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Meat paradox: etica e psicologia del consumo di carne

Con il termine meat paradox, in italiano paradosso della carne, definiamo il disagio di una contraddizione tra convinzioni e comportamenti riguardo al consumo di carne. Si tratta di una vera e propria forma di dissonanza cognitiva. Quel che prova una persona sensibile alle sofferenze degli animali, ma golosa di carne, rientra esattamente nella definizione di dissonanza data da Leon Festinger, nel 1957. Essa non è altro che una situazione di disagio. A provocarla concorrono le contraddizioni tra i valori di una persona e le sue stesse azioni. I dati ci dicono che il 75% degli statunitensi non riesce a diminuire il proprio consumo di cibi di origine animale. Pur desiderando mangiare meno carne, continuano a preferirla a un pasto vegetariano o vegano. L’inevitabile cortocircuito che si verifica nel cervello di chi si trova in questa condizione conduce tipicamente a un disimpegno morale, del tipo:

“Guarda che gli animali da cibo non provano dolore!”

Il meat paradox

Meat paradox: una saporita braciola
Il meat paradox è una dissonanza cognitiva: sappiamo che per avere la carne dobbiamo uccidere degli animali, e ci dispiace, ma resta un cibo che gustiamo troppo per farne a meno

Il fenomeno del paradosso della carne, altrove meat paradox o MP, riguarda molti individui. Sono davvero numerose, infatti, le persone che si definiscono amanti degli animali e non vorrebbero mai fare loro del male, ma poi finiscono per ordinare puntualmente carne al ristorante o acquistarla all’alimentari. Questo paradosso è proprio il frutto della dissonanza che vive il nostro encefalo. Da una parte, infatti, sappiamo bene che quella carne è il frutto del macello di un essere vivente. Dall’altra, però, sappiamo altrettanto bene quanto sia golosa, e ci viene l’acquolina in bocca soltanto a pensare a come la consumeremo. Questa contraddizione ci mette a disagio. Ciò vale a maggior ragione per chi non sia soltanto animalista, bensì anche consapevole dell’impatto ambientale della produzione di carne, specie all’interno dei disumani allevamenti intensivi.

Se le diete a base prevalentemente vegetale, dunque non necessariamente vegetariana o vegana ma con un apporto risibile di carne, diventassero le più diffuse, le emissioni di gas a effetto serra potrebbero diminuire anche del 52%, a livello mondiale. Il consumo di carne è però ancora largamente diffuso. Non solo. I Paesi in via di sviluppo si stanno avvicinando soltanto ora, in maniera concreta, a questo alimento. Comprendere e risolvere il meat paradox è dunque fondamentale per riuscire a produrre interventi volti a ridurne il consumo. In questo modo, si abbasseranno di conseguenza anche gli effetti dannosi legati a questo cibo e alla sua produzione. A questo riguardo, e stranamente potremmo dire, visto che ormai le scelte di vita veg sono piuttosto diffuse in Occidente, la letteratura in merito è piuttosto scarsa, tanto da rivelarsi insufficiente.

Gli studi in merito al meat paradox

Hank Rothgerber è stato il primo a teorizzare delle ipotesi riguardo a questa peculiare dissonanza cognitiva. Era il 2020. È sua opinione che il meat paradox sia suscitato da fattori scatenanti come, ad esempio, il ricordo della carne proveniente da animali. In questa ipotesi, il consumatore assocerebbe direttamente il cibo e l’essere vivente ucciso per ottenerlo. Ciò potrebbe suscitare remore relativamente al carnismo. Ecco allora che il cervello, goloso di carne, attiverebbe delle strategie per bloccare a priori questi fattori che scatenano l’associazione. Lo farebbe ancor prima di sperimentare la dissonanza o, in casi più rari, a posteriori, per ridurla il più possibile. Questa seconda eventualità si attiverebbe soltanto nel caso in cui i fattori scatenanti fossero inevitabilmente richiamati alla memoria.

Nel 2021, uno studio di Sarah Gradidge e altri ha esplorato la letteratura riguardante il paradosso, supportando l’ipotesi della dissonanza cognitiva. Concettualizzare gli animali comunemente considerati fonte di cibo come incapaci di provare dolore è una strategia diretta nella gestione della dissonanza. Gli studiosi la hanno ribattezzata negazione. Grande fonte di dissonanza risulta essere il fatto che, nel momento in cui si acquista della carne, essa è già stata impacchettata e tagliata, così da non ricordare più in maniera immediata una parte del corpo animale. Altri articoli presi in esame indagavano le differenze di genere e hanno evidenziato l’utilizzo di strategie dirette prevalentemente negli uomini.

La produzione di carne convenzionale può suscitare una dissonanza più forte, a causa di un maggiore investimento comportamentale. In risposta a essa il maschio svilupperebbe strategie più forti e dirette, come ad esempio, la giustificazione morale. Le donne tenderebbero invece ad attuare strategie più indirette. Questo fattore potrebbe essere legato al fatto che il carnismo sia un fenomeno principalmente maschile, dal momento che gli uomini consumano in media più carne delle donne.

L’etica del consumo di carne

La media italiana del consumo di carne è di 81 chili l’anno. Negli USA parliamo di 250 chili, ogni 12 mesi, a persona. Per sostenere l’appetito degli occidentali, e di chi possa già permettersi di acquistare questo cibo nei Paesi in via di sviluppo, uccidiamo circa 10 miliardi di animali, nell’arco di un anno. Eticamente, qui si pone una questione. Numerosi dei lettori mangerebbero volentieri una bella bistecca, o qualche fetta di prosciutto, ma mai si sognerebbero di arrostire il proprio cane allo spiedo e addentarlo per cena. Ciò si deve al fatto che percepiamo gli animali domestici come esseri più consapevoli, quasi pensanti. Cibarsi di loro ci appare perciò immorale, se non proprio disgustoso.

Il meat paradox, per molti consumatori, si riduce davvero a quanto siamo vicini all’animale che ingurgitiamo e a quanto lo riteniamo consapevole. A un certo punto, però, tracciamo una linea. Gli animali alla sinistra di questo delimitatore soffrirebbero troppo se li cucinassimo. Quelli a destra, più rustici e meno empatici con l’uomo, possono tranquillamente essere resi bistecca.

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Commenti su "Meat paradox: etica e psicologia del consumo di carne"

  1. Discorso complesso, di multiple dimensioni: quella biologico – nutritiva riguardante il valore alimentare, quella ecologica con l’incidenza degli allevamenti sull’ambiente, quella economica col consumo di carne quale discrimine fra povertà e ricchezza.
    E c’è quella simbolico – rituale. Chi si comunica si nutre della carne di Dio stesso, come enunciato da Gesù nell’ultima cena; in un’ottica laica non mi pare improprio un richiamo alla fantasia del cannibale che nel nutrirsi di carne di altro essere umano pensa di acquisirne le caratteristiche.
    In ogni “sacrificio” , mentre ne distruggiamo l’oggetto – spesso un essere vivente – lo consacriamo, lo rendiamo sacro come dice la parola stessa “sacrificio”; e tuttavia coesiste un sentimento di colpa assassina, fonte di ambivalenza. Ricordo la mirabile “sacre du printemps” di Stravinskij.
    Di questo conflitto rimane eco nella alimentazione quotidiana: da un lato prendiamo le distanze dall’uccisione delegandola allo specialista, il macellaio, che incarichiamo anche della successiva trasformazione dell’animale che spesso – sempre, se è di grossa taglia – lo rende mal riconoscibile; dall’altro molti non rinunciano, più o meno occasionalmente, al sanguinoso rito della classica bistecca alla fiorentina in cui la carne si manifesta in tutto il suo splendore un po’ raccapricciante: superare il disagio misto alla soddisfazione è un po’ una sfida : vagamente ricorda i riti di iniziazione.

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