Vaso di Pandora

La teoria svedese dell’amore

di Cristina Cocchi

Faccio riferimento al film-documentario uscito in questi giorni in Italia “La teoria svedese dell’amore” di Erik Gandini per condividere alcune riflessioni rispetto alla società iper-individualista. Secondo la teoria svedese dell’amore “[…] tutti i rapporti umani autentici si devono basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Se una donna dipende dal suo uomo, come facciamo a sapere che quelle due persone vivono volontariamente il loro rapporto? Non staranno insieme perchè dipendono dall’altro o per esigenze economiche? Gli anziani non devono dipendere più dalla generosità dei figli ormai adulti. La famiglia ideale in Svezia è composta da persone adulte, sostanzialmente indipendenti che lavorano per se stessi […] ”.

Tale concetto fa riferimento al Manifesto “La famiglia del futuro” del 1972 nel quale la classe politica iniziò a proporre una concezione diversa dell’essere umano inteso come un individuo autonomo, libero di effettuare scelte personali senza vincoli di dipendenza da altre persone. Per fare in modo che ciò potesse accadere lo Stato svedese cercò di creare delle condizioni economiche per permettessero ai cittadini di poter vivere degnamente anche senza stipendio, basandosi su un riconoscimento economico erogato in caso di necessità.

Questa presa di posizione dello Stato ha generato l’acquisizione di garanzie e tutele economiche, meccanismo che ha indotto innanzitutto un appiattimento dei bisogni personali, rendendoli inesistenti in quanto soddisfatti ancor prima che emerga una necessità, ed un invito ad affidare allo Stato una delega per la gestione di tutti i movimenti legati all’autonomia. Questa delega fa si che si sviluppi una relazione di dipendenza tra i cittadini e lo Stato; dipendenza che genera a sua volta una reazione “controdipendente” nei confronti degli altri individui per creare “una distanza di sicurezza” nelle relazioni poichè vissute come minacciose per la libertà della persona. Assistiamo, quindi, ad una relazione di tipo dipendente tra individuo-Stato e ad una di tipo controdipendente tra gli stessi individui…quasi a voler creare una sorta di omeostasi.

Conseguentemente a ciò la Svezia vanta due primati a livello mondiale. Il primo si riferisce al numero dei nuclei monofamiliari ed il secondo alla grandezza della Banca del Seme.

Infatti, a causa del timore di sviluppare una dipendenza affettiva con un partner, assistiamo al fenomeno dei nuclei monofamiliari; individui, cioè, che preferiscono non legarsi ad altre persone per evitare possibili sofferenze causate dalla crisi che potrebbe attraversare un rapporto sentimentale. Strettamente legato a questo fenomeno è la forte espansione negli ultimi decenni della Banca del Seme.

Il 50% dei clienti sono donne single, che ricorrono alla fecondazione artificiale, cercano on line il profilo del donatore (solitamente con caratteriste somatiche e caratteriali molto simili a loro), ordinano il seme e ricevono a casa il pacco con tutte le istruzioni d’uso.

Il Welfare ha favorito l’attività della Banca del Seme con l’obiettivo di preservare la specie. Considerata la paura/repulsione a stabilire un legame affettivo, le persone single senza ricorrere alla Banca del Seme non potrebbero riprodursi. In questo caso la Comunità Svedese sarebbe costretta ad accogliere persone di altre nazionalità per incrementare le nascite e la loro cultura subirebbe dei condizionamenti da parte delle culture di appartenenza degli stranieri con relativa perdita del folklore di quel territorio.

Altro primato scandinavo riguarda la “morte in solitaria”. Negli ultimi anni il fenomeno della morte in solitaria è in grande aumento tanto che lo Stato ha dovuto provvedere a creare uffici appositi che si occupano delle incombenze legali e burocratiche legate alla scoperta di un morto senza legami sociali e familiari.

In alcuni casi per la quota ereditaria si disconoscono i figli e si riconosce, invece, lo Stato come entità meritevole di un lascito economico per aver provveduto al sostentamento e all’indipendenza del soggetto. In Svezia 1 persona su 4 muore in completa solitudine.

Naturalmente si contempla anche una “fuga” da questo scenario iper-individuale; ci si può imbattere in soggetti che decidono di ritrovarsi a vivere in mezzo alla natura alla ricerca di un contatto fisico e di emozioni, proponendo la massima condivisione di ogni momento della giornata e, aggiungerei, di ogni aspetto della vita in modalità di tipo simbiotico.

Gandini propone anche l’esperienza di un chirurgo di successo fuggito dal contesto scandinavo ed emigrato in Africa per esercitare la propria professione nonostante le scarse, quasi nulle, risorse sanitarie. La vita etiope è in netta contrapposizione a quella svedese; la collaborazione e condivisione sono modalità utilizzate normalmente ed i nuclei familiari sono composti da molti individui.

Si passa quindi da una situazione basata sul meccanismo di difesa della negazione “dell’altro”, di autoaffermazione e autocentratura scandinava ad una situazione africana in cui l’altro viene riconosciuto e presentificato. In questa concezione un individuo riconosce più figure di riferimento, non solo quelle genitoriali bensì gran parte dei componenti del villaggio, creando quindi una modalità di investimento frammentata come conseguenza del pluri-investimento relazionale.

Quindi in un caso “l’altro” viene negato, viene eliminato per annullare i rischi di sofferenza intrinsechi ad una relazione affettiva e nel caso opposto “l’altro” è costituito da troppi individui, un investimento poco funzionale anch’ esso.

La modalità svedese stile Ikea, dove il cliente acquista in autonomia, trasporta e monta da sé l’arredo condiziona anche altri Paesi Europei? La realtà italiana, come si colloca?

Milano, risulta essere la città con il primato di single che si aggirano attorno al 45% degli abitanti.

Ormai il milanese riesce a fare tutto da casa, senza alcuna implicazione relazionale da dover esperire. Attraverso la rete è infatti possibile effettuare dei movimenti di denaro, acquistare con consegna a domicilio la spesa o la cena pronta dal proprio ristorante preferito, guardare un film in uscita nelle sale cinematografiche. Il contatto con il mondo reale, a volte, appare superfluo. Il mondo virtuale viene in aiuto anche a chi desidera conoscere nuove persone senza mettersi troppo in gioco: non a caso il web pullula di siti di incontri dove è possibile scegliere da un “catalogo” una persona con cui iniziare ad intraprendere una conoscenza con lo stesso meccanismo utilizzato per la scelta dei prodotti da inserire nel carrello della spesa. La vita “on line” utilizza una modalità di relazione priva di rischi poiché se l’altro non fa al caso nostro è possibile eliminarlo attraverso un semplice click. L’utilizzo di queste applicazioni illude l’individuo di non entrare in contatto con la propria solitudine e di avere la percezione di poter controllare ogni interazione.

Personalmente tutto ciò ha fatto emergere una serie di interrogativi: l’iperindividualismo è in qualche modo responsabile dell’alto tasso di suicidi svedesi? Il senso di appartenenza ad un gruppo, l’arricchimento che un confronto con “l’altro” ti può offrire, il bisogno di dialogo e la capacità di socializzare andranno via via perdendosi? Proseguendo in questa direzione, che ruolo assumerà l’uomo in una società dove la donna riesce a riprodursi “self made”? Esistono dei correttivi che possiamo applicare per regolare questa tendenza?

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