Storie

Memorie di un allievo

Panfilo Ciancaglini
29 Marzo 2020
3 commenti
Memorie di un allievo

Ho conosciuto Fausto Petrella nei primi giorni di settembre del 1975 quando iniziai la frequenza della scuola di specializzazione. Avevo 25 anni, lui ne aveva 37.

Mi piace ricordarlo come il grande solista di una straordinaria orchestra diretta da Dario De Martis con primi violini Ambrosi, Barale, Bezoari, Caverzasi, Ucelli, Vender, Weiss. Dialogava con l’orchestra con virtuosismo, originalità, arguzia.Mi piace ricordarlo come il grande solista di una straordinaria orchestra diretta da Dario De Martis con primi violini Ambrosi, Barale, Bezoari, Caverzasi, Ucelli, Vender, Weiss. Dialogava con l’orchestra con virtuosismo, originalità, arguzia.
Noi coristi di ultima fila, specializzandi del primo anno, venivamo coinvolti attivamente nell’attività clinica, nella formazione e nella preparazione di eventi speciali. Ricordo la stesura dei casi clinici per “Il paese degli specchi” e la preparazione del congresso “Istituzione, famiglia, equipe curante”.
Nella discussione dei casi, che erano pazienti del manicomio tra cui gravi oligofrenici e alcolisti dementi, Petrella annodava le nostre osservazioni per costruire storie verosimili con un linguaggio ricco di sfumature e allusioni, quasi sempre privo di termini tecnici, riuscendo a trasformare la mortificazione della cronicità in dazione di senso ai più piccoli segnali provenienti dal mondo interno.
Questa resta per me la sua lezione fondamentale, quella in cui è stato insuperabile, all’interno dell’ alto profilo etico, culturale e tecnico della grande orchestra. In quegli anni i suoi articoli e le sue relazioni congressuali furono una miniera di suggestioni, spunti, intuizioni originali.
Cito solo, come esempio paradigmatico, il lavoro sul racconto di Kafka “OdradeK”. Ci fece conoscere autori in cui difficilmente ci saremmo imbattuti da soli come il semiologo estone (allora sovietico) Jurij Lotman. Anche negli spazi interstiziali, come il pranzo al “Tram” di Voghera, potevamo ascoltare le sue impressioni e quelle di De Martis sugli ultimi film di Bertolucci o Polanski e anche quelle erano straordinarie lezioni. Furono anni travolgenti e stimolanti, tanto che, alla fine della specializzazione, mi iscrissi a Filosofia per poter parzialmente colmare le mie lacune in materie che avevo compreso fondamentali per lo psichiatra: antropologia, etnologia, linguistica, semiotica.
Dopo, tra il 1979 e il 1989 vennero i dieci anni delle supervisioni di gruppo del mercoledì sera, prima a Milano, nella sede degli “Argonauti”, poi a casa sua a Pavia. Tanti ricordi, alcuni ancora vivissimi. Una volta, prima di iniziare, gli raccontai di un Mefistofile rappresentato a Genova con la regia di Ken Russel in cui c’era un’astronave il cui combustibile erano delle suore. Lui si divertì moltissimo, conosceva bene l’opera e mi diede qualche chiave di lettura. Ricordo la supervisione di quella sera come una delle sue migliori, era in gran forma e ci guidò nelle pieghe della paranoia partendo da un’assemblea di condominio e arrivando a Massa e potere di Canetti. Nonostante la fatica del viaggio e le partite della Sampdoria perse nelle coppe europee, avrei continuato ancora quella straordinaria esperienza ma vinsi il concorso a Imperia e mi fu impossibile.

Da allora ho visto Fausto più raramente ma con una certa continuità.
Venne diverse volte a Genova, e, in una di queste, nella biblioteca di Quarto, ci disse che era morto Giorgio Weiss, il mio capo reparto in Clinica a Voghera.
Lo incontrai alla Scala nel 2002 a una rappresentazione di Moise et Pharaon di Rossini. Gli chiesi “cosa dici?” mi rispose “una grandissima goduria”, poi anche quella volta fece alcune delle sue osservazioni originali. In effetti, ripensandoci, tutte le volte che ho avuto l’occasione di chiacchierare  con lui negli ultimi anni, abbiamo parlato di musica e di opere.

L’ultima volta che l’ho visto è stato a Milano alla presentazione del suo ultimo libro.
Non lo vedevo da tempo, c’era anche Vanna sua moglie. Alla fine ebbi la possibilità di parlare un po’ con lui. Ricordammo i vecchi tempi, gli feci i complimenti per il libro che era appena uscito e non avevo letto, lui mi parlò del capitolo sul Flauto magico, io gli raccontai del Parsifal visto l’estate prima e gli dissi che la settimana successiva avrei visto Chovanscina. Lui mi disse “preparati bene!”. Io conclusi “magari vengo a trovarti a Pavia per parlare un po’ di Wagner”. Lo avevamo già detto altre volte ma non l’ho fatto e ora non posso più farlo.

Martedì sera, come quando sono morti mia suocera, mia madre e mio padre ho ascoltato il Requiem di Fauré.
Prendetevi un po’ di tempo e ascoltatelo anche voi. Vi consolerà della perdita di Fausto Petrella e di tutti quelli che stanno morendo in questo terribile momento.



3 risposte.

  1. Gg ha detto:

    Grazie Lino
    A Fausto piacerebbe sicuramente

  2. Enrico Varrani ha detto:

    Bravo Lino! Formidabili davvero quegli anni. Siamo stati fortunati. Aggiungo un episodio che ricordo di Fausto avvenuto nel Settembre 2016 nella giornata dedicata a D. De Martis. Te la riassunsi in una lettera perchè tu non potevi esserci:
    …Tocca a Petrella che ricorda i primissimi anni con De Martis il loro fraterno sodalizio ma anche i tentativi di individuarsi di ognuno; per lui un po’ padre un po’ fratello maggiore…si commuove e se ne dispiace quando difende con orgoglio la storia della psichiatria di quegli anni alla vista di quella odierna ….ne ha da dire, ne ha ancora tante da dire …
    Fu una difesa orgogliosa ed anche un po’ rabbiosa la sua da ricordare !!

  3. Caterina Vecchiato ha detto:

    Grazie Lino per il consiglio di ascolto e per la condivisione dei tuoi ricordi! Siamo stati fortunati a conoscerlo e avere in quegli anni un’esperienza straordinaria di autenticità e intelligenza da raccontare …

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