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Le sevizie nelle sevizie: i malati ebrei del manicomio

Federica Olivieri
12 Febbraio 2015
2 commenti
Le sevizie nelle sevizie: i malati ebrei del manicomio

Commento breve e immediato alle notizie ANSA:

“Gli ebrei deportati da ‘manicomi’ di Venezia”, 23/01/2015

“I disabili uno sterminio dimenticato”, 27/01/2015

 

LE SEVIZIE NELLE SEVIZIE: I MALATI EBREI DEL MANICOMIO

di Monica Carnovale & Elena Firpo

È notizia di questi giorni, in occasione dell’anniversario della Shoah, lo sterminio dei disabili mentali ebrei nei manicomi del nord est italiano, ad opera di psichiatri nazisti.
La notizia non mi stupisce: il senso di angoscia che ho provato giorni fa vedendo alla Tv un filmato girato nel lager di Dachau, nell’ anno ‘45 ad opera degli inglesi, non accresce pensando che anche i pazienti del manicomio abbiano subito la stessa sorte.

D’altra parte chi conosce la storia della psichiatria sa che i pazienti psichiatrici sono stati considerati in più periodi storici, al livello più basso della scala della dignità umana ed hanno rappresentato il materiale umano più idoneo, a causa della loro ingenua incoerenza e bizzaria, per chi aveva bisogno di scaricare la propria aggressività distruttiva attraverso la legittimità del potere.

…Per non dimenticare, quindi, ben venga la mostra organizzata in questi giorni a Venezia sulle cartelle cliniche che documentano questi avvenimenti.

Non so se queste iniziative possano servire veramente a non dimenticare…

Certamente, quando rifletto sul nostro operare quotidiano con le stesse persone che ora abitano le nostre Comunità Terapeutiche, che hanno avuto solo la fortuna di nascere dopo, altrimenti sarebbero finite tutte in manicomio, e sento che qualcuna di loro attacca in modo aggressivo il nostro intervento sento quanto l’attacco possa suscitarmi rabbia e desiderio espulsivo per proteggere in qualche modo quelli che invece riconoscono il bisogno e l’offerta conseguente.

Per quanto frustrante risulta il trovarsi di fronte a chi dice NO! ad un trattamento proposto possiamo leggere nel rifiuto anche l’espressione di un piccolo frammento di libertà
Un paziente (psicotico grave) dopo un lungo ricovero in CT, desideroso di proseguire l’esperienza in una CAUP perché riconosce di avere ancora bisogno di sostegno, ma sente la forza di sperimentarsi in una situazione di maggiore autonomia dice NO! quando gli viene proposto l’inserimento in alloggio degradato trascurato ed avvilente.
Le sevizie e gli esperimenti che facevano gli insigni psichiatri tedeschi riportano al concetto di negazione della dignità umana delle persone malate; quindi ricordiamo per non ripetere aberrazioni simili ma anche per non dimenticare mai, che curare significa anche offrire un luogo dignitoso che possa essere ripulito e riparato in continuazione dove un uomo possa scegliere senza sentire su di sé la violenza del degrado.



2 risposte.

  1. gg ha detto:

    C’era una volta uno psichiatra che esordiva dicendo che gli psichiatri,appunto devono chiedere scusa.
    Mi infastidiva ma non mi sentivo di dargli torto del tutto.
    Chiedere scusa richiede la capacità di riconoscere una colpa che consiste anche nel “girarsi dall’altra parte”
    Ce lo dimostra in questo momento la vicenda della chiusura degli OPG che non avviene certo per merito degli psichiatri e dei presidenti delle società scientifiche che colpevolmente li hanno assecondati e continuano a farlo privilegiando l’esercizio di quella che si continua a chiamare psicoburocrazia.

  2. obliqua ha detto:

    rovesciare un tavolo, uscire, dire no.. insistere su una possibilità di esistere al di fuori di una norma, restare, è quello che ogni testimonianza di minorità continua a pretendere. E questa marginalità non ha un colore, è tutti i colori della diversità.
    Rispondere alla sofferenza significa rispetto e riconoscerla o viceversa accettarla.
    Non so se capisco … mi fermo

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