Attualità

Nostalgia. E la nostra storia diventa terapia

Piero Gianotti
19 Giugno 2018
1 commento
Nostalgia. E la nostra storia diventa terapia

Commento all’articolo apparso su La Repubblica, il 12 giugno 2018

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini   per raccogliere la legna e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

Antoine da Saint-Exupèry

Il termine nostalgia deriva dal graco “nostos” (ritorno) e àlgos (dolore) ed è entrato nel vocabolario europeo solo nel XVII secolo: era riferita a coloro che erano costretti all’arruolamento come truppe mercenarie: “nostalgia” era la designazione dotta del “dolore per la lontananza da casa”, stato che talvolta portava i soldati alla morte. Nostalgia nasce come una patologia, in seguito, grazie alle poesie di Baudelaire, ha cominciato a essere interpretata sotto una luce diversa.

La nostalgia si può descrivere come uno stato d’animo corrispondente al rimpianto malinconico o al desiderio acuto di qualcosa, qualcuno o una situazione trascorsi, passati, lontani, spesso stimolata da emozioni forti, in momenti di estrema felicità o tristezza. La nostalgia torna a galla per ricordarci che abbiamo un passato e che quello che abbiamo vissuto ha avuto senso per noi. Non si tratta di una debolezza, ma di una risorsa: “Le persone nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare della vita un percorso compatto”.

Sentire un profumo, una canzone o rivedere una vecchia foto, fa emergere ricordi ed emozioni che si pongono come un ponte tra ciò che eravamo e ciò che siamo, regalandoci la sensazione che la vita ha avuto un percorso sensato, carico di esperienze ed emozioni, nel bene e nel male.Gli episodi che ci hanno salvato nel passato ci danno forza per affrontare presente e futuro.

Conoscere gli errori di ieri è prezioso, come è importante che restino le tracce di chi abbiamo conosciuto, amato o odiato.Ha senso parlare di “potere terapeutico” della nostalgia se a provarla sono persone capaci di ripercorrere a ritroso la vita, attribuendo ai ricordi il giusto valore, quando il desiderio inappagato di ritornare, fa emergere il desiderio di vivere ancora più intensamente il presente e immaginare un meraviglioso futuro.

La nostalgia come una spinta emotiva a costruire un futuro partendo dalle fondamenta del passato e quando i pensieri riportano ad eventi tristi, traumi, anche in quel caso  il passato va rielaborato. Non è possibile cambiare quanto accaduto, ma bisogna ripartire da lì per costruire qualche cosa.

È necessario conoscere anche un passato doloroso e traumatico per fare luce sulla propria esistenza.

Quando la nostalgia si fa dolorosa e bruciante, si accompagna a depressione e ad angoscia, diventa espressione di uno stato d’animo logorato dalla tristezza, o quando si vive in un costante passato non riuscendo a godere il presente, togliendo preziosi spazi mentali, in questi casi la nostalgia si può trasformare in patologia.

Questa paura di restare intrappolati nel passato, la non accettazione di dolori e traumi, tipici di una società proiettata sempre verso il futuro e che non ammette pause oziose di alcun genere, in cui si condividono con un click icone di forza e successo per trasmettere comunque un’immagine positiva, ci costringe oggi a cacciare via una parte del nostro essere per non apparire fragili nemmeno ai nostri occhi.

Oggi viviamo in un’epoca che non accetta il dolore: quando non riesce a eliminarlo coi farmaci, elimina il malato suggerendogli l’eutanasia.

E in questa frenetica illusione di tralasciare un passato spiacevole o “non condivisibile”, di vivere un presente nell’autismo o nel narcisismo, presi da se stessi o dall’immagine che si vuole/deve dare di sé, non c’è spazio per la nostalgia, si vive senza passato e senza speranze. Fondamentale invece fermarsi, ascoltare le emozioni che un profumo, un suono, un ricordo fanno sentire, catapultandoci nel passato perché “laddove c’è un’esperienza del dolore, cresce immediatamente la percezione dell’insufficienza dei godimenti esterni, effimeri, temporanei, e cresce il desiderio di qualcosa che oltrepassi il contingente, l’abituale e ci porti verso l’infinito, alla ricerca di Dio.” (E. Borgna).

Si tratta di abituarsi a guardare a tutto ciò che accade ed è accaduto cercando di coglierne gli orizzonti di senso, di trasformare ogni esperienza esteriore in un’esperienza interiore. E proprio l’incontro con queste esperienze e dei relativi vissuti, nella stanza senza tempo, quella del tempo interiore, non misurato dagli orologi, in cui si crea l’alleanza terapeutica e dove si accoglie il dolore e attraverso il dolore si arriva alla conoscenza di sé e alla costruzione di speranze che permettono di conciliare passato, presente e futuro, con i mezzi che disponiamo, senza aver timore di sentire nostalgia di un proprio passato, affrontarne i fantasmi e seguirne i passi che hanno portato al presente.



Una risposta.

  1. P. Pisseri ha detto:

    Necessaria continuità della storia personale (non meno di quella collettiva sociale): è il tema di questo libro di Eugenio Borgna. Importante non recidere i legami col proprio passato: rischio forse più presente oggi, quando l’accumularsi di stimoli eterogenei e nuovi (o falsamente nuovi) rischia di rinchiuderci in un eterno presente scollegato da quel che eravamo e forse anche da una progettualità.
    Anche per questo offre un utile spunto il richiamo che Valeria Pini fa di Proust, riportandoci alla dimensione storica della nostalgia: questa è certo, e fortunatamente, una permanente dimensione dello spirito, ma tuttavia credo esistano epoche la cui atmosfera culturale ne è maggiormente permeata.
    La recherche du temps perdu è programmaticamente nostalgica fin dal titolo. Ma la nostalgia è tema portante anche per l’altro grande e pressoché contemporaneo innovatore della narrativa, la cui modalità ha cambiato per sempre, sia pure diluita, lo stile del raccontare: essa, malgrado la prima apparenza contraria, va considerata realistica perché ci introduce direttamente nella realtà del mondo interno con la tecnica del flusso di coscienza che tanto ricorda le associazioni libere: del resto, Joyce ha vissuto in una Trieste da cui, tramite Edoardo Weiss, l’Italia stava per “ricevere per annessione” la psicanalisi.
    Quanto al mondo esterno, viene reso con l’attenzione a mille particolari in sé triviali che pure costituiscono il tessuto della nostra quotidianità e pure rimandano a qualcosa di generale (di assoluto? “Dio è un grido nella strada”, dall’Ulisse).
    Joyce è stato da sempre un esule volontario, quindi nostalgico, combattuto fra l’amore per la sua terra di origine, il dolore nel vederla oppressa e umiliata, l’angustia per il degrado etico e culturale.
    Nella sua opera più importante, centrale la scelta di riferirsi all’“Odissea”, cioè a un lungo ritorno intessuto di nostalgia. Di fatto, tre capitoli finali dell’Ulisse sono riuniti sotto il termine “nostos”, e uno di essi ha nome “Itaca”. Il ritorno a una patria affettiva (potremmo anche chiamarla residenza emotiva?) è espresso in questo capitolo, come in tanti altri, rifacendosi a richiami omerici ma in chiave totalmente antieroica: il ritorno a Itaca è richiamato dall’infilarsi, dopo un lungo errare nelle vie di Dublino, nel letto coniugale ( pur profanato dall’infedeltà di lei, una Penelope meno restia di fronte ai Proci): “Depositò su una sedia gli effetti di vestiario, si tolse i rimanenti effetti di vestiario, levò di sotto al capezzale a capo del letto una lunga camicia da notte bianca ripiegata, inserì la testa e le braccia nelle apposite aperture della camicia da notte, spostò un guanciale dal capo ai piedi del letto, preparò le coltri in conformità ed entrò nel letto. Come? Con circospezione, come invariabilmente faceva entrando in un domicilio suo o non suo …..”
    Ancora una volta, temi trattati in passato in contesti di prestigiosa eccezionalità vengono riproposti in termini di quotidianità persino – apparentemente – banali, e con voluta insistita minuziosità; mostrando la radice umana comune di esperienze apparentemente così difformi.
    Provocazione? Ci mostra quanto siamo diversi da allora, beninteso un “allora” mitico? Ma anche, quanto uguali ad allora? Quel tempo è passato e non torna, ma i miei bisogni sono ancora gli stessi. Forse è in questa tensione che Joyce legittimamente trova la radice della nostalgia.
    Ci troviamo ai primi del ‘900. E’ l’epoca in cui la psicanalisi invita esplicitamente a un tuffo nel passato personale; il nostos sembra dunque essere un connotato fondamentale dello spirito del tempo, zeitgeist. Forse un contraltare, un opportuno memento a un’epoca proiettata – Excelsior! – verso un futuro di progresso luminoso e inarrestabile, celebrato grandiosamente nella Esposizione Universale di Parigi.
    Siamo molto meno ottimisti di allora: due guerre mondiali ci hanno disilluso. Eppure siamo tuttora coinvolti in rapidi mutamenti che possono invitarci a risposte immediate e ariflessive: il richiamo consapevole al passato può ricostituire un equilibrio.
    Un discorso parallelo può farsi circa la prassi psichiatrica che vuole oggi proporsi come dominante: i criteri del DSM sono sostanzialmente a-storici, fondati come sono su una serie di “istantanee” di quadri sintomatici; non vi manca l’attenzione al fattore tempo, ma non si tratta del tempo vissuto, bensì di un parametro oggettivo che definisce i vari decorsi. Quanto alle terapie, vi si sono fatte strada quelle cognitivo – comportamentali, rispondenti a un modello stimolo – reazione fondamentalmente a–storico. Ciò ci ripropone il rapporto organico fra psicologia individuale, psicologia sociale, momento storico; molto opportuno anche da questo punto di vista il richiamo di Borgna.

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