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MARASSI, L’ODISSEA DEI DETENUTI PSICHIATRICI SE IL CARCERE DIVENTA LA DISCARICA SOCIALE

Federica Olivieri
12 Aprile 2016
2 commenti
MARASSI, L’ODISSEA DEI DETENUTI PSICHIATRICI SE IL CARCERE DIVENTA LA DISCARICA SOCIALE

Commento alla notizia apparsa su La Repubblica il 10 Aprile 2016

MARASSI, L’ODISSEA DEI DETENUTI PSICHIATRICI SE IL CARCERE DIVENTA LA DISCARICA SOCIALE

di Simona Masnata

Questo articolo raffinato e doloroso porta alla luce una situazione estremamente critica della nostra società.
La possibilità di dare risposte ai bisogni e alle necessità di cura di persone che hanno problematiche stratificate, persone con disturbi psichiatrici che hanno commesso reati di varia entità e natura.

E’ possibile che questo binomio metta in seria difficoltà chi è preposto a prendere decisioni circa il trattamento e il percorso possibile per una corretta cura e riabilitazione sociale.

E’ anche possibile che tra le varie possibilità offerte dalla legislazione vigente non si stiano mettendo in atto le misure previste e che ci sia in qualche modo una latitanza, non solo da parte delle istituzioni, ma della società civile nel suo complesso, come se queste persone non interessassero, non avessero anche loro diritto di cura.

Non è mai sano per un sistema nascondere i problemi, questi emergono poi con più clamore e la loro gestione diventa ancora più difficoltosa.

Gli operatori che prestano il loro servizio in questo ambito conoscono bene la situazione, perché quotidianamente si trovano a confrontarsi con questi problemi con pochi strumenti utili a contrastare la sofferenza di questi pazienti carcerati e l’unico mezzo che hanno è quello relazionale, il rapporto terapeutico e educativo che con passione e determinazione ogni giorno costruiscono, che può essere a volte gratificante, ma costa molta fatica e spesso frustrazione.

Loro costruiscono un ponte verso un futuro possibile, creano legami che possano generare meccanismi virtuosi, cura, riabilitazione e reinserimento sociale.

Un ponte necessita di vari punti di appoggio e le istituzioni hanno un ruolo fondamentale, sia nella ricostruzione che nella continuazione verso un’esistenza possibile per queste persone.



2 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Ho avuto modo di entrare nella struttura di cui parla l’articolo, e concordo pienamente con questa denuncia. L’impegno e la motivazione degli operatori sono mal sostenuti, e rischiano di essere frustrati, dall’inadeguatezza del contenitore edilizio. Essa è fonte di accresciuta sofferenza e sollecita reazioni comportamentali inadeguate in pazienti che restano lì per mancanza di più adeguate collocazioni. Questo problema è aperto, e credo che la risposta non possa consistere soltanto nelle istituende o istituite REMS perchè, se così fosse, non si attuerebbe una vera chiusura della rete degli OPG ma di una sua, pur utile, razionalizzazione. Potrebbe anche profilarsi il rischio che la futura disponibilità di strutture più umane rispetto ai vecchi OPG disincentivi il ricorso a misure alternative, già da tempo efficacemente attuato e che dovrebbe semmai ulteriormente svilupparsi, poichè consente l’inserimento dei pazienti autori di reato nei dispositivi terapeutici psichiatrici generali; il ricorso alle REMS dovrebbe attuarsi solo in presenza di dimostrati problemi di sicurezza non altrimenti gestibili.
    Un documento dello scorso Dicembre a firma di Massimo Bondi e di Massimo Di Giannantonio nonchè di un gruppo di Direttori di Dipartimento fra cui il genovese Marco Vaggi pare sostenga questa linea, ritenendo che la prospettata dotazione nazionale di posti letto REMS sia perfino sovrabbondante. Attualmente il ricorso a misure alternative di libertà vigilata è affidato al parere di singoli Periti e Giudici, e si pone pertanto un problema culturale che andrebbe elaborato moltiplicando le occasioni di confronto e discussione.
    I Colleghi autori del documento trattano anche lo specifico problema dei disturbi di personalità, in particolare antisociale: persone notoriamente “contro” per costante atteggiamento, molto difficili da trattare perchè poco disponibili a una relazione di aiuto: i pazienti più deboli ne possono divenire le vittime, e l’intera atmosfera della Residenza ne può risultare degradata. E’ condivisibile il parere di questi Colleghi? E’ condiviso dagli Operatori delle strutture? E’ stata accolta con troppo entusiasmo e larghezza di interpretazione la pronuncia della Cassazione che ammette la possibile non imputabilità delle persone con disturbo di personalità, legata tuttavia a precise condizioni? Sarebbe più appropriato il loro ritorno nel circuito giudiziario? Oppure l’approntare (soluzione peraltro forse impervia) un circuito loro specificamente destinato?

  2. Guest ha detto:

    corsi e ricorsi storici.
    i malati psichiatici erano incatenati e incarcerati e l’ospedale psichiatrico fu un momento di civilizzazione della cura riconoscendo la dignità di malato al “matto”.
    Una società come la attuale in rapida decadenza porta con sé il ritorno di vecchie tentazioni.
    Per accorgersi che gli ospedali psichiatrici giudiziari erano indegni della vita civile ci hanno messo decenni, ora gli ex direttori che hanno accettato e convissuto con tali indegnità vengono a dirci cosa è meglio fare in un gioco che è più simile allo scaricabarile che ad una seria riflessione scientifica sui casi limite e sui metodi di cura anche residenziali che però devono garantire dei percorsi flessibile ed anche nei due sensi ovvero dalle strutture più contenitive a quelle meno e viceversa come cerchiamo da tempo di proporre.
    in questo senso le REMS ,novo acronimo che si aggiunge ai tanti altri possono rappresentare uno strumento in più oppure un grave rischio di riproposta del metodo istituzionale, statico e disumanizzate contrapposto a quello comunitario dinamico e favorente la relazione interpersonale.
    Chi farà la differenza: le persone che si cimenteranno nella cura-
    Gg

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