al suo tipo di formazione. In ogni caso – proseguiva Bodei – “dobbiamo uscire da quello che crediamo un nostro universo compatto, universum proprio nel senso che ha una direzione, e sperimentare in noi stessi, e negli altri, un “pluriverso”. Ciò, beninteso, guardandoci bene da una romantica idealizzazione del delirio, ma al tempo spesso – aggiungerei – non dimenticando la lezione di Shakespeare. “c’è del metodo nella sua follia”.

Potremmo dire che il limite fondamentale della psichiatria positivistica è stato quello di restare chiusa nel proprio sub-universo e nelle proprie regole del gioco come fossero le uniche possibili, utilizzando i messaggi del sub – universo psicotico soltanto come puro e semplice materiale di studio, da classificare e poi possibilmente cancellare, alla luce di ottica e logica unidimensionali.



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