Musica

Operatori della salute mentale e musicisti. La musica aiuta a vivere

Redazione
23 Febbraio 2016
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Operatori della salute mentale e musicisti. La musica aiuta a vivere

di Stefano Balocco e Giulia Luchetta

Premessa

Stefano Balocco è un educatore professionale del Gruppo Redancia, ma è anche un musicista affermato. La musica come bene si comprende è importante per lui; è questo il motivo per cui gli ho chiesto, insieme a Luca Gavazza (dirigente del gruppo anche lui appassionato di musica), di farsi interprete della fondazione di un gruppo musicale nel quale inserire anche gli ospiti delle nostre comunità: la Pesci in Barile Band.
Ho inteso, come spesso faccio, utilizzare la sua competenza in campo musicale, ma soprattutto il suo piacere di far musica per introdurre un elemento di stimolo piacevole da donare ai nostri pazienti.
La passione quindi come elemento determinante una relazione fuori dagli schemi di una musicoterapia schematica ed infatti non si tratta di terapia, ma di utile intrattenimento.

Giovanni Giusto

La musica scorre nella vita di ognuno di noi come un fiume invisibile: colora i nostri giorni e traghetta stati d’animo, emozioni, ricordi da un lato all’altro della nostra esistenza.

Le parole sussurrate dalla mamma che compongono le dolci note di una ninna-nana, si trasformano nella sigla del tuo cartone animato preferito, poi prendono le sembianze della tua rockstar di riferimento e possono aiutarti a trovare un pezzo di identità nell’adolescenza, ti fanno ricordare quella ragazza conosciuta in discoteca, attraversano le vittorie e le sconfitte della vita, raccontano la nostra storia.

Quelle note, non sono solo colonna sonora di un’esistenza, ma un vero e proprio specchio in cui ritrovare vissuti ed emozioni disegnate sulla pelle: chiudi gli occhi, ascolta una canzone legata a un ricordo significativo e avrai il privilegio di rivivere quell’emozione dimenticata e lontana.

Detto questo, la musica non è solo un “nastro trasportatore” di ricordi ed emozioni passate, ma vive nel presente dei nostri giorni, accompagnandoli, sintonizzandosi perfettamente con i nostri stati emotivi e con le varie fasi della nostra vita.

I giovani sono continuamente alla ricerca di musica nuova, progressiva, dinamica e stimolante, la musica del “futuro” che diventa trend e contamina la moda, gli Hippies della fine degli anni sessanta si sono trasformati nei Punk degli anni settanta e poi nei Dark, nei Metallari e Paninari degli anni ottanta, poi la generazione grunge degli anni novanta e i Rappers del nuovo millennio fino ad arrivare agli Hipsters e alla musica elettronica in tutti i suoi sotto generi che rappresenta la moda di oggi giorno.

Musica del “gioco” per i bimbi, del “divenire” per i giovani, musica del ricordo per gli anziani, note che si tramutano in modi di vestire, di riconoscersi, di parlarsi, di capirsi, di scontrarsi, di unirsi o isolarsi, che ci ricordano chi siamo e chi siamo stati o che lasciano intravvedere chi saremo.

Non so se la musica salva davvero la vita, di sicuro è un supporto, ci fa sentire meno soli, ci aiuta a entrare in contatto con le nostre emozioni, a stare con gli altri e a riconoscerci.
Può funzionare come un minimo comune denominatore: attirare tante identità diverse in un unico risultato che le definisce tutte, trasformandosi in uno strumento di coesione: basti pensare all’effetto dell’inno prima di una partita della nazionale, magari non fa vincere la partita ma ci rassicura e ci fa sentire forti ricordandoci chi siamo e da dove veniamo.

La suggestione della musica e del suono può sicuramente agevolare il benessere delle persone: nel caso della musicoterapia, per esempio, creando nuovi linguaggi e modi alternativi di espressione e comunicazione in pazienti affetti da patologie che limitano o escludono la possibilità di interagire con l’altro, come l’autismo o gravi forme di ritardo mentale.

La musica suonata, cantata, danzata rompe le barriere e i pregiudizi, si declina nella realtà del momento e diventa un canale attraverso il quale ognuno può essere, o imparare ad essere, se stesso, regalandosi la possibilità di entrare in contatto e condividere emozioni e parti di sé che difficilmente affiorano nella vita di tutti i giorni.

La musica scritta e composta poi richiede un grande esercizio di auto analisi, tradurre un’emozione in musica necessita una certa consapevolezza di quello che avviene dentro di noi, occorre conoscersi e non avere paura di ciò che il momento di ispirazione è andato a scovare.

Facendo così si libera un’emozione, tramutata in una sequenza di note e parole scelte per riprodurla il più coerentemente possibile in una danza di assonanze e dissonanze, pause, forte, piano, il tutto misurato nel tempo, che nella musica scritta si declina in spazio, quasi come se dentro una canzone ci fosse una vita intera con le sue armonie più o meno orecchiabili, i suoi ritmi, il suo inizio, i suoi ritornelli, la sua fine.

La Dr.ssa Luchetta è stata mia allieva al corso di laurea in Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, ma è una Valente violinista che ha messo a disposizione la sua competenza musicale per i pazienti della CT a trattamento estensivo Skipper di Masone.

                                                                      Giovanni Giusto

Mi viene spontanea una duplice riflessione, da due punti di vista diversi ma a mio avviso non inconciliabili: quello da musicista, plasmata da severi insegnamenti del Conservatorio, e quello da giovane operatrice in formazione.

Come violinista “addestrata” da studi metodici ed esercizi, penso che la musica possa essere percepita a livelli diversi e in modo differente a seconda dell’orecchio che la ascolta. Un orecchio inesperto sente un brano musicale per lo più attraverso canali ancestrali, immediati, istintivi, emozionali; chi è del mestiere, invece, tende ad utilizzare prima canali più razionali, dettati da regole e metodologie apprese ed esercitate nel tempo, di solito “vede” la musica su un piano estetico-tecnico e, di conseguenza, formula nella propria mente un “giudizio”.

Ciò non significa che il musicista non percepisca emotivamente un brano, anzi, ma a mio avviso resta tendenzialmente influenzato nel pensiero dalle proprie conoscenze teorico-pratiche, dalle quali non sempre è facile liberarsi per abbandonarsi meglio agli effetti della musica.

Ritengo che l’orecchio, comunque, possa essere allenato, affinato, anche semplicemente attraverso un ascolto costante e guidato di brani musicali di diverso tipo, non solo a scopo didattico o culturale, ma soprattutto per potenziare il beneficio dell’ascolto, poiché credo che conoscere e comprendere la musica nella sua struttura e forma (anche a livello basico) possa aiutare a coglierne i significati e le sfumature.

Per questo penso che, da operatrice che ascolta musica insieme agli ospiti della comunità, non sia da sottovalutare né l’aspetto emozionale, l’impatto emotivo, né quello della comprensione dei brani scelti.

Noto, però, che spesso i pazienti, ancora prima che io racconti loro qualcosa in merito al pezzo ascoltato, verbalizzano spontaneamente le loro impressioni, si scambiano pareri tra loro e cercano insieme di cogliere i possibili significati di quello che hanno sentito.
Ogni volta che ascolto musica con gli ospiti imparo anch’io, grazie a loro, a scrollarmi un po’ di dosso il velo estetico – tecnico del musicista e a concentrami più sul flusso di sensazioni che circolano da una persona all’altra durante e dopo l’ascolto, a condividere il piacere della musica, magari imperfetta, ma proprio per questo a volte ancor più densa di emozioni.

Noto anche che non ho bisogno di spiegare molto ai pazienti rispetto alla musica che ascoltiamo, perché in realtà, come loro stessi mi dimostrano, è un linguaggio e uno strumento di comunicazione universale, che arriva anche dove non ci sono conoscenze di base, dove non esistono parole che possano sostituire o spiegare il potente e viscerale messaggio dei suoni.

George Gershwin considerava la musica come una sorta di “scienza delle emozioni”, mi piace pensare che possa essere così, che le note, le pause, il ritmo, l’intensità, i “colori”, siano tutti elementi che, se ben combinati insieme, creano un equilibrio (quasi) perfetto.
Non so se la musica ci salvi la vita, ma credo che sia una parte intrinseca dell’esistenza di tutti noi, volenti o nolenti, e che, se abbiamo la possibilità di fruirne, ci aiuti a vivere meglio e ci avvicini ad una misteriosa armonia universale.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    È vero come dice il Prof. Giusto che la musica è sostanzialmente “intrattenimento”, ma in certe circostanze può trasformarsi in qualcosa di più significativo, secondo me.
    Mi è capitato spesso di utilizzare delle canzoni “moderne” nel corso della conduzione di certi gruppi “tematici” che ovviamente non hanno pretese “psicoterapeutiche”, ma che si spera abbiano almeno delle ricadute psicologiche positive. E la musica e certi testi musicali ho notato che servono meglio ad “agganciare” l’attenzione di alcuni pazienti soprattutto di quelli più giovani o semplicemente più riluttanti a partecipare a queste “riunioni” dove “si parla tanto e si agisce poco” almeno nella percezione di alcuni di loro. La musica riesce col suo potere evocativo a veicolare meglio certi messaggi almeno quelli che mi propongo biecamente di proporre e che a prima vista possono apparire piuttosto astrusi e incomprensibili soprattutto a quelle persone che si ritrovano in comunità perché fondamentalmente poco propense alla riflessione e più dedite a passare all’azione tendenzialmente, per così dire.
    Recentemente ho attinto ad una canzone degli Smiths gruppo della cosiddetta “British invasion” risalente agli anni ’80, ma dotata di una bellezza e di un testo “sovrumani”, arrivo a dire. La trovate in splendida cover a questo indirizzo: https://m.youtube.com/watch?v=LDSYHLeWs_c.
    E in originale a quest’altro:
    https://m.youtube.com/watch?v=HcNCs9o-Esg, se vi va di ascoltarla.
    Si intitola “Good times for a change” (E’ il momento giusto per un cambiamento). Qualcuno la ricorderà per essere stata la colonna sonora di uno spot molto discutibile, secondo me, di una birra. Una pubblicità come molte pubblicità disegnata apposta per “trasformare il sentimento come funzione di relazione in sentimentalismo autocompiaciuto e sterile”. Apro piccola parentesi per dichiarare che trovo piuttosto ripugnante il parallelo tra la vita e la birra (“ne voglio ancora”, si diceva ad un certo punto dello spot) e ancora più discutibile l’utilizzo della canzone in questione per pubblicizzare una birra (e nonostante gli autori abbiano dato il consenso, ma questa è altra storia). Perchè sarebbe come utilizzare l’Infinito di Leopardi per pubblicizzare le mirabilie di un apparecchio acustico per sentire meglio: mi immagino la malcapitata affetta da ipoacusia che grazie alla straordinaria amplificazione acustica dello strumento in dotazione con espressione giuliva e un pò beota racconta che “ode stormir il vento tra le piante” e va “comparando persino questa voce all’infinito silenzio”. Potenza della “tecnologia”! Veramente indegno! Spero che a qualche industria del settore non venga mai in mente una simile balzana idea, sebbene l’Infinito di Leopardi sia veramente troppo “vasto” persino per i più trasgressivi dei pubblicitari, forse.
    Comunque, ritorno agli Smiths e a quella canzone che risuona come una straziante e genuina preghiera in cui con voce e chitarra (e un finale di mandolino spiazzante) – Morrissey e Johnny Marr – danno vita ad un componimento che in realtà, durava effettivamente quanto uno spot: centodieci secondi. Anomalo per una canzone che mediamente dura 3 minuti. “Probabilmente, i centodieci secondi più commoventi della storia del pop”, qualcuno ha scritto.
    “Please Please Please Let Me Get What I Want, this time” (Per favore per favore per favore Lascia, lascia, lascia che io ottenga ciò che io desidero, questa volta). Spicca una sensazione di inappagamento eterno, di incompiutezza e di dolore struggente e indicibile.
    Sembra il monologo interiore di chi non ha più voce, soffocata dalla continua speranza rivelatasi sterile perché sostenuta unicamente da semplici implorazioni al nulla. E se è vero che per avverarsi un desiderio, o per realizzare un sogno non sono sufficienti le parole, è anche vero che non basta rivolgere gli occhi al cielo “So for once in my life/ let me get what I want/ Lord knows it would be the first time” (“Per una volta nella mia vita/lascia che io abbia ciò che desidero/ Dio solo sa che sarebbe la prima volta/”).
    Poi sembra avvenire uno scatto e quest’uomo che sembrava fuori controllo schiavo quasi degli eventi “See, the life I’ve had/ Can make a good man bad/” (Vedi, la vita che ho vissuto/Può rendere un uomo buono, cattivo) “decide” che è giunto ad un punto tale che it’s “Good times for a change” (E’ il momento giusto per un cambiamento) un cambiamento che ora si rivela obbligatorio quasi, indispensabile e indifferibile se vuole realizzare “ciò che è inscritto dentro di lui” e a cui in un certo senso non può sottrarsi. E’ davvero triste per non dire crudele continuare nella vita a bramare perennemente e profondamente qualcosa, sentire che siamo “mancanti”, ma non saper esattamente quale sia l’oggetto del nostro desiderio condannandosi perciò stesso a non realizzarlo mai. La stessa angoscia di chi vive continuamente con la sensazione di aver sempre dannatamente dimenticato qualcosa un momento prima: non sai nemmeno cosa ti sei lasciato dietro di te! Alla fine, struggersi tutta la vita “nell’inquietudine del vano desiderio”, questo è il rischio. “Avrei voluto/avrei dovuto/Avrei potuto/. La mia vita un’occasione mancata!” Il condizionale passato il tempo dei depressi o se volete dei perenni sconfitti o dei “predestinati” o che tali si sentono.
    Ma ecco che accade qualcosa e assistiamo al passaggio da una “sospensione” colma di prostrazione e vana speranza “Haven’t had a dream in a long time” (Non ho avuto sogni per lungo tempo) ad un momento in cui il protagonista la smette di compatirsi e di trincerarsi dietro le cose brutte che gli sono capitate nella vita “the life I’ve had/ Can make a good man bad” (la vita che ho vissuto/Può rendere un uomo buono, cattivo) e non dà semplicemente sfogo al proprio risentimento e desiderio di vendetta, non si arrende “all’ingiustizia” percepita, sciegliendo magari di mandare tutto in macerie autodistruggendosi, ma da vita ad una “visione”. Un semplice obiettivo da raggiungere indipendente dal tempo che sarà necessario per ottenerlo (il “tempo” è un concetto che nel contesto della “cura” è inutilizzabile) su cui polarizzare l’attenzione, e convogliare tutte le forze per tirar fuori tutto ciò che di buono c’è dentro di lui. È un’unica cosa il cantante chiede: che gli venga concessa questa possibilità (forse ha scoperto l’oggetto dei suoi desideri? Sa finalmente cosa desiderare? Allora, “Let me get what I want This time” (“Lascia che io ottenga ciò che io desidero”). Ma questa volta non è un’invocazione al nulla o “all’Altissimo”! Questa volta sa di poter contare su se stesso. Perché adesso l’invocazione potrebbe così “risuonare”: “Lascia che sia io ad ottenere ciò che io desidero!”. La differenza è sottile oggettivamente, ma in questo caso sembra non più riecheggiare l’aspettativa di chi può soltanto sperare che “qualcun altro” gli faccia una “gentile concessione”. Adesso è la preghiera di chi sta invocando l’unione di tutte le proprie forze affinché convergano per raggiungere uno scopo preciso. E’ un richiamo a se stesso e alla propria responsabilità, in definitiva.
    Era di questo che volevo parlare a quei pazienti sui quali incombe spesso un senso di tragica fatalità, di ineluttabilità del destino. Molti di loro che si sentono dei “predestinati”, che credono che nulla più si possa fare per riparare agli errori commessi volevo che assistessero alla “musica” di chi sta compiendo un personale viaggio tra ciò che era, ciò che è, e ciò che vuole “essere”, finalmente. Non so se ci sono riuscito, oggettivamente! Ma almeno sono rimasti ad ascoltare se non altro per la curiosità di capire dov’è che volevo andare a parare. La musica come le parole (alcune, almeno) questo hanno in comune, probabilmente: che si svelano alle persone come “momenti inattesi e abbaglianti ” emersi all’improvviso per illuminarti in un viaggio che non avresti mai immaginato di poter ancora intraprendere.
    Le persone a volte parlano in musica o semplicemente utilizzano la musica delle parole per inviarti messaggi “provvidenziali al momento giusto”. La musica come le parole forse non ci salvano la vita, ma siccome non siamo qui per salvare nessuno almeno possiamo sperare di dare a questa vita la “giusta” svolta, sebbene musica e parole possano capitare in un momento in cui non siamo ancora completamente pronti o siamo troppo ingenui per comprendere la “necessità del viaggio”.
    Qualche giorno fa ho chiesto ad un giovane paziente che sta tentando di uscire da una vita di tossicodipendenza di ascoltare la “Variazioni Goldberg” di J.S. Bach. Proposito temerario e illusorio forse soprattutto se pensiamo che questa persona è uno sfegatato cultore del rap oltre che buon freestyler, ma più che altro molto identificato con la cultura underground hip hop più in generale. I suoi testi preferiti trattano come da copione di malavita, violenze, lotte fra bande, spaccio di droghe e microcriminalità e amori tormentati. Non mancano i simboli di ricchezza ed elevazione sociale come il denaro, i gioielli, auto di lusso, e abiti firmati. Sono i temi della sua vita, la musica delle sue esperienze o delle sue aspirazioni, anche
    A primo acchito la sua reazione iniziale è stata dominata dalla perplessità e dal sarcasmo (si è fatta una gran risata dinnanzi all’insana prospettiva) mista ad un inconfessato timore di doversi confrontare con un autore così lontano dai suoi gusti personali e per di più classicamente aulico. Inoltre, penso che temesse di apparire un “secchione” cioè paventava che accostarsi a certi ritmi potesse sminuire agli occhi dei compagni questa sua immagine di duro e di sbruffone che propone spesso all’esterno. Poi sempre con il sorriso ironico stampato sul volto ha cominciato a dirsi possibilista. Forse il gusto della sfida, forse il timore di dispiacermi, forse intrigato dalla scoperta che Le Variazioni Goldberg fossero incluse nella colonna Sonora de “Il Silenzio degli innocenti” film che ha molto amato per certe visioni “splatter” che evoca, lo hanno convinto ad accettare questa proposta di ascolto. Lo scopo non è certamente quello di fargli amare Bach o la musica classica in generale. Lo scopo sarebbe quello di offrirgli un altro punto di vista (musicale) ovvero “Le variazioni sul tema della vita personale”. La musica della propria vita si può suonare in molti modi diversi! E il risultato può essere sconcertante e comunque non è così scontato. Attraverso l’ascolto di un genere musicale così distante da lui pian piano fargli provare il “gusto del cambiamento” personale. Fargli prendere una “vacanza da se stesso”. “Uscire dalla propria musica” (quella che gli ha saturato le orecchie) il tempo sufficiente ad aiutarlo a guadagnare il giusto distacco dai problemi che lo hanno afflitto fino ad oggi. Capire che esiste un’altra “musica”, per uno ancora troppo immerso, anzi troppo identificato col dolore patito, deve essere un bel salto perché significa cominciare ad apprendere che si può guardare diversamente a se stessi e alla propria vita, significa assumere un’altra prospettiva, differente da quella solita tipica di chi profondamente si crede un “predestinato” dominato dalla cattiva sorte o dalla “cattiva famiglia” di turno. Non essere più il problema, ma quello che lo risolve, in definitiva. Comprendere che si può persino dirigerla la musica e non soltanto sentirla passivamente. Dunque, esercizio di “responsabilità musicale personale”, velleitario, forse, e vanaglorioso pure! Ma non si sa mai! E male, di sicuro, non gli fa! Vi aggiorno sugli sviluppi generati dal caro vecchio J.Sebastian, eventualmene!

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