Attualità

Non dobbiamo avere paura dei nostri sogni

Redazione
18 Novembre 2015
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Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 16 novembre 2015

In Carl Gustav Jung, figlio di Pastore e teologo protestante, si incontrano e confrontano gli apporti dell’ambiente cristiano in cui è cresciuto con quelli ben diversi provenienti dal pensiero di Freud, pur decisamente laico ma debitore a una cultura ebraica, da sempre impregnata di istanze esegetiche e interpretative di matrice cabalistica e talmudica.

Sogni ed esperienza religiosa: due campi con ampie aree di sovrapposizione. Jung rileva lo strano fenomeno per cui il sogno è da un lato la voce divina, il suo messaggero, e dall’altro una fonte incessante di inquietudini, contrasto forse apparente e che comunque non turba affatto la mente del primitivo.

Confrontato con quella che Jung definisce “sfrenata e arbitraria influenza soprannaturale”, l’uomo ha imparato ad arginarla mettendo a punto riti, istituzioni e credenze. E’ così che Dio, da irripetibile fenomeno numinoso, diviene col costituirsi delle religioni positive anche una costellazione archetipica di contenuti individuali, contemporanei e storici, esposta a critica intellettuale e morale.

Fra parentesi, possiamo chiederci se anche la prassi psicanalitica classica non sia un modo parallelo di fronteggiare l’ignoto e l’irrazionale, con il carattere rituale proprio della rigorosità del setting. Del resto secondo Jung il religioso definisce l’ignoto come “Deus absconditus”, il pensiero scientifico lo chiama “inconscio”.

Da sempre, la chiesa cristiana ha assunto una funzione protettiva di mediazione fra queste influenze perturbatrici e l’uomo; funzione entrata in crisi col protestantesimo, che ha lasciato l’uomo di fronte a una forte esperienza interiore senza la protezione e la guida di un dogma e di un culto. Il ricorso alternativo alla Bibbia quale sola suprema Autorità, proposto dai protestanti, secondo Jung non è stato di grande aiuto, perché il Libro è variamente interpretabile.

Il pur protestante Jung segnala dunque come il protestantesimo sia un grande rischio, perché spoglia l’uomo di difese spirituali e salvaguardie. Ritiene che ciò favorisca lo svilupparsi di totalitarismi in qualche modo e a loro modo religiosi, e lo svilupparsi di una “orrenda potenza” militare che nasce dal timore di un vicino a suo modo orrendamente potente. Il riferimento preciso, che risale agli anni 30, è a quanto accadeva in quei decenni in Germania, patria del protestantesimo, e sembra allontanare l’accusa di simpatia per il nazismo da qualcuno rivolta a questo pensatore. Gli si può comunque obiettare che la fede religiosa non ha mai costituito un argine contro la violenza; a volte è stato proprio il contrario.

Nel suo epistolario ha larga parte il tema della religione e il suo rapporto complesso e conflittuale con la ragione scientifica. Questa, nel suo pensiero, ha dal punto di vista della verità psicologica minor valore di un dogma religioso, che esprime attraverso una immagine un contenuto mentale carico di emozione. L’esperienza religiosa è quella cui si attribuisce il più alto valore: il moderno atteggiamento spirituale si rivolge all’anima come all’ultima speranza. Limitato il valore conoscitivo della scienza: questa è per lui l’arte di creare illusioni adeguate che il folle può accettare o contestare, mentre il saggio gioisce della loro bellezza o pienezza di senso, senza tuttavia nascondersi che si tratta di veli o cortine umane che celano l’abissale oscurità dell’inconoscibile (c’è qui un debito al Melville di Moby Dick?).

Jung si ritiene fondamentalmente uomo di scienza, senza tuttavia nascondersi i limiti di questo strumento conoscitivo: “rimango ovviamente al di sotto del livello di un sistema religioso, perché mi spingo solo fin dove me lo permettono le verità psicologiche esperibili. Mi interessano solo i fatti”. Ma ce n’è anche per le religioni positive: “devo definire ogni idea religiosa una fiction. Essa è comunque, dal punto di vista formale, un conflatio delle nostre possibilità di immaginazione”. Egli non si fa dunque illusioni sul potenziale conoscitivo della religione, che è fondamentalmente una esperienza interiore, ma neppure su quello della scienza: entrambi fanno i conti con una realtà inconoscibile. Rivendica l’autonomia della scienza, ma il suo è un atteggiamento fondamentalmente religioso: rispetta Dio come esperienza numinosa, mai coglibile fino in fondo: “ogni immagine che l’uomo si forma di Dio è immagine psichica, pura immagine. La psicologia può solo constatare che l’inconscio produce spontaneamente immagini, da sempre indicate come immagine di Dio. La scienza non può stabilire che cosa l‘immagine rappresenti”. Nessuna biografia razionale di Cristo potrebbe spiegare una delle forze più irrazionali della storia umana: si può leggere solo ricorrendo alla storia dei simboli.

Verso i 40 anni Jung fu per qualche tempo preda di esperienze allucinatorie: vedeva alluvioni, l’Europa invasa da fiumi di sangue… Poiché mancava poco allo scoppio della prima guerra mondiale, queste esperienze non mancavano di un aggancio con la realtà in arrivo: senza dover ipotizzare facoltà ultrasensoriali e di preveggenza, si può ipotizzare che traducessero in immagini, anziché in previsioni verbalizzate, la catastrofe che si poteva avvertire incombente. Pare che sia stata questa vicenda interiore a stimolare, dopo una certa latenza, la compilazione del “Libro Rosso” di cui parla nell’articolo il curatore Shamdasani: una profonda ricerca di se stesso attraversante fantasie, sogni, visioni, riferimenti a simbologie individuali e collettive.

Ulteriore esempio, questo, di un possibile rapporto creativo con la nostra dimensione folle, antidoto al diniego e alla emarginazione – interiore prima che sociale – che nascono dalla nostra angoscia. Questo, anche se la pubblicazione estremamente ritardata di questo testo, avvenuta addirittura in questo secolo, fa pensare che esso sia stato ritenuto un fatto personale, destituito di potenzialità comunicative.



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