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Papa: preti da psicologo? Prima meglio dalla Madonna

Pasquale Pisseri
21 Maggio 2014
2 commenti
Papa: preti da psicologo? Prima meglio dalla Madonna

commento di Pasquale Pisseri all’articolo “Papa:preti da psicologo? prima da Madonna” del 12 maggio su ANSA

È quasi un luogo comune ricordare le tensioni mai del tutto risolte fra l’approccio scientifico e l’esperienza religiosa, non solo  quale storicamente si è stratificata in credenze, prescrizioni, istituzioni, ma anche nei suoi connotati fondamentali e in qualche modo universali.

Tensioni tutt’altro che nuove: ricordo la celebre invettiva contro la religione di quel Lucrezio che si ispirava all’approccio protoscientifico della tarda grecità incarnato da personaggi come Democrito o Epicuro, e che già si era rivelato capace di realizzazioni sorprendenti come la misurazione quasi esatta della circonferenza terrestre opera di Eratostene. Troppo complesse e in parte oscure le ragioni della lunga eclisse di tale approccio, che quando secoli dopo è riemerso ha portato a drammatici scontri come il processo a Galileo, messo in atto da una istituzione che pretendeva ancora a un primato teorico in campo cosmologico e cosmogonico.
Questo conflitto appare oggi superato per quanto riguarda le scienze fisiche, grazie a una “divisione di competenze” abbastanza chiara. Ma questa è   meno realizzabile per  quanto attiene alla psicologia e alla psichiatria, queste  ultime arrivate che quali “scienze dello spirito” entrano inevitabilmente  in concorrenza con la dimensione religiosa, al di là delle superficiali analogie fra confessione e seduta psicoterapica oppure fra esorcismo e interventi psicoterapici di tipo catartico.
La religione, in particolare quella cristiana, si pone, fra l’altro, anche come difesa  dall’ansia.  Dal discorso della montagna: “non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete. ..il padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose”. La specifica ansia parente stretta del timore, ma anche l’angoscia fondamentale insita nella nostra esistenza (v. Kierkegaard)  trova sollievo nel rapporto con un ente superiore, onnipotente e perfettamente buono. Messaggio questo che ha conosciuto nei secoli un parziale degrado, con la ricerca di benefici personali, la fiducia nei miracoli, l’affidarsi a quel mediatore che è il santo protettore: tutti potenti ansiolitici  anche se messi alla berlina già tanto tempo fa da quel precursore dell’Illuminismo che è stato Erasmo col suo Elogio della follia.
Del resto, la Chiesa cattolica non è certo dimentica dell’eredità Paolina: “Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? …la pazzia di Dio è più saggia degli uomini…Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti” ( 1 Corinzi, 1, 17-27). E’ quindi portata ad accogliere, pur con le debite cautele,  una dimensione visionaria quale si esprime fra l’altro nei veggenti di Lourdes, Fatima, Medjugorie e, perchè no? Verezzi; non può che accostarsi con cautela a una psichiatria che tende comunque, sia nei suoi orientamenti biologici che in quelle umanistici, a dare al mondo della follia una qualche chiave di lettura  razionalmente fruibile.
La concorrenza si fa particolarmente evidente con la psicoanalisi, perché essa come la religione tende a una ricerca di senso, pur se su un piano più individuale anziché collettivo. Essa anzi  in qualche modo pretende a un primato teorico fornendo chiavi interpretative dell’esigenza religiosa come nel Freudiano “L’avvenire di una illusione”, o più specificamente entrando in temi come l’esperienza mistica e il suo rapporto con la sessualità.
I due mondi convergono poi, in modo non sempre concorde, sul grande tema della colpa, sviluppato fra gli altri dalla scuola kleiniana, che in qualche modo riduce le distanze  avvicinandosi precisamente a una visione religiosa: mi sembra che il concetto kleiniano di riparazione trovi un lontano antecedente in quello di riconciliazione, anch’esso espresso da Paolo (2 Corinzi, 5, 19): “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe…”.
Penso che tutto ciò sia da tener presente per comprendere la posizione di Papa Francesco. Egli appare ben consapevole dell’intrecciarsi di due diversi paradigmi operanti nella nostra considerazione di noi stessi, e mantiene un atteggiamento saggiamente prudente e possibilista, anche se certo non può rinunciare al primato del paradigma di cui è massimo esponente: rivolgetevi pure allo psicologo o allo psichiatra, ma prima alla Madonna.


2 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Il rapporto tra spiritualità e psicologia è sempre stato complesso.Ma,è proprio questa“complessità”che rende così interessante indagare il nesso che sussiste tra psicologia e“religiosità”.Da psicologo sarei tentato di enfatizzare l’aspetto più propriamente psichico,per trovare in esso tutti gli strumenti necessari per favorire lo sviluppo di una persona.Tuttavia,non posso ignorare che è la“complessità”a qualificare la persona che non si può“comprendere”confinandola dentro il recinto esiziale dei dogmi logici o metafisici.Faccio appello alla tradizione giudaico-cristiana perché è di questa che sono imbevuto o“saturato”,per sottolinearne una caratteristica affascinante,che è la ricerca della“verità”.Non la Verità del Cristiano che crede in una religione rivelata.Mi riferisco,in senso più lato,alla persona che“cum timore et tremore multo”agogna una“verità”.La ricerca spesso spossante,della“verità”equivale,forse,di per sé ad un”attitudine religiosa”o,meglio,spirituale o mistica.Anche la psicologia,ha in sé una sua“mistica”:ho sempre visto lo studio della psicologia umana,come il tentativo(professionale?Spirituale?)di chi è alla ricerca(attraverso”metodi rigorosi”)di un senso nella vita,vale a dire che in ambedue i casi,in quello più propriamente spirituale e in quello più strettamente psicologico,si sente il bisogno di cogliere,ciascuno con gli strumenti che sono propri dei rispettivi campi di appartenenza,l’effettivo significato dell’esistenza,il desiderio di dare il giusto rilievo alle cose che contano veramente e senza farsi schiacciare dal peso delle futilità“imposte”dall’ingranaggio sociale.Sfuggire“l’inquietudine del vano desiderio”,“dare un senso alla vita senza rischiare la follia”,liberarsi dai palliativi chimici o“culturali”.Insomma,sussiste quasi un obbligo interiore a guardare al di là dei modelli o delle ideologie più comuni per andare oltre le “mistificazioni della massa”.Condivido l’idea che qualunque individuo sia depositario di un“sentimento religioso istintivo”o più banalmente,inconscio.È intrigante l’idea che il“sentire religioso”possa rappresentare un aspetto innato della psiche,quindi qualcosa di più remoto dell’inconscio.Ma come tutti gli“istinti primordiali”non si può escludere che lo stesso sentimento possa essersi forgiato attraverso lo sviluppo dell’apparato psichico affinatosi in milioni di anni di evoluzione.Ciò vuol dire che la dimensione psichica non può trascurare il carattere“spirituale”dell’essere umano.In fondo,anche gli Apostoli invitano i cristiani a rendere la loro vita un atto di culto a Dio,quindi ad accedere ad una visione unitaria della realtà tutta intera,sottolineando che non vi è soluzione di continuità nel tessuto della vita quotidiana.Pensiamo al fenomeno della vocazione religiosa.Esso rappresenta,secondo me,un punto di sintesi efficace tra la psicologia umana e l’aspirazione alla trascendenza intesa come elevazione al divino o come stimolo ad andare oltre la finitezza del proprio Sé.Guardiamo alla condizione del “vocato/a”in stato di“confusione”o di dubbio vocazionale che equivarrebbe a“sapere”se l’immagine di Dio attivata dentro di sé è“corretta”cioè è veritiera (il dubbio vocazionale).Il paradosso è che nemmeno Dio fornirebbe ai“chiamati”la sicurezza di una“realtà oggettiva”;la Sua non è la profezia di un“mondo indipendente”,ma un abbozzo di ciò che può essere realizzato con l’immagine e nell’immagine di Dio così come viene percepito da ciascun individuo con la sua personalità unica e indivisibile.Notiamo:se la“rivelazione divina”,possedesse i crismi dell’oggettività l’uomo si sottrarrebbe a qualsiasi responsabilità personale,sarebbe un semplice esecutore passivo della volontà dell’“Altro”.Persino il soprannaturale sembrerebbe non dispensare donne e uomini dal correre in piena libertà,cioè anche il divino non può prescindere dal“rischio dell’impegno”:tutto ciò che sappiamo è che nella vita come nella“ricerca di Dio”,non ci sono garanzie di successo;possiamo soltanto “giocarcela”.Con la certezza che l’unica mossa vincente nel“gioco”bello e terribile della vita è“giocare”,cioè avere il fegato di agire.Vista in questi termini,persino Dio non è un’istanza morale(Egli non impone nulla);Dio è una“necessità etica”(ti lascia la possibilità di scelta,ti rende responsabile dei tuoi pensieri e azioni).Mi piace l’idea di questo individuo libero(persino dall’appello divino)visto nel suo“essere nell’esperienza”e non quindi come Schiavo dell’onnipotente,né vittima delle proprie psicodinamiche o dei propri conflitti inconsci, o di esperienze psicosessuali precoci di freudiana memoria ovvero succubo delle proprie“passioni”(ossessioni e compulsioni).Il nostro“aspirante religioso”,diventa metafora dell’individuo che è“chiamato”,a rispettare il proprio disegno esistenziale:egli è“potenziale”ancora non attualizzato,che dunque manca di qualcosa.Egli è“un’essenza entelechica”,cioè una realtà che si evolverà in vista del fine che ha iscritto in sé stesso,predeterminato,potremmo dire,e quindi diventa irrinunciabile il suo conseguimento. Se al termine“religiosa”sostituiamo semplicemente il termine“umana”notiamo che ogni vocazione(umana),intesa come il riconoscimento del proprio Sé,l’attuazione di un’innata tendenza all’autorealizzazione conscia della propria personalità,altro non sarebbero che il compimento del proprio“destino”.Ancora una volta occorre la vitalità dell’uomo al compimento di sé e non la sua rassegnazione inconcludente all’ineluttabilità del fato.“Compiere il proprio destino”significa che l’individuo ha la piena ed esclusiva responsabilità di individuare e realizzare un piano,una strategia rivolti allo scopo preciso di attualizzare,concretizzare la propria essenza qualunque essa sia e nonostante i condizionamenti provenienti dagli“Altri”,dalla famiglia,dalla società,dalla cultura.Non c’è qualcosa di spirituale in tutto questo?

  2. marco borreani ha detto:

    Perché la Madonna? Perché la chiesa nasce dopo l’annunciazione a Maria la quale accetta una proposta inverosimile per pura fede, ma in qualche modo sa che se non sostiene la parola di Dio se non gli da concretezza le parole sono solo parole , il ragionare e puro e semplice dire anche se raffinatissimo e forbito si rimane nella cultura dei farisei E’ la tesi di Ratzinger nel testo di mariologia La Figlia di Sion .La parola incarnata è la parola della verità, dell’indimenticabile del non godibile di Dio.
    La rivoluzione tesa a sconvolgere i sapienti è il corpo da cui la vita viene , il silenzio in cui si forma e la carnalità dell’origine del pensiero .l a donna (o chi per essa) si cura di tutto ciò che riguarda il corpo nutre , lava, massaggia, accarezza, tiene stretto a se la Donna è ciò che da alle parole la carnalità le rende piene , sa che le parole provengono dalla bocca che si muove non solo dalla mente che li produce , ma sa anche che a sostenere le parole è un certo godimento e che ha una sua logica particolare che fa si che ad esempio il papa si vesta in modo così strano per presentarsi al mondo , perché questo ? La risposta è nel sapere della donna e se non se ne sa si può fare il filosofo e molto altro ma non certo lo Psicoterapeuta. Giustamente il Papa dice che loro ne sanno molto sul godimento della donna e richiedono a chi vorrebbe “curarli” di mostrare quanto ne sa lui , ma il godimento non si può mostrare lo si mette in atto si sa che c’è e basta. Ciò è evidentissimo specialmente quando si è soli a scrivere lo dimostra il fatto che si parla a chi non c’è , per cui l’unico destino è un “resto” di non godibile perenne che è quello che il papa definisce il sapere della Madonna o se si vuole il godimento della donna.
    La Psicoanalisi si guarda ben dal dare un senso alle cose perché punta al sapere ovvero io so guidare la macchina , so fare il polpettone so che c’è la rimozione ecc. ma il sapere non cambia le cose ovvero la rimozione c’è sempre così come il polpettone si deve rifare ogni volta e non c’è conoscenza che tenga sul suo esito ne sapere che mi garantisca da un’incidente d’auto ………me la devo cavare con quel che so.Grazie per lo spunto di riflessione .

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