Cultura

Lacan. Nella sfida fra Eros e legge l’unica salvezza è l’amore

Pasquale Pisseri
21 Febbraio 2016
1 commento
Lacan. Nella sfida fra Eros e legge l’unica salvezza è l’amore

Commento apparso su La Repubblica, il 17/02/2016

Un importante cultore di filosofia teoretica commenta il commento di uno psicanalista a Lacan. Non è mia intenzione aggiungere un terzo grado di commento con pretese tecniche, tanto più arrampicandomi su questa piramide di nomi importanti. Ma può essere interessante trarne qualche spunto di riflessione su questo intreccio fra la filosofia e le dottrine psichiatriche, in primo luogo psicoanalitiche – specialmente proprio lacaniane – e fenomenologiche. È un intreccio sicuramente fecondo, anche se costantemente a rischio di confusione.

Nel nostro campo, la presenza di espliciti riferimenti alle istanze filosofiche ha mantenuto uno spazio ben più ampio che nelle altre discipline mediche: è noto che un indirizzo – quello fenomenologico – trae la propria origine proprio da una corrente di pensiero filosofica. Al limite, ciò è vero per ogni indirizzo, poiché la scienza positiva ha certo una sua radice nel lavoro di Galileo (peraltro non privo di implicazioni filosofiche); ma una radice non meno importante sta nel pensiero di Bacone e di Cartesio. Tuttavia, tornando all’indirizzo fenomenologico, la sua matrice filosofica è particolarmente diretta ed esplicita.

Ma anche al di là di esso, il dialogo fra filosofi e tecnici della salute mentale di varie tendenze è particolarmente vivo. Ciò, per lo statuto epistemologico della nostra disciplina, continuamente in discussione e necessitante di chiarificazioni metodologiche; per la relativa carenza di proposizioni verificabili e dimostrabili quali richiede il sapere scientifico, e dunque per la relativa debolezza del paradigma scientifico classico, che nel nostro campo non può pretendere a un primato assoluto; per l’intreccio strutturale delle nostre tecniche – in particolare quelle psicoterapiche – con il rapporto personale, ciò che ci rimanda continuamente a un’ottica antropologica che in qualche modo è una branca del pensiero filosofico.

Questo porta a chiederci che cosa è la filosofia, che cosa è oggi, cosa ci possa offrire anche nel lavoro quotidiano.
Ci sono motivi per pensare che sia continuo regresso, di fronte al continuo progresso delle scienze sperimentali portatrici di dati affidabili, ripetibili, “certi”; anche se, forse, certi solo a partire da determinati postulati. È comunque avventato ritenere che la filosofia sia avviata a scomparire: intanto perché la stessa proposizione “la verità si può raggiungere solo tramite la scienza sperimentale” è una proposizione filosofica. Lo stesso Heidegger ha teorizzato la fine della filosofia, peraltro in un testo di forte spessore filosofico; ma più che altro ha parlato della fine della metafisica, di una filosofia che si metta in competizione perdente con le scienze positive nell’esame delle cose concretamente esistenti, definite “enti”, mentre secondo lui dovrebbe piuttosto porsi il compito di chiarire il senso dell’essere quale fondamento degli enti; senso apparentemente intuitivo ma di fatto sempre sfuggente. Ancora più radicale la posizione di Wittgenstein col celebre aforisma “ Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, volto a denunciare l’insensatezza di molte, se non tutte, domande e proposizioni filosofiche. Superfluo ricordare che anche lui, comunque, è un importante filosofo: solo la filosofia potrebbe suicidarsi ponendo fine a se stessa?

Va comunque riconosciuto che la scienza certo può fornire elementi per aiutarci a perseguire il vantaggio per l’uomo, ma non è in grado di definire qual è questo vantaggio.

All’operare psichiatrico si applica in modo particolarmente pregnante la definizione che Platone ha dato della filosofia: è l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo, il perseguimento di una coincidenza fra il fare (orientato dal sapere tecnico) e il sapersi servire di ciò che si fa. Qualcuno – ad esempio Umberto Galimberti – è giunto a parlato di consulenza filosofica quale aiuto a vivere svincolato da una specifica formazione, e Pier Aldo Rovatti riprende il discorso in termini onestamente problematici: “Cominciamo col valutare quanto un filosofo possa occuparsi di qualcuno con lo scopo di migliorare il suo essere nel mondo”. Mi ricorda un Autore un po’ più antico, il Severino Boezio del “De philosophiae consolatione”.

È comunque indubbio lo stato di crisi del concetto stesso di filosofia. C’è ancora qualche sostenitore della concezione metafisica, quella che la considera come architrave di ogni conoscenza, coordinatrice dell’insieme delle scienze particolari, con conseguente negazione di validità a ogni ricerca che sia autonoma da essa.

Husserl si rifà a Cartesio: “tutte le scienze… non sono che membri di una scienza universale che non è altro che la filosofia. Solo nell’unità sistematica di questa esse possono diventare veramente scienze”.
Più modesta la concezione che tende ad attribuirle una qualche funzione di coordinamento e confronto delle singole scienze, senza porla tuttavia in una posizione dominante.

Infine, c’è chi la considera una sorta di coscienza critica della scienza, con competenze epistemologiche e di logica della ricerca scientifica. Filosofia sarebbe il riflettere sull’origine e validità del sapere scientifico.

Personalmente, mi piace ancora la definizione data da Platone. In ogni caso, non si può prescindere da una consapevolezza filosofica, e tanto meno lo può chi s’interessa di salute mentale, concetto tanto complesso e problematico. Ci aiuta a interrogarci sul nostro ruolo; a non appiattirci senz’altro su un paradigma medico utile ma pieno di limiti; a non impegnarci in un semplice corpo a corpo con il sintomo; a non dare per scontato che sappiamo qual è l’interesse del paziente; ad agire non a corto circuito ma in modo riflessivo.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Senza teoria e astrazione non ci sarebbero né pratica, né azione e viceversa verosimilmente. Bisogna ammettere che la psicologia nonostante il suo “anelito pragmatico” rimane pur sempre debitrice, in qualche modo, “all’astrazione filosofica” soprattutto se questa può stimolare alla riflessione e alla “comprensione” (argomento principale della nostra vita professionale, direi) e nonostante la storia della psicologia si svolga all’insegna dell’emancipazione per certi versi inevitabile dalla matrice filosofica a tratti scomoda e ingombrante. In effetti, la filosofia non è solo sproloquio intorno ai massimi sistemi, non contiene soltanto “ragionamenti, argomentazioni, teorie, spiegazioni, speculazioni”, ma a ben guardare è espressione spesso della realtà più cruda o più ordinaria. Esiste una verità profonda anche nei gesti apparentemente più semplici che compiamo quotidianamente.
    Riguardo a Lacan, pur non essendo un esperto e nonostante egli sia discretamente lontano dalla mia epistemologia di riferimento, almeno in apparenza, mi appello di frequente ad alcune sue concettualizzazioni perché mi offrono spunti di riflessione e materia per “libere associazioni”, per così dire. Lacan è considerato da sempre autore molto fumoso, più “filosofico” che “psicologico”. Ma la fortuna di Lacan sta forse proprio in questa sua fama di pensatore controverso e farraginoso. Per quel che mi concerne, è benvenuta proprio questa sua “astrusità” perché mi costringe ad esercitarmi in uno sforzo continuo di pensiero. La lettura di Lacan è un’esperienza che consiglierei a tutti. Prendete un qualsiasi testo e leggetelo semplicemente e senza l’intervento di “cultori intermediari”. E in seguito rivolgiamoci pure con fiducia ai cultori della materia o agli accademici di professione che sono addetti proprio alla “comprensione” erudita dello spirito lacaniano. Sempre meglio di niente!
    Non voglio dire che è meglio rinunciare agli interpreti di Lacan. Io personalmente ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo grazie proprio a Recalcati che mi ha assistito simbolicamente durante gli anni dell’università quando il prof di psicologia dinamica ci esortava a studiare Lacan e tutti noi studenti ringraziavamo in ginocchio ogni giorno gli dei per non doverlo portare agli esami (era soltanto tra le letture consigliate). E grazie a Recalcati e alle sue delucidazioni ho capito molte cose del pensatore francese tanto da permettermi persino il lusso di approdare anche a qualche elaborazione tutta mia personale più o meno sensata, ma che vi risparmio al momento, tranquilli!
    Sono arrivato alla conclusione che Lacan è come certa poesia! Alla fine non è poi così importante capirla!.
    – Lacan, più non lo capisco e più mi piace –. Insomma, alla fine, secondo me, ciò che conta è tutto quell’universo di pensieri e di idee e di sensazioni scaturito dalla lettura dei suoi testi che stimolano idee, che incuriosiscono che arricchiscono anche se non te ne accorgi lì per lì. Ed è per questa ragione, verosimilmente, che Lacan è autore “fecondo”. Ci rivolgiamo a Lacan in quanto personaggio sempre verde, cioè capace di essere immortale come tutti i grandi personaggi della letteratura da Shakespeare a Pirandello che non muoiono mai proprio perché i loro scritti si prestano a nuove letture e a interpretazioni sempre moderne che non necessariamente devono coincidere con le intenzioni degli autori se è vero che una volta trascritto, il pensiero non appartiene più al suo creatore, ma diventa di stretta pertinenza del lettore interprete. E ci appelliamo a questi autori forse proprio perché abbiamo la segreta speranza di scovare nei meandri dei loro pensieri, nei labirinti delle loro parole, “un’ispirazione clinica” o più semplicemente una dritta per vivere più “degnamente” la concretezza dell’esistenza quotidiana e senza pretese di scovare chissà quali verità capitali. Per quanto possiamo anche non condividerne esattamente gli “ideali”.

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