Attualità

O.P.G., CARCERE, R.E.M.S., clienti involontari in comunità terapeutica: quale futuro?

Federica Olivieri
27 Gennaio 2015
1 commento
O.P.G., CARCERE, R.E.M.S., clienti involontari in comunità terapeutica: quale futuro?

O.P.G., CARCERE, R.E.M.S., clienti involontari in comunità terapeutica: quale futuro?

di Piero Gianotti

“Le comunità terapeutiche non sono programmi di trattamento statici, ma organizzazioni o elementi di organizzazioni che hanno un continuo processo di adattamento in risposta alle circostanze interne ed esterne “                                    (Jones, 1997)

 

L’incontro in Comunità con il paziente autore di reato mi ha esortato a diverse forme di pensiero e approccio sia in merito alla presa in carico, così come al successivo trattamento/progetto terapeutico.

Il paziente autore di reato accede alla Comunità come “cliente involontario”, in una condizione di contenimento oltre che di contenzione, di cura oltre che di assistenza, di scelte oltre che di norme. Inviato da un’Istituzione “altra”, non specificamente sanitaria (Magistrato di sorveglianza, O.P.G., Amministrazione penitenziaria, società), con prescrizioni legali e/o obbligo di cura, porta con sé motivazioni ed aspettative difformi dalle ordinarie e di difficile identificazione.
La Comunità si presenta come alternativa a rigidi contenitori strutturati su esigenze detentive (carcere o dell’OPG), come un contenitore più elastico, che, sebbene mantenga prerogative di contenimento, appare comunque più idoneo, privilegiando le esigenze terapeutiche del soggetto che si appresta ad intraprendere un percorso che presuppone l’esistenza di disturbi e bisogni dei quali può essere non consapevole o non accettare come propri.
Nell’ impostazione di un’alleanza terapeutica si deve tener conto di questi fattori, tentando di individuare le motivazioni del paziente al percorso comunitario, così come i possibili benefici secondari dell’essere in Comunità, dalla consapevolezza del suo bisogno di cura fino al livello di coscienza di malattia, imprescindibili per poter pensare e mentalizzare alcune questioni e dinamiche fondamentali per la direzione della cura, al fine di realizzare un progetto terapeutico che risponda agli effettivi bisogni del paziente, il più possibile personalizzato, all’interno di un quadro di riferimento che tenga conto delle risorse disponibili, della loro equa distribuzione e delle priorità che vengono stabilite di volta in volta con e per il paziente.
Un secondo aspetto fondamentale in questa prima fase di accoglienza è non trascurare la presa in carico dell’Istituzione inviante, riconoscendo e rispettando le regole giudiziarie del caso, come una sorta di psychiatrie de liaison, attuando cioè gli interventi all’interno di una rete che impone il collegamento e l’integrazione tra micro e macro dimensioni: il paziente, la famiglia, la società, l’Istituzione con e tramite la Comunità. Il lavoro mio e delle équipe, non si esaurisce all’interno della struttura, ma ci troviamo ad operare con altre équipe all’esterno ed all’interno dell’istituzione il più possibile in sinergia, favorendo il programma di reinserimento sul territorio e la continuità terapeutica del paziente, destreggiandosi tra i bisogni e le potenzialità del “cliente” e quelli della “collettività”, tenendo conto delle limitazioni istituzionali del mandato e degli obiettivi sia di trattamento, sia di sicurezza richiesti per questo tipo di pazienti. Si aggiungono ormai sempre più frequentemente i casi di pazienti di diverse nazionalità e realtà sociali, per i quali il lavoro in rete diviene ancora più difficoltoso, non solo per la non presenza della famiglia di origine, ma anche per le differenze culturali e la stigmatizzazione sociale di questi soggetti.
Gli autori di reato che incontriamo nelle nostre realtà variano da soggetti che hanno compiuto reati particolarmente efferati, anche con valenza sessuale, sintomatici di gravi patologie mentali, a soggetti responsabili di reati “minori”, contro il patrimonio o lesioni personali lievi, connessi ad una storia di tossico e/o alcool − dipendenza, di sieropositività, di disabilità mentali, ad altri, in una percentuale tutt’altro che irrilevante, portatori di disturbi di personalità, che si caratterizzano per un insieme di reticenza alla richiesta di aiuto, non consapevolezza dei bisogni di cura e la tendenza egosintonica al passaggio all’atto auto/etero diretto data la difficoltà di verbalizzazione di angosce insostenibili.
Ciò non può prescindere dal considerare l’impatto emotivo che questi pazienti possono avere all’interno dell’équipe di lavoro; di fronte al reato, si attivano vissuti molto intensi, come accade ogni volta che le persone si confrontano con esperienze estreme, dolore, paure, morte. Di fronte a pazienti di questo tipo si innescano all’interno del gruppo di operatori dinamiche e risposte interiori, da strategie di evitamento, all’allontanamento, dall’umana pietas alla collusione, che devono necessariamente riuscire ad emergere per poterle “analizzare” e unitamente per poter gestire alcuni spunti come “nutrimento” per il gruppo, per una crescita personale e professionale degli operatori. Importante la condivisione di differenti codici professionali ma anche etici, a cui occorre far riferimento ed attenzione. “Il codice etico o morale, non scritto ma interiorizzato, induce l’operatore a porsi di fronte al paziente partendo dalla propria scala di valori, dal personale sentimento del giusto e dell’ingiusto, fino al riprovevole. Tutto questo influisce sulla relazione operatore-utente, agevolando o contrastando la costruzione della relazione terapeutica” (Randazzo).
Fondamentale restituire all’autore di reato una dignità e una storia al di là della diagnosi e del reato. In quest’ottica il paziente deve passare da “oggetto” a “soggetto”, ossia autore del processo curativo, prospettando l’adesione al progetto terapeutico, che, grazie alla “progressiva consapevolezza del proprio disagio e degli effetti prodotti sugli altri dal proprio modo di essere, gli permetta di sviluppare nuove e responsabili strategie di adattamento alla sofferenza interiore, non più dominate dall’azione o dal ritiro, ma dal pensiero e dalla verbalizzazione per raggiungere un grado di funzionamento migliore a livello sia personale, sia interpersonale, sia degli intersistemi” (Jutta Birkhoff).
A tali fini ci affidiamo ad un intervento multidisciplinare, di concezione bio-psico-sociale, frutto dell’integrazione delle diverse figure professionali, ma che fondamentalmente si concretizza in un’ottica che differisce sensibilmente da quella degli ambienti detentivi in quanto al soggetto non si chiede unicamente di “non fare” qualcosa, non ci si pone in una funzione esclusivamente normativa e sanzionatoria, ma anzi gli si prospettano attività fatte di parole, di pensieri ed azioni, in cui egli può esprimere e proiettare le parti anche più distruttive e negative di sé, in un ambiente disposto a contenerle e a cercare di collocarle in una dimensione più accettabile sia per se stesso, sia per gli altri. Ciò pensiamo sia fondamentale perché il soggetto autore di reato possa passare da “cliente involontario”, che si muove sul continuum compreso tra richiesta di uscire e richiesta di aiuto, a soggetto partecipe del suo percorso, abbandonando meccanismi di difesa e dinamiche stereotipate, consolidate negli ambienti custodiali (tendenza a simulare o dissimulare aspetti patologici, strategie di strumentalizzazione e manipolazione, passaggio all’atto…).

 



Una risposta.

  1. marco borreani ha detto:

    Non ho certo l’esperienza clinica specifica dell’autore dell’articolo ma approfitto dello stimolo e dello spazio reso possibile per partecipare alla discussione sulla base,ovviamente delle mia esperienza. Ciò che mi sembra d’aver capito con questi ospiti è che incontrandoli ci si imbatte ,ci si deve confrontare con una sorta di ribaltamento dell’azione clinica classica perché mettono in forte crisi il rapporto causa-effetto che regge il piano simbolico, metaforico quello della parola mediatrice. E’ un principio, quello di causalità della ragione che rende la “parola” lo strumento clinico più frequentato e più usato nella Terapia, perché è quello che ci garantisce un possibile controllo e l’amministrazione progettuale dell’angoscia attraverso appunto il rapporto tra un effetto il sintomo e la spiegazione-ricerca della possibile causa .
    Ma se questo strumento “balbetta”, se questa possibile correlazione ,rassicurante, tra comportamento e causa non funziona più bene, all’interno del discorso si apre lo spazio alla “paura”, alla preoccupazione ansiogena, che si legge facilmente sul viso dei colleghi , perché non si comprende bene come e dove sia la causa che spinge a reazioni così esplosive , agite in modo concreto e dannoso sugli altri . Il tutto della preoccupazione rimane implicito nel saper che le parole, che reggono tutta la rete delle regole, non bastano e ci sembra di aver perso lo strumento principale di contenimento. Questa difficoltà a comprendere cosa e come si rapportano con l’oggetto ne fa una categoria a parte : “gli autori di reato” quelli del’“OPG” , i clienti involontari, terminologia che denuncia l’esistenza di un (?) e ne fa dei “casi”, cioè fanno pensare……
    Però sono sempre Pazienti perché rimangono in C.T. godendo dell’ambiente Terapeutico frutto della continuità della relazione anche concreta della quotidianità, e lo fanno anche in un modo molto particolare. Solitamente innescano la loro presenza attiva partendo dal piano principale del contingente ,dell’occasione immediata , prendono al volo le opportunità “terapeutiche”: una piccola ingiustizia,una differenza minima di trattamento , il tono della risposta, ecc traducendole in Ira .La veemenza verbale, gli insulti , le provocazioni , ecc con cui attaccano l’operatore non puntano mai al senso delle parole , ne al significato del discorso ,qualunque parola offensiva e qualunque operatore va bene per provocare perché essi puntano diritti alla relazione d’oggetto, a quello che gli mancherebbe……. per tanto la risposta deve essere data sullo stesso piano , con la stessa logica cioè sul lato non-verbale della parola. E’ una modalità davvero singolare urlare minacciare per far intendere che vogliono in modo preciso qualcosa che non sanno cosa è e non solo non lo sanno, ma neanche vogliono gli sia detto pur sperando che l’Altro tenga, temono che l’Altro ceda che non sia in grado di reggere. Ma non vogliono una risposta di spiegazione, non vogliono -sapere il perché delle cose – ma imparare a -saperci fare con le cose- , non gli importa -cosa fare- ma -come si fa nel contingente- , accettano anche i “limiti alla soddisfazione immediata” (la Castrazione nel simbolico) ma solo da chi sa gestire le emozioni forti e negative e accettano la Terapia solo se ci si guadagna il rispetto (il Transfert nel Reale) senza mai dargli il senso di perdere la direzione della cura cioè la strada da percorrere,…….
    Un caro saluto da Marco Borreani

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