Attualità

Pensieri natalizi intorno all’essere PSI

Giovanni Giusto
23 Dicembre 2015
2 commenti

Dicono bene Roberta Antonello e Pasquale Pisseri, sembrerebbe scemata la passione per la conoscenza dell’altrui sofferenza e per la relativa comprensione (letteralmente prendere insieme) e compassione (letteralmente patire insieme).

Le scuole di specialità formano psichiatri, psicologi, tecnici della riabilitazione secondo un metodo impersonale (!), si insegnano tecniche di problem solving ed altro secondo un intendimento efficientistico che per quanto vedo nella pratica giornaliera di cura al paziente psichiatrico grave è ben poco efficace.

Ecco… Si tende a confondere facendole coincidere efficienza con efficacia.
Eppure insisto nel sostenere che essendo sanitari siamo tenuti a curare, se possibile a guarire e la richiesta che sempre più pressante ci giunge dai nostri assistiti non è quella di spiegare perché soffrono, ma farli soffrire di meno o addirittura di togliere quell’insostenibile dolore psichico che li attanaglia.

Come si può ottenere un risultato così importante prescindendo dalla consapevolezza di quali sono i bisogni dei pazienti e di come si intersecano coi bisogni nostri a volte ideologici, a volte nostalgici spesso incapaci di favorire separazioni dimettendo i pazienti.

La capacità di modulare la relazione terapeutica, partendo dai propri riferimenti tecnici, culturali e storici, diventa quindi l’elemento fondamentale per permettere di realizzare un intervento psicoterapico compiuto che dia senso (indirizzi e tracci la rotta) e significato (lasci un segno duraturo e proficuo) al nostro operare quotidiano.

Solo un costante e onesto confronto con gli altri professionisti che intendono interessarsi della sofferenza mentale altrui e che riconoscono nell’altro non soltanto un oggetto d’interventi ma un soggetto che ci
può anche insegnare, permetterà di crescere nella conoscenza ed eviterà l’isolamento e l’inaridimento del pensiero.

Ciononostante esiste un pensiero contemporaneo fatto di usi, costumi e atteggiamenti che non possono né debbono essere definiti superficiali o incapaci di reale partecipazione.

È nostro compito proporre nuovi modelli di riferimento, accedere ai nuovi linguaggi ed utilizzarli al fine di realizzare per i pazienti il miglior risultato possibile.

Il libro che ho proposto e voluto “Comunità terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano” vuole modestamente rappresentare un percorso possibile in divenire, naturalmente bisogna crederci e tollerare la fatica necessaria.


2 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Non ci sono più gli psicotici di una volta! O forse sono soltanto cambiate le nostre aspettative sulla sofferenza psichica!?
    Secondo me, il succo della questione sta tutto qui, nel “…costante e onesto confronto con gli altri professionisti che intendono interessarsi della sofferenza mentale altrui…”, come recita un passo dell’intervento del Prof. Giusto. Già Racamier, ad esempio, aveva sottolineato quanto sia importante il “lavoro in noi e tra di noi prima di animarlo sulla scena terapeutica”. Quindi, non sono tanto preoccupato dalla “parcellizzazione” delle competenze. La specializzazione non è un male di per sé. Questo è un mestiere complesso e una presa in carico seria e professionale della sofferenza psichica necessita di precise competenze. Altrimenti rischieremmo di ritornare ai tempi in cui si faceva “di tutti gli psicotici un fascio”. E invece poi abbiamo scoperto che non tutte le persone psicotiche lo sono allo stesso modo! Il male è semmai nella scarsa comunicazione tra gli specialisti che ottenuto il giusto riconoscimento sociale si trincerano dietro lo scudo della professionalità ostentando una sicurezza che mal si addice alla “comprensione” della complessità del disagio psichico (di quello quantomeno che prendiamo in esame in comunità). È da questa premessa che vorrei partire per discutere brevemente dei concetti di “comprensione e compassione” espressi all’interno di una “comunità terapeutica riabilitativa”.
    Concordo con “Guest” e il suo commento all’articolo della dott.ssa Antonello quando scrive (cito liberamente) che noi curanti siamo pur sempre pagati per svolgere un lavoro. Potrei dire provocatoriamente che siamo i “professionisti della comprensione” che detta così può sembrare davvero brutta, lo ammetto. Ma dietro l’apparente aridità dell’espressione si cela l’idea che “compassione e comprensione” sono pur sempre il risultato di “un’educazione” e scaturiscono da una efficace presa in carico “sistematica” del paziente più che da una “splendida attitudine solitaria” all’empatia del singolo operatore. La comprensione risiede negli ingranaggi dell’organizzazione più che nella testa del singolo individuo. Ovviamente, sono convinto che l’operatore della salute “mentale” proprio perché a contatto con la sofferenza psichica che è multivariata, debba avere una speciale attitudine a “comprendere” la persona e i suoi “conflitti e/o deficit”, però, al contempo, credo anche che l’operatore per “comprendere” e per essere “compassionevole” (senza scadere nel pietismo) deve da un lato possedere una preparazione perfezionata nel corso di adeguati anni di studio e dall’altro deve anche poter contare su un “apparato organizzativo” che gli dia la “tranquillità-sicurezza” necessaria e sufficiente per poter “empatizzare” col paziente (per poterlo “comprendere”) a fini terapeutici. In questo caso vorrei sottolineare che la compassione e la comprensione sono anche questioni di (fanno riferimento a) perizia e competenza personali degli operatori affinate all’interno di un’organizzazione che offre opportunità di formazione e aggiornamento.
    Noi operatori “siamo un colloquio”, parafrasando il titolo di un libro di Borgna “Noi siamo un colloquio ”(che ha preso in prestito l’espressione di Hòlderlin) per significare in questo contesto che per esserci “cura” occorre una perenne comunicazione con sé e con gli altri. In sostanza, in ogni processo di “cura” occorre primariamente un dialogo, un colloquio, un’apertura al mondo di esperienze, di conoscenze, di competenze, degli “altri” (intesi anche come i pazienti). Si sarà capito che è di interdisciplinarietà e di integrazione delle competenze che sto discutendo, quelle pratiche “magiche” che dovrebbero in linea di principio assicurare una valida reazione contro il pericolo della “compartimentalizzazione” dei saperi o l’autismo-narcisismo specialistico che rischiano di trasformare gli operatori in isole che “dolorosamente non riescono a farsi dialogo”.
    Partiamo dal presupposto che così come non esiste l’ideal-tipo di weberiana memoria, così non può esistere, secondo me, “l’ideal-teoria” come categoria formale unica capace di comprendere in profondità e razionalmente i processi che sono alla base delle manifestazioni disfunzionali del comportamento e/o del pensiero umani. La ricerca delle “strutture mentali…direttamente responsabili della coerenza del nostro comportamento”, non può essere prerogativa assoluta di una sola teoria, secondo me. Simili astrazioni e razionalizzazioni, sono utili forse per sostenere la burocrazia o l’equilibrio statico delle varie scuole di pensiero istituzionalizzato, forse.
    Io credo che per raggiungere questa benedetta integrazione delle competenze può essere più utile partire dall’epistemologia di riferimento più che dalla teoria personale di appartenenza. Forse sul terreno della pura epistemologia possiamo incontrarci più facilmente.
    Personalmente mi aiuta molto ad “ampliare la mia visione clinica e del mondo” appellarmi alla innovazione epistemologica heideggeriana che tratta fondamentalmente della “questione del rapporto tra il nostro “essere ciò che siamo” e il nostro “essere-nel mondo”. Spero di seguito di riuscire a spiegare in che senso si può calare questa splendida filosofia nella realtà del lavoro quotidiano di una CTR. Sostanzialmente “l’essere” dell’uomo è un “essere-nel-mondo”: il rapporto soggetto-oggetto che non può essere inteso in termini banalmente individuali. La posizione heideggeriana supera il soggettivismo e l’individualismo, e ci introduce in una realtà secolarizzata contraddistinta principalmente dall’interazione sociale degli individui tra loro.
    Una riflessione profonda è allora dedicata alla “realtà quotidiana” dell’agire umano. Il termine che Heidegger usa per riferirsi all’essere, è notoriamente “Dasein”, che in tedesco denota proprio “l’esistenza umana quotidiana”. L’essere è un Dasein, un esserci, uno stare-nel mondo. Il Dasein indica il concetto di esistenza come vita, come agire ed essere-nel mondo.
    L’altro concetto di Heidegger che mi torna buono per il mio discorso è dato dalla fenomenologia “senza mente”, che si fonda sulle “capacità di incontrare” gli oggetti quotidiani, rendendoli intellegibili. Secondo Heidegger un’epistemologia soggetto/oggetto implica uno scenario “non rappresentazionale”, cioè un orizzonte di attività quotidiane alle quali non corrispondono rappresentazioni mentali.
    La visione di Heidegger di una natura non rappresentazionale e non formalizzabile dell’essere umano in quanto essere-nel-mondo, in quanto Dasein, contesta quei paradigmi di ricerca contraddistinti da modelli formali oggettivi che sostengono di poter conoscere l’universo in modo totalmente oggettivo, formulando teorie per qualsiasi cosa. L’idea di Heidegger è quella di esprimere l’impossibilità di “elaborare una teoria che renda possibili le teorie in generale”. Da qui mi pare di poter dedurre l’impossibilità, la velleità di approdare, come da più parti auspicato, ad una “teoria generale della psicologia umana”.
    Sono convinto che, per quanto sviluppata e progredita una teoria da sola, non sarà mai in grado di orientarsi con successo nelle scelte complesse, ma spesso anche apparentemente semplici e ordinarie, che caratterizzano la vita quotidiana dei pazienti (in comunità).
    Fondamentalmente, la teoria è “un mezzo, uno strumento per conoscere”; tuttavia, “l’essere del mezzo appartiene sempre alla totalità dei mezzi. Un mezzo è essenzialmente “qualcosa per… “. Nella struttura del “per” è implicito un rimando di qualcosa a qualcosa. [ … ] Il mezzo, per la sua stessa natura, è sempre tale a partire dalla sua appartenenza ad altri mezzi [ … ]. Una teoria, allora non può che rimandare ad altre teorie.
    Adesso, “vorrei tornare sul pianeta Terra”, direbbe Woody Allen!
    Una teoria non può essere esaustiva della complessità degli esseri umani perché alla stregua di un computer “dovrebbe elaborare un programma di data-base di enorme vastità, che porterebbe comunque a una ricerca vana”. Dunque, per comprendere chi è quella determinata persona-paziente e la sua sofferenza non posso fare riferimento semplicemente al “database” cioè alle concettualizzazioni e agli strumenti tecnici forniti dalla personale teoria, ma “occorre accedere ai fatti di possibile rilevanza, nel contesto specifico in cui la persona si sta muovendo”. Insomma, una teoria dovrebbe, in linea di principio, “essere in una situazione”, dovrebbe “essere situata”, ma la teoria non è mai in una situazione specifica.
    In sostanza, la nostra “familiarità” con il mondo del paziente quindi non scaturisce semplicemente dall’elaborazione teorica di regole e norme, ma è caratterizzata piuttosto dalla nostra capacità di rispondere alle diverse situazioni che si presentano durante il processo di “cura” nel modo appropriato: non è possibile formalizzare in assoluto la conoscenza scaturita da una “situazione di cura” perché le situazioni sono per loro stessa natura “uniche” e dinamiche e risentono della presenza degli interlocutori. Quindi, per questo è impossibile formalizzare una teoria per ogni “situazione”.
    La teoria è una “rappresentazione mentale” che in quanto tale (almeno nel contesto “psicologico” della “cura”) di per sé, non è efficace o comunque può risultare estremamente limitata. Quindi, la conoscenza non è contenuta unicamente all’interno di una teoria o nella mente dell’operatore di turno, ma essa è distribuita nel contesto interattivo attorno a lui, distribuita negli attori operatori e pazienti. L’attività degli op è conoscenza-in-azione” si conosce mentre si agisce (cognition-in-action,).
    Nell’ambito dell’azione situata la conoscenza non è “data”, la teoria non è più mero contenitore dell’azione, la conoscenza è “situazione” attivamente “costruita” in cui le azioni degli attori e le opportunità (affordances) dell’ambiente si incontrano e si definiscono reciprocamente.
    La conoscenza è allora “situata” nel senso che non è più un insieme di caratteri strutturati oggettivamente da una teoria (non soltanto, almeno), bensì l’esito di un “processo di definizione di situazioni”.
    Alla fine ciò che conta è quella particolare forma di conoscenza data dall’interazione con il paziente e con gli altri operatori di estrazione differente e dalla capacità di relazionarsi con loro nel corso dello scambio quotidiano
    Dunque, “incontrare” il mondo del paziente (comprenderlo) presuppone un rapporto con questi nella vita quotidiana, e quindi un’interazione non solo teoretica, ma soprattutto pratica tra l’operatore e il paziente e il “suo mondo”. Allora, un approccio esclusivamente teoretico e meditativo, alla “cura” della persona e al suo dolore fa perdere il senso fondamentale dell’essere della persona-paziente, cioè il suo essere-nel-mondo. Una relazione di cura è autentica quando riesce a “incontrare” il mondo del paziente non solo teoreticamente, ma anche e soprattutto praticamente. Da qui anche forse ne discende la velleità di certi manuali di voler fare dii ogni “dolore umano” una diagnosi. Attenzione vorrei rimarcare che il comportamento “pratico” non è “ateoretico” nel senso che sia privo di quadro concettuale, o di un modello di riferimento che guida nell’osservazione e interpretazione dei fenomeni. Una buona teoria è pur sempre un mezzo che “mette in grado di svolgere concretamente determinati compiti e dovrebbe contenere in linea di massima dei principi generali da cui discendono indicazioni pratiche che risultano cruciali per ottenere il risultato desiderato”. Insomma, non si deve scadere nel “relativismo psicologico” «al contrario, c’è una necessità di coerenza nel rapporto psicoterapeutico, in quel processo che porta a un adattamento alla realtà e a se stessi. Un adattamento che va inteso secondo l’accezione di Piaget e cioè un lavoro dinamico di aggiustamento dove chi si adatta tende sempre anche a trasformare la realtà e se stesso». In sostanza, attingere anche ad altre “realtà teoretiche” non è peccato, ma è questione di “adattamento” quanto mai necessario per “essere-nel mondo” (degli “altri”). Quindi, in linea di principio, accogliere ciò che di “buono” esula dalla personale teoria di riferimento non è tradimento, ma accoglimento di tutti gli strumenti necessari che possono rivelarsi potenzialmente utili per “comprendere” e “curare” il dolore del paziente. Questo significa “adattare” il proprio modello di riferimento, alle necessità contingenti scaturite dalla relazione-situazione in corso. Come è noto non è il paziente (la realtà contingente) a doversi adattare alla teoria, ma il contrario.
    Concludo con una definizione dell’interdisciplinarietà che mi pare adeguata in questo contesto: – L’incontro e confronto di esperienze e conoscenze plurime e la loro coordinazione, che permettono di valorizzare le individualità facendole convergere verso un obiettivo comune incrementando in tal modo considerevolmente le potenzialità diagnostiche e terapeutiche dell’equipe nel suo complesso -.
    Soltanto così eviteremo che la “cura” si riduca ad un futile e vanitoso cerimoniale autoreferenziale.
    È in tal modo, allora, che operatori (tra loro) e pazienti si uniscono per dare origine ai vari modi della “cura”. Così si chiariscono le relazioni che si istituiscono tra le parti cioè tra gli interlocutori principali di riferimento (pazienti e operatori-istituzione) e si “stabiliscono” le funzioni di ciascuno. In fondo, il processo della cura costituisce una vera e propria forma di sintassi, cioè l’insieme delle norme, dei comportamenti, delle percezioni, degli atteggiamenti, dei pensieri, che in generale regolano il rapporto tra gli operatori-istituzione e i pazienti: la semiotica della relazione terapeutica, in definitiva. Io almeno, è così che me la sono spiegata!

  2. Roberta Antonello ha detto:

    Come commentare questo commento? Semplicemente d’accordo se stare col paziente, persona, altro, in comunità terapeutica o altrove non attinga al ‘pietismo’ ma a quella creativa curiosità, non influenzabile, ma nutrita dalla conoscenza, che permette di andare avanti… oltre.

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