Curiosità

NON-SENSE E ASSENZA DI SIGNIFICATO

Federica Olivieri
20 Aprile 2015
1 commento
NON-SENSE E ASSENZA DI SIGNIFICATO

NON-SENSE

E ASSENZA DI SIGNIFICATO

di Gianni Guasto

L’uso del non-sense nella comunicazione comica è molto spesso di grande effetto.

Ciò induce a riflettere sul rapporto del pensiero con l’assenza di significato che, letta in una prospettiva bioniana, assume un effetto destrutturante, quando essa è conseguenza del fallimento della funzione alfa.
Recentemente, mi è capitato di assistere, in televisione, a una gag che mi ha fatto molto ridere, ma anche riflettere.

Il comico Maurizio Crozza usa l’esclamazione “tra!” quando vuol far abortire un discorso sconclusionato del suo personaggio Ferrero-Viperetta.
Durante una puntata recente della sua trasmissione, in uno scambio con la “spalla” Andrea Zalone, Ferrero-Viperetta dice: “sento le voci”. “E le voci, chiede l’altro, che cosa le dicono?”: “Tra!”, risponde Crozza, fra l’ilarità generale.
Dopo aver riso anch’io come tutti, ho avuto occasione di pensare che quel tipo di risposta sarebbe perfettamente plausibile in un paziente psichiatrico sofferente di sintomi dispercettivi a contenuto persecutorio. L’assenza di significato può essere persino più tormentosa degli insulti, delle accuse, delle minacce o degli inviti a farsi del male, perché ha qualcosa di pre-narrativo, di nucleare. Probabilmente, i deliri degli psicotici più regrediti sono popolati di voci senza senso. E la nostra disponibilità a godere del non-senso è forse quella di chi si è risvegliato da un sonno antichissimo, popolato di incubi di cui si può finalmente ridere.



Una risposta.

  1. Michela Boccabella ha detto:

    Tengo particolarmente a rispondere a quest’articolo che mi ha colpita molto. La questione del senso è pregnante quando si svolge il nostro lavoro che ci trova confrontati con persone per le quali i nostri “normali” punti di orientamento e la nostra “normale” bussola, che ci aiuta a districarci tra le parole e il loro senso, non funziona. Così nel dialogo con i nostri pazienti credo si debba tener conto proprio di questo se non si vuole che il dialogo e quindi il possibile incontro con l’altro soggetto, non si smarrisca e si riduca a due io che dialogano al buio, ognuno con sé stesso. Trovo estremamente difficile il confronto continuo con questo linguaggio privato del senso in cui i termini, le parole, i modi di dire che comunemente usiamo per comunicare tra noi, si snaturano e diventano lettera piatta e presi alla lettera, appunto. Credo che proprio per questa ragione il grosso del lavoro spetti nuovamente a noi operatori che dobbiamo interrogare per primi la parola (e non solo sul versante del senso) e dosarla con molta cautela nell’avvicinarci al paziente psichiatrico. Non si può sapere come questo possa prendere ogni singola parola che noi pronunciamo, in quanto, mancando appunto di tutto quel sistema di significazione che comunemente usiamo per comunicare e dare senso, si trova a ricevere le nostre parole direttamente nel Reale, senza mediazione, come qualcosa che gli arriva addosso e lo invade.
    E credo che il nostro lavoro sia duplice e valga anche al contrario e cioè nella ricezione della parola del soggetto psicotico. Credo sia importante avere riguardo a non prenderla sul versante del senso, altrimenti finiamo per cogliere il nostro, di senso. Uno psicoanalista diceva “ogni volta che crediamo di aver capito mettiamo in mezzo il nostro fantasma”. Credo che questo valga sempre con i pazienti con cui lavoriamo perché il rischio qui è grosso ed è quello di sostituire alla parola che ci rimandano (o ci mandano) il nostro senso e di cogliere in essa nient’altro che noi stessi, trascurando, ahimè, il soggetto.

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