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LE NUOVE MANICOMIALITÀ A PARTIRE DAI TRISTI FATTI DI VADA SABAZIA

Redazione
24 Aprile 2014
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LE NUOVE MANICOMIALITÀ  A PARTIRE DAI TRISTI FATTI DI VADA SABAZIA

Le nuove manicomialità a partire dai tristi fatti di Vada Sabatia

di Antonio Maria Ferro

Gianni Giusto, Luigi Ferrannini e Nicoletta Goldschmidt hanno scritto, sul sito del Vaso di Pandora, pensieri non solo del tutto condivisibili ma emozionanti, in merito alle indicibili
Vicende accadute alla Vada Sabazia di Vado Ligure, in provincia di Savona.
Un’importante denuncia ed un invito a riflettere che mi hanno portato a scrivere quanto segue.

Ho sempre pensato che il “manicomio” sia qual cosa che va ben al di là dell'”Istituzione Chiusa” che abbiamo creduto di abbattere anni fa’ .Non di rado ho negato la persistenza della forza della cultura manicomiale …….ho visto ed ho contribuito a creare cambiamenti positivi ma ho perso, forse negli anni , la capacità critica ,che va invece continuamente esercitata, di disvelare le non rare rinascite delle Istituzioni Totali , le Istituzioni che abbiamo voluto, a mio avviso giustamente , “negare”.
Il ” manicomio” può risorgere sempre ,anche nei luoghi delle cure, psichiatriche e non ,nati dopo la legge 180 del 1978; esso può materializzarsi ancora perché rappresenta una terribile attitudine umana , che si può manifestare non solo nei nostri “campi” ma più in generale nelle relazioni umane ,nella vita quotidiana .
Esso si nutre dell’ indifferenza ,del disinteresse, dell’ignoranza , dell’incompetenza ma si nutre anche del disprezzo, del piacere perverso della sopraffazione e della mortificazione del nostro “prossimo” ,che troppo ci turba e che ,spesso al di là di una sua intenzionalità ,mette in  discussione le nostre sicurezze precostituite .
Quando ci neghiamo alla dimensione dell’empatia e del rispetto ,in realtà mortifichiamo prima di tutto noi stessi, rinunciando per effimere sicurezze alla nostra umanità .
L’empatia- come scriveva Edith Stein nella sua tesi di laurea del 1917- è la capacità di riconoscere “l’altro da noi” ,lo straniero di Edmond Jabès e di San Paolo, come persona che merita la nostra curiosità affettuosa ,che ha diritto al nostro rispetto ed interesse, anche nelle possibili ed irriducibili differenze.
Riconoscere nell’altro il nostro stesso “umano” ed i limiti del nostro umano essere è tuttavia non di rado perturbante ,come ricordava Sigmund Freud ,nello scritto omonimo .
Quando viene a mancare questa dimensione empatica, questo imprescindibile rispetto , allora ” l’altro” può divenire mero oggetto , “cosa” e non persona : tutto può divenire facilmente e mostruosamente possibile ……dai vergognosi maltrattamenti subiti da non pochi ospiti della Sabazia ai Lager che – contro le speranze delle Nazioni Unite dopo le due guerre mondiali ma in continuità con i totalitarismi del “secolo breve”- continuamente risorgono in diverse parti del mondo e delle menti umane .
Non voglio giustificare in alcun modo quei disgraziati operatori ,perché credo che nessuno di noi possa prescindere dal gravoso libero arbitrio ,tuttavia mi chiedo anche quale possa essere stato il contesto istituzionale che ha permesso la perdità dell’umanità in quegli operatori ,mi chiedo come non sia stata posta la doverosa relazione tra il loro operare e l’assetto organizzativo, la cultura della cura o meglio del non “prendersi cura” della struttura alla quale essi appartengono .
Io ho fiducia in una Giustizia che sappia non fermarsi agli esecutori ma persegua anche i mandanti quando indaga su di un crimine .
 La  Giustizia dovrebbe porsi quindi questa domanda  :
Come è stato possibile per quelle persone  il passaggio dalla dimensione di individui ,spero pensanti, a quella di una piccola massa non pensante ,” bruta”?
Ricordo come ogni gruppo di lavoro necessiti di un leader e di un gruppo di “pensanti insieme” che sostengano le singole individualità in un lavoro così difficile e perturbante tanto che può sovvertire il nostro assetto mentale.
Occorre umanità ma anche cultura ,sapere tecnico ,attenzione alle dinamiche di  gruppo  perché un insieme di individui  possa aggregar si non come massa “stolida” ma come “Comunità dei fratelli” nel senso che ne scrive Claudio Negri in Gruppo ,come  gruppo di lavoro che utilizza la funzione della conoscenza (Knowledge) ,come la intendeva W. Bion, che è stato uno dei più grandi esperti delle dinamiche di gruppo  del secolo scorso.
Occorre volere ma anche sapere preservare un gruppo curante dal rischio di rimanere pietrificati dalla Medusa della sofferenza umana : a questo proposito non ci sono alibi, giustificazioni di sorta , per chi dirige un gruppo di lavoro in un’istituzione di cura e non si pone questi problemi .
UN’ESPERIENZA PERSONALE

Quando arrivai, come primario, al SPDC di Savona nel 1994 trovai il ” manicomio”, dove erano mortificati , nelle loro potenzialità creative ,medici , infermieri ed operatori sanitari e di conseguenza i pazienti stessi ,irrigiditi negli stereotipi della follia dalla cultura manicomiale lì rinata. Via, via ,credo di avere accompagnato quel gruppo ,potenzialmente ottimo .a sviluppare le proprie capacità che non erano poche di certo.
Da anni ed oggi il SPDC di  Savona è un luogo delle “buone cure” mentre il “manicomio ” non è più da molto tempo nelle loro menti e nelle loro pratiche .
Dobbiamo ricordare tuttavia che questa situazione non è mai data una volta per tutte , ma va continuamente preservata : mi riferisco qui alla Terapia Istituzionale come me l’hanno insegnata Jervis, Resnik , P.C.Racamier.
La terapia istituzionale guarda a quel particolare gruppo formato dall’interazione tra operatori e pazienti come al soggetto ed all’oggetto, al tempo stesso, della cura: è di questo gruppo complesso che un dirigente deve prendersi cura e deve avere le competenze per farlo ,competenze difficili che non si imparano in tempi brevi.
Se questa terapia funziona allora i luoghi della cura possono divenire e mantenersi dei buoni luoghi della cura, luoghi dove – e questo vale  di più di ogni procedura di accreditamento- ricovereremmo un nostro caro ,se ne avesse bisogno.
Ecco allora la seconda parte dell’esperienza personale :
quando mia madre cominciò a stare male tre anni fa ( morì poco dopo per un tumore del pancreas invincibile) non voleva assolutamente essere ricoverata …….accettò alla fine di venire da me ed io la ricoverai in quel  SPDC ,che era stato un ” manicomio”, per la sua situazione medica, perché avevo ora  piena fiducia nelle capacità tecniche ed umane dei miei colleghi medici ,infermieri ed OSS.
Mia madre si trovò bene nel reparto e nella stanza dove era ospitata con un’altra paziente, lì ricoverata per motivi psichiatrici, perché trovò attenzione, competenza, un sapere messo in opera con umanità.
Una situazione del tutto simile sperimento oggi nei miei nuovi luoghi di lavoro.

Dobbiamo sapere , a mio avviso il magistrato deve sapere, quale formazione la Vada Sabazia garantisse a quegli operatori, ammesso che abbiano i titoli per essere definiti operatori  ,quali orari di lavoro ,quali e  quante riunioni di équipe e di staff fossero e sono oggi garantite  ?
Dobbiamo chiedere quale formazione al lavorare in gruppo abbiano i dirigenti medici e non
della struttura Vada Sabazia ?
Quale è il mandato istituzionale ? Quali forme non solo di controllo ma anche di stimolo al ben operare hanno e mettono in atto le istituzioni deputate a questi compiti?
Credo si debba utilizzare questa esperienza , vergognosa per tutti a mio avviso, per riproporre il tema delle cure, del prendersi cura di pazienti così gravi evitando il ritorno a nuove forme di MANICOMIALITÀ .
Il “manicomio” -ricordo ancora a costo di ripetermi- può insinuar si nelle nostre vite quotidiane ,nelle relazioni interpersonali ,nelle nostre menti, quando rinunciamo alla nostra  peculiare natura empatica e ci facciamo ” diversi” che si confrontano con “oggetti ” che perdono così ai nostri occhi l’umano  diritto non solo alle cure ma alla dignità e rispetto umani .
Propongo una verifica serrata sul funzionamento delle strutture di cura ausiliare, pubbliche e private , della nostra Regione ;
Chiedo ai politici liguri , che ricoprono ruoli istituzionali nel campo della Sanità e del l’assistenza , di farsi nuovamente carico del dovere di garantire ai cittadini, che essi rappresentano, il  diritto alla cura, di garantirlo a tutti ma ancor più a quelle persone, che per loro fragilità fisiche ,psichiche e sociali, sono in possesso di bassi livelli di contrattualità ……come i bambini, i vecchi,i portatori di handicaps fisici e mentali ,i pazienti psichiatrici gravi.
Io non devo dimenticare mai che per combattere il ” manicomio ” devo sempre partire dal rischio che l’attrazione per la MANICOMIALITÀ possa sempre rinascere dentro di me ,quando perdo la dimensione, curiosa e rispettosa al tempi stesso ,
dimensione attenta e competente , per i miei pazienti nella pratica di medico e terapeuta.
Non devo dimenticare che anche le istituzioni migliori di cura possono correre questi rischi se non sono costantemente ” curate ” e ” criticate” .
Il “Tribunale”  utile per noi operatori ma ,a mio avviso, anche per i nostri politici è quello che ,prima di tutto ,sappiamo animare nei confronti di noi stessi ,del nostro operare ,della nostra preparazione scientifica ed umanistica.

So che difficilmente verrò creduto …giorni fa ,dopo aver letto Nicoletta ,Gianni e Luigi , a Venezia ,dove sono nato e dove mi trovavo ad imparare di psichiatria  dal mio maestro Resnik, ho sognato Franco Basaglia ,come l’ avevo conosciuto tanti anni fa ad Arezzo ad un convegno su psichiatria ed ospedale civile . Io gli mostravo il mio libro LA BOTTEGA DELLA PSICHIATRIA ,al quale sono legato con orgoglio ,…volevo spiegarmi, quasi giustificarmi ma lui ,la parte di me “Franco Basaglia” , era arrabbiata , non mi stava a sentire ,mi diceva ” ti si un mona …no te capissi un casso…” . Poi Basaglia sfumava in Hrayr Terzian ,il barone rosso armeno, che fu mio professore di Neurologia ( era peraltro amico affettuoso di Franco Basaglia ) .
Egli   mi diceva- come in realtà faceva alla Scuola di specializzazione di Neurologia quando  insegnava la semeiotica e quegli affascinanti esami neurologici – ” Te devi guardar , te devi capir, cosa vedito ? No, no, no te vedi niente…..varda meglio ..te devi vardar meglio ,te devi capire ,te devi studiar.. varda ben !”
Mi invitavano a guardare bene dentro di me ,perché per sconfiggere ancora il ” manicomio” ,la stolida stupidità e l’ ignoranza devo partire sempre da me stesso ,perché non bisogna mai adagiar si su presunte sicurezze ,non di rado autoreferenziali.
In realtà dobbiamo esercitare sempre le  capacità riflessive e critiche nel nostro pensare ed operare
Per onorare la nostra umanità ,per poter onorare l’umanità degli “altri da noi”, stranieri in realtà così prossimi, in un percorso che non ha mai fine ma che è possibile continuare con temperato ottimismo , perché” la Liberazione non ha mai fine .



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