Attualità

Non tutti siamo santi

Giovanni Giusto
8 Ottobre 2013
3 commenti
Non tutti siamo santi

Un motivo di (dis)accordo con papa Francesco.

Nel breve discorso a conclusione dell’udienza generale alla quale ho assistito a Roma e sottoscrivendo l’entusiasmo che il contatto col Pontefice tramite Redancia sud ha generato in tutti noi come ben ricorda Roberta Antonello, il Papa ha sostenuto un argomento classico della dottrina cattolica ovvero quella della remissione dei peccati e nel contempo quindi della possibilità di tutti i peccatori di essere redenti e in definitiva santificati (resi nuovamente santi).

La riflessione che vi sottopongo è quella della delega alla gestione della responsabilità individuale per cui a ciascuno di noi è consentito, seppur formalmente vietato, di trasgredire ai comandamenti senza doverne rispondere a sé stessi, ma ad una istanza terza che non è un giudice, ma comunque un assolutore.

Penso che questo modo di intendere l’etica personale ci porti molto lontano dal sentire le proprie responsabilità nei confronti degli altri e della società in generale e rischia di inficiare fortemente il senso civico di molti e di conseguenza la partecipazione attiva al bene comune fosse anche soltanto tener pulita una città sporca come Roma.

Una consapevolezza della colpa come qualcosa di personale, che non vuol dire che non ci sia la possibilità di riparare, ma significa la presa di coscienza della propria responsabilità relativamente a comportamenti leciti o illeciti senza la possibilità di delegarne ad altri la gestione è fondamentale a mio avviso per diventare adulti.

Non è pertanto vero che si è tutti uguali sul piano dei comportamenti e della tensione sociale ed umana nei confronti degli altri, mentre lo si è senz’altro sul piano dei diritti e dei doveri e sulla possibilità del pentimento o del ravvedimento operoso.

Certamente, IN QUESTO SENSO Papa Francesco sta facendo una vera rivoluzione nella nomenclatura ecclesiastica soprattutto quando pubblicamente denuncia i peccati dei vescovi dei cardinali e anche del Papa stesso avviando quindi una riflessione comune sulla responsabilità personale e quindi ritornando all’inizio, viva Francesco.



3 risposte.

  1. Alex ha detto:

    Sussiste una relazione tra la“dottrina cattolica ovvero quella della remissione dei peccati”,i temi classici della morale e dell’etica e le professioni di aiuto in generale?Credo che la psicologia o la psichiatria(quest’ultima non intesa unicamente come quel settore della sanità che dispensa psicofarmaci)per fornire un buon servigio debbano essere etiche, in quanto l’etica è legata al concetto di “libertà” individuale e di “interdipendenza”.Il principio della libertà di scelta e l’assunzione della responsabilità delle scelte che operiamo hanno delle implicazioni fondamentali nel lavoro psico-educativo e nella maturazione e rinnovamento della persona che necessita di aiuto.In tal senso,credo che il principio cattolico della remissione dei peccati abbia a che fare con il concetto di “morale”(con la quale si delega al principio morale la responsabilità delle azioni personali)più che con “l’etica personale”, sebbene la differenza tra etica e morale possa essere spesso sfumata. Essere etici per chiunque operi nelle professioni di aiuto significa,per esempio,non surrogare completamente l’altro nel suo processo di”formazione”;il confine tra“l’aver cura di”e il bieco“sfolgorio dell’onnipotenza narcisistica”dell’operatore può essere davvero molto sottile.Prendersi cura dell’altro non può trasformarsi allora in un’imposizione violenta della propria“intenzione di cura”,nella prepotente affermazione delle razionalizzazioni e formalismi dell’istituzione o della teoria di riferimento o in un inutile esercizio di pietismo che è a sua volta una forma di violenza(la pietà può essere l’altra faccia del disprezzo o dell’indifferenza).”L’etica”nelle professioni di aiuto”segna il passaggio da una cultura della“tutela assistenzialistica”e della“consolazione”e conservazione dei“servizi acquisiti”in cui si vive la “quotidianità”di due mondi separati(quello degli ospiti e quello degli op),legati solo da regole e valutazioni statistiche tipica della tradizionale comunità psichiatrica (in cui si rischia di realizzare un mecenatismo narcotizzante e fittizio in molti casi)ad una cultura della “individuazione”,del rilascio nella “coltura della quotidianità”di potenzialità sopite di uomini e donne con“disagi psichici”.“L’etica dell’attualizzazione”,quella in cui ognuno di noi è“chiamato”a rispettare il proprio disegno esistenziale:l’ospite di una “comunità” equivale a“potenziale”ancora non attualizzato,che va aiutato a ritrovare quel“quid”di cui è mancante.Penso al fondamento clinico di una caup in particolare(ma il ragionamento può valere per qualsiasi“comunità di accoglienza”,probabilmente)che,in virtù degli spazi più ristretti(e del tipo e gravità della sofferenza psichica),può diventare più facilmente,“luogo”dove è possibile confrontarsi,prodigarsi e produrre conoscenza tra diverse persone(e personalità diverse)e che favorisce l’incontro tra le persone residenti e gli “esperti” dell’istituzione.Questi ultimi entrano nella casa-comunità in punta di piedi,“rimangono sulla soglia”,si mettono a distanza.Mi piace l’idea che gli op., soprattutto quelli che per il ruolo che rivestono(psicologi, educatori)rimangono a contatto più stretto con i residenti di una caup-comunità,entrano nell’ottica di chi è“ospite”,a loro volta:l’op. e il residente“si fanno visita”per alcuni mesi o per alcuni anni ciascuno con le proprie aspettative e interrogativi,i dubbi e le certezze e con una visione del mondo ben(o mal)strutturata.Di sicuro assistiamo all’interscambio tra persone con identità e ruoli e“posizioni”(nel senso di punti di vista)in costante mutamento.Persone che sperimentano un modo differente(ogni volta)di fare gli psicologi o gli educatori o di stare semplicemente al mondo in modo costruttivo.Quindi,da un lato professionisti ed esperti che si interrogano sul proprio ruolo sul suo significato e dall’altro donne e uomini che tentano di dare o ritrovare un senso alla propria esistenza e che si fanno domande sul proprio ruolo e identità nella vita.Tutti alla ricerca di una (nuova) identità“stabile”.In sostanza,l’esperienza in questo mestiere è importante,ma l’esperienza non serve a molto se non sei disposto ad imparare ogni giorno.L’esperienza vale per il giorno in corso.Il giorno successivo si fa di nuovo esperienza.Ciò non significa che lo psicologo o l’educatore debbano rinunciare ai metodi e alle tecniche che sono a fondamento del loro lavoro.L’op. è pur sempre guidato nella sua azione da un modello di riferimento che fa sì che la sua azione non sia qualcosa di semplicemente improvvisato,ma sia propriamente“un’azione clinica”.Tuttavia,nelle relazioni d’aiuto come in tutte le relazioni umane entra in gioco in modo preponderante la“responsabilità”:nelle relazioni umane non c’è molto di“scientifico”nel senso di replicabile perfettamente all’infinito come vuole la metodologia sperimentale;tutto è molto aleatorio, imprevedibile.Ed è per tale ragione che i comportamenti iatrogeni nelle relazioni psicologiche e psicoterapiche sono più probabili e forse statisticamente più frequenti dei possibili effetti iatrogeni dei farmaci o dei comportamenti in medicina perché non sono sostenuti da relazioni di causa-effetto(non sono lineari,ma circolari,incerti),esposti all’imprevedibilità “dell’approssimazione”(e non ci aiuta nemmeno l’idea che le relazioni psicologiche siano“stocastiche”cioè abbiano o dovrebbero avere“fini etici”).Dunque,nessun modello e nessuna tecnica per quanto efficaci e sperimentati possono confortarci in assoluto sulla bontà di ciò che stiamo agendo.Di sicuro ci sono delle persone a confronto con un carattere, una visione del mondo, con virtù e difetti e dunque la propria formazione fatalmente non può costituire il presupposto unico e consolatorio dell’azione dell’op.Insomma,non guasta chiedersi durante i turni di lavoro se siamo etici o morali.Non si tratta di“filosofeggiare”,ma di una riflessione doverosa e quotidiana sul significato e le conseguenze che assume il nostro lavoro mentre lo“agiamo”.

  2. Alex ha detto:

    Errata corrige
    Nel mio commento precedente per motivi di spazio non ho potuto approfondire un concetto che anche a causa di una mia imprecisione può risultare incomprensibile o falso: la frase “e non ci aiuta nemmeno l’idea che le relazioni psicologiche siano“stocastiche”cioè abbiano o dovrebbero avere“fini etici”, in realtà doveva suonare così: “e non ci aiuta nemmeno l’idea che le relazioni psicologiche non siano“stocastiche”, cioè non siano casuali (ma nemmeno totalmente prevedibili) perché hanno o dovrebbero avere “fini etici”. Quando parlo di “stocastica” in questo contesto mi riferisco metaforicamente in particolare ai “processi stocastici ciclostazionari” (espressioni che già appaiono come una contraddizione in termini perché o è stocastico cioè casuale o è stazionario cioè fisso, stabile) termini che nell’ambito delle relazioni psicologiche utilizzo per delineare processi o fenomeni psichici che possono manifestarsi periodicamente e in larghi strati di popolazione, ma mai uguali a se stessi. Tali processi o fenomeni possono essere descritti attraverso parametri statistici nonostante sia molto probabile che possano manifestarsi mai in modo identico nella stessa persona e/o in persone diverse. In sostanza, per fare un esempio, il DSM (manuale statistico dei disturbi mentali) cataloga la sofferenza psichica all’interno di precise categorie diagnostiche presentandoci dunque le sofferenze psichiche come dei “processi stocastici ciclostazionari” appunto, cioè dei fenomeni che hanno una certa frequenza statistica nel tempo e tra la popolazione,ma che non tengono conto dell’individualità, cioè del fatto che i disagi delle persone non possono essere compresi compiutamente attraverso la descrizione puntuale di una serie di sintomi sebbene questi ultimi si presentino con una cadenza statisticamente rilevante nella popolazione. La stabilità o regolarità dei sintomi descritti dal DSM è “ciclica”, nell’accezione di “tendenziale”,ma è proprio questa ciclicità-tendenzialità che per sua natura non può darci una sicurezza assoluta sulla bontà e correttezza di ciò che stiamo osservando. I sintomi descritti in una diagnosi non si manifestano tutti e tutti allo stesso modo in ciascun individuo. Bisogna sempre ricordarci che non è una diagnosi quella che prendiamo in carico, ma una persona unica e indivisibile. Insomma le relazioni psicologiche non sono stocastiche cioè casuali, tuttavia mantengono un elevato grado di imprevedibilità. Le relazioni psicologiche sono processi stocastici ciclostazionari, quindi, cioè sono abbastanza stabili da poter essere descritte con un buon grado di approssimazione, ma non si presentano mai allo stesso modo. Le descrizioni categoriali ci danno un’idea di massima, ma mai una “comprensione” profonda dell’individuo proprio a causa della sua imprevedibilità.
    Mi scuso per la lungaggine e per l’eventuale pedanteria ma volevo provare ad essere sufficientemente chiaro, questa volta. Ringrazio comunque per l’eventuale “accoglienza”.

  3. massimo sacco ha detto:

    Ivan Karamazov diceva che “Tutto è lecito se non esiste Dio” con ciò asserendo che in mancanza di un’ entità superiore a cui rendere conto l’uomo è libero di comportarsi come crede, al punto di uccidere, senza che ci siano conseguenze . Si renderà poi conto a proprie spese a seguito del rimorso e del senso di colpa che lo tormenterà per tutta la vita, che la sua enunciazione non era propriamente corretta. L’uomo come essere pensante e dotato di intelletto non può prescindere dalla responsabiltà personale rispetto agli atti che compie, e per essere in pace con se stesso deve esserlo anche con la propria coscienza. Ciò a prescindere dal fatto che l’individuo sia o meno credente. La Chiesa Cattolica per secoli ha colpevolizzato i non credenti paragonandoli poco più che a bestie in quanto non illuminati dalla fiamma della fede. Le parole di Papa Francesco, che si è rivolto a tutta l’umanità senza fare alcuna distinzione di fede, opinioni politiche o sessuali, sono state quindi una piccola-grande rivoluzione in seno alla Chiesa, o quantomeno al vertice della stessa. Il nuovo Pontefice conscio del degrado morale che sta attraversando il mondo e l’Italia in particolare, in questo periodo storico ha cercato di esaltare quelli che dovrebbero essere i valori caratteristici dell’uomo. Quello che purtroppo non posso condividere è il fatto che la dottrina cattolica, e su questo aspetto il papa si è mantenuto nella tradizione, consenta a ciascun individuo di delegare la propria responsabiltà personale ad un’istanza terza che se non perdona quanto meno assolve.
    Questo modo di pensare a mio giudizio è molto azzardato e causa in parte dell’ imbarbarimento che è sotto ai nostri occhi. Se qualsiasi cosa si commetta poi ci si rifugia poi nella confessione e nell’assoluzione si elude la responsabilità personale fingendo di mettersi a posto con la propria coscienza. E questo a mio modo di vedere oltre che non accettabile è anche molto pericoloso.

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