Attualità

Perché di un suicida non hanno pietà. Fabrizio De Andrè

Giovanni Giusto
27 Marzo 2015
6 commenti
Perché di un suicida non hanno pietà. Fabrizio De Andrè

Sono intervenuti sul tema:

E. Sacchetti

F. Bollorino

E. Auguglia

G.B. Cassano, C. Mencacci

M. Recalcati

M. Pompili

G. Rescaldina, A. Geminiani

V. Mantua

M. Cucchi

R. Hellweg

È morto suicida.
Il suicidio è una delle poche cause di morte in psichiatria.
Tragico epilogo di un mondo interno fatto di disperazione e rabbia, solitudine e impotenza, ben separato spesso dalla vita “normale”, anche quella professionale che occasionalmente è anche di successo, naturalmente vista dall’esterno.
Certamente ci aveva pensato più volte, sicuramente non voleva fare una strage.

Purtroppo è accaduto.
Accade anche che un suicida, buttandosi dalla finestra, uccida un inconsapevole e sfortunatissimo passante.
Ovvia e comprensibile oltre che condivisibile la rabbia impotente per un gesto che ha coinvolto altre 149 persone che peró in quel momento non esistevano per il copilota del volo precipitato nelle alpi francesi.
Non potevano esistere perché egli era terribilmente e tragicamente solo impossibilitato ad udire altri se non il suo vuoto interno.
Prevenire è possibile? A volte certamente, in questo caso forse se dessimo più importanza a quello che definiamo “mondo interno” ovvero emozioni e sensazioni intime spesso non comunicabili verbalmente.
Efficienza ed efficacia in questo caso non collimano.


6 risposte.

  1. Roberta Antonello ha detto:

    L’immagine, la fotografia di Andreas conturba. Ma molto di più per me il bla bla intorno. E ancora ancora di più i riferimenti al bla bla. Allora era una persona di buona famiglia, addestrato, selezionato, testato (… da noi i test sono migliori…). Era uno che confortava l’immagine di un ragazzo per bene, non vale la pena di sapere a che sforzi. Importante è che aveva fatto le cose richieste alla comune società. Anzi alla società per bene, di abbastanza successo e riuscita, come si suol dire.
    Non si invoca una critica, una domanda, si invoca invece la ricerca di un guasto, una possibile doppia personalità, non si invoca una riflessione, si invocano nuove regole di sicurezza.
    Orbene sono perplessa sul risultato di questa politica volta a non capire ma all’azione.
    Siamo difronte ad azioni drammaticamente funeste. E non solo di questo ragazzo che si vuol confinare in un territorio diverso.
    Siamo difronte a mostruosità.
    Ma ci appartengono.
    Una cabina chiusa non difende dal mostro interno non visto.
    L’11 settembre portava a quella cabina…

  2. Antonio Maria ferro ha detto:

    Sono d’ accordo con Roberta sul rischio di psichiatrizzazione di ogni fenomeno “perturbante ” . In realtà è difficile confrontarsi con “la banalità del male” ( hanno arendt docet) e ,forse non a caso si trattava di un tedesco( eichman) che non riusciva a riconoscere alcuna sua responsabilità nell’orrore dei lager. Caro Gianni non parlerei di suicidio ma di un omicidio efferato come avvenne nell’isola norvegese ,nelle scuole di collumbine ,nelle mosche dove pregavano gli sciti in Yemen . Nel numero di marzo di ” le monde diplomati que” vengono tracciati i profili degli assassini di Charli Hebdo …..emarginazione,rabbia e rancore per “l’altro” profondo isolamento sociale e non di rado culturale. So che non è politicamente corretto quanto scrivo ma ricordate quel bellissimo film ,mi pare ” il nastro bianco.” Di Haneche Dove veniva descritta la Germania prenazista in un villaggio dove di bimbi compivano u. Crimine apparentemente inspiegabile e poi…..entrando nell’ intimità della vita del paese. Qualcosa si comincia a capire.
    Dei giornali ho letto solo il breve commento di Cassano ed in realtà l’atmosfera paranoie. O addirittura la paranoia sociale insieme ad una cultura dl narcisismo più stolido credo andrebbero analizzati meglio in questi non rari fenomeni moderni e metterli in relazione con gli scritti della hanno arendt appunto sulla banalità del male e dlla Edith Stein sull’empatia e del dl vecchio Cristopher Lasch sul narcisismo e poi c’è sempre quella miniera che è Freud Sul narcisismo e psicologia dlle masse ed analisi dell’Io

  3. Giovanni Giusto ha detto:

    Interessante confrontare opinioni.
    Manca in modo fondamentale la conoscenza della persona per cui, come accade agli psichiatri, ognuno utilizza le sue conoscenze ed il suo strumento emotivo e culturale per fornire delle spiegazioni.
    Ogni giornale e ogni media ha il suo consulente.
    Oggi sul secolo XIX scriveva il collega Bollorino (erudita descrizione che però non suscita in me emozione), come ha scritto Cassano (lontano dal mio modo di vedere l’essere umano).
    Penso che ciascuno potrà confrontarsi con le proprie “impressioni” e trarne più o meno dotte conclusioni.
    Rimane il fatto: Andreas si è ucciso (si chiama suicidio), trascinando con lui altre persone (si chiama omicidio plurimo o strage) io ritengo non ci fosse in lui una cosciente lucida consapevolezza di ciò, ma non lo conoscevo…

  4. Pasquale Pisseri ha detto:

    “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Eppure sono insopprimibili la curiosità, il desiderio di capire; ci provo. Pare avesse detto alla fidanzata che un giorno tutti avrebbero parlato di lui. Forse anche per questo ha scelto la spettacolarità di un gesto che ricorda quello di Erostrato, in effetti ancora presente nella nostra memoria. Forse esser ricordati per sempre è un modo per mettere in scacco la morte, anche nel momento in cui la si cerca.

  5. marco borreani ha detto:

    Provo a riflettere ……Se non altro il “pilota” come significante ci dice, fra le tante “cose” grezze eccitate dal suo aver agito, che il famoso istinto di sopravvivenza non è quel meccanismo certo e sicuro che garantisce l’automaton della vita , più che la Natura e il Naturale, semmai l’oggetto causa della vita sembra essere una sorta di godimento illusionale. Il pilota compie un atto innaturale perché mosso e guidato da parole intrecciate in un modo così soggettivo per cui è ormai impossibile la ricerca dei motivi (e poi non è nemmeno necessario) sebbene ci rimanga un preoccupante effetto senza cause .
    Si ipotizza che il pilota, nella relazione d’oggetto, si sia trovato effetto del suo sintomo che nella parte reale ha avuto una ricaduta nella realtà incidendo in modo pesante sul luogo comune dell’aereo causando nocumento ad altri, cioè ha commesso un reato. E lo ha fatto prediligendo certe azioni rispetto ad altre mettendo la sua energheia in sequenza secondo un suo telos nella forma di un fantasma che deve essere stato più potente e soddisfacente di qualunque altra possibile soluzione . Il problema dunque è il godimento posto come assoluto dell’essere, non la sofferenza da lenire.
    Sapere che la causa affonda in una piega particolare del godimento ci mette davanti ai capricci del nostro essere, ci svela non la fragilità e la romantica imperfezione ma la ottusa testardaggine di aver ragione nonostante i colpi alla …….porta blindata.

  6. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Vi spiego perchè non ho pietà  
    Parto dal presupposto che il suicidio non è un errore umano! È una possibilità del genere umano! È “nelle nostre corde” come ricordava qualcuno.
     Io il suicidio del pilota lo vedo come la metafora dell’interazione perversa tra uomo e macchina. Il suicidio come possibile esito terminale del condizionamento della “tecnica” sulla vita degli individui.
    Vorrei capire che tipo di uomo può essere uno che si suicida a quel modo? Mi viene in mente un uomo tutto azione e niente pensiero, uno che vuole tutto e subito e fa qualcosa semplicemente perché può farla e chi se ne frega delle conseguenze. L’uomo senza scopo né significato, senza etica, né dignità. Schiacciato dalle stesse logiche economiche e tecnologiche in cui si crogiola. È l’uomo depresso? È l’uomo del “godimento” di lacaniana memoria? No! È “l’Uomo Tecnologico”:l’Homo Tecnologicus o Tecnicus vale a dire la prossima evoluzione dell’Homo sapiens sapiens, quello che “fa” solo perché può fare, quello che “parla” solo perché può parlare e senza  preoccuparsi degli effetti delle proprie azioni e parole. Quest’uomo “pilotava” un gioiello della tecnologia aeronautica immerso in un piccolo universo di strumenti avanzatissimi sviluppato dalla tecnica più moderna che di per sé sappiamo “non ha scopi perché prefiggersi degli scopi non è prerogativa della tecnica”.Avanza il processo di personalizzazione che trasferisce questa volta alle macchine le intenzioni umane. Ma in questa foga di personalizzare le macchine stiamo depersonalizzando gli esseri umani trasformandoli sempre più nel peggio delle macchine esistenti, automi dalle sembianze umane.
    Allora, se viviamo in un sistema che tratta le persone come macchine, mera tecnologia umana fatta di carne e sangue al servizio di altra tecnologia  fatta di circuiti elettronici e silicio, perché stupirsi se un pilota decide ad un certo punto di agire proprio come una vera macchina senza scopo, né sentimento? Quella cabina di pilotaggio sembra il simbolo della trasformazione di uno spazio in cui si svolge un’attività che ha in vista dei fini in un luogo di “esecuzione” (capitale) dell’autentico e più banale “fare”.
    Se la vedessimo in questo modo il pilota “depresso” alias “Homo Tecnologicus” si è comportato da perfetto burocrate all’interno di un dispositivo tecnico, l’aereo, che senza lo scopo del pilota cioè senza la sua guida ha finito per svolgere l’unica funzione basilare di cui è capace quella di “stare in aria” fin quando non ha trovato l’ostacolo della montagna. Anche l’agente, il pilota, non aveva a sua volta scopo, né prospettiva cioè una guida, una motivazione che lo incitasse ad esistere. Insomma una macchina fatta di carne e sangue che accompagna un’altra macchina fatta di metallo, plastica, circuiti elettronici e silicio ambedue senza governo alcuno che insieme procedono verso il baratro e senza percepire e sentire alcunché. L’essere umano alla stregua di una macchina senza scopo che svolge soltanto la sua funzione di base (stare al mondo, ma senza una ragione) e che per questo è destinata all’autodistruzione prima o poi. L’uomo “psicotico”, segmentato, diviso tra funzione e scopo; l’Homo Tecnicus che non trova scopo alla funzione che svolge che fatica a trovare un senso al proprio agire e al proprio vivere.
    Credo alla fine di aver parlato esclusivamente di questa immagine che mi è balenata immediatamente, quella dell’uomo-macchina, il robot umanoide o l’umano robotizzato, l’uomo ridotto a macchina che agisce e pensa come una macchina che svolge funzioni ma non ha scopi. Il mondo del lavoro è sicuramente uno dei contesti più palesi in cui si estrinseca questa tendenza alla robotizzazione dell’essere umano. Ma è la variabile più generale della riduzione dell’uomo a macchina la “causa” del suicidio eventualmente e non la variabile più specifica “dell’organizzazione perversa” del lavoro soltanto.
    Se è vero che uno “sceglie” di ricorrere al suicidio o alla droga per non rassegnarsi al conformismo economico-tecnologico e alla sua mancanza di senso, se uno è libero di decidere di vivere o morire è anche vero che ha la responsabilità e il dovere di non calpestare il diritto alla vita e la scelta di vivere dell’Altro. Allora, non ho pietà per il pilota. Non ha nemmeno bisogno della mia pietà. La pietà serve soltanto a chi la prova. Ma ancora meno pietà ho per coloro che hanno permesso eventualmente con le loro omissioni colpevoli che questa possibilità-suicidio potesse esprimersi in tutta la sua distruttività e senza approntare le giuste cautele e le necessarie misure preventive.
    Concludo aggiungendo che lungo un ideale Continuum vedrei in questa vicenda simbolicamente rappresentati tre aspetti: l’aspetto sociologico-collettivo dell’uomo-macchina (Homo Tecnologicus), l’aspetto psicologico individuale delle patologie del quarto tipo di Racamier fino all’altro estremo delineato dal suicidio-omicidio individuale e/o collettivo.

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