Attualità

La storia è importante

Giovanni Giusto
14 Aprile 2014
2 commenti
La storia è importante

La storia è importante

di Giovanni Giusto

[Di seguito un commento di Pasquale Pisseri]

 

La storia è importante, se la si studia forse si  comprendono le ragioni di alcuni avvenimenti anche aberranti e si impedisce il loro riproporsi, uno per tutti i campi di concentramento ed il conseguente genocidio.

La storia della psichiatria, ce lo ricorda Pisseri nel suo resoconto, è fatta anche di violenze ingiustificate di omissioni, di pavido assecondare per convenienza le deleghe di esclusione che il sistema sociale indicava.

Concentrare in luoghi grandi un grande  numero di pazienti con bisogni, storie e caratteristiche diverse ha finito per peggiorare l’esistenza di persone fragili e sofferenti costretti a subire la legge di una scienza che tale per molti versi ha dimostrato di non essere.

La scarsa preparazione degli operatori, allora gli infermieri psichiatrici ora gli OSS ha permesso il crearsi forme di comportamento violento ed ingiustificato, che in parte per mancanza appunto di strumenti e di pensiero, in parte per costituzione ha portato alle conseguenze che i fatti di cronaca ci riferiscono per la RSA gestita dalla società Segesta a Vado ligure.
Fortunatamente la denuncia e l’intervento della guardia di finanza ha limitato i danni, ma lascia un segno profondo ed amaro in chi si occupa professionalmente e con competenza di pazienti disabili e psichiatrici.

La psichiatria è una disciplina specialistica medica, per trattare la mente umana ci vogliono persone preparate e competenti e questo è certificabile non solo col curriculum studi, ma anche con una esperienza guidata da specialisti che possano dimostrare a loro volta di conoscere la materia per averla praticata; non basta leggere qualche libro per essere esperti e non basta dimostrare formalmente di aver seguito alcuni corsi per assurgere al ruolo di specialisti della psiche.
La miopia e spesso l’insipienza degli amministratori ha consentito un graduale depauperamento del patrimonio culturale ed umano che l’esperienza di Basaglia e di molti altri colleghi aveva portato.
Ed ora ci si accorge dei nuovi manicomi, si permettono operazioni di facciata che tradiscono una sostanziale disattenzione al bisogno reale del disabile o del paziente psichiatrico.
Eppure più volte ci siamo espressi perché in strutture psichiatriche, quindi specialistiche, fossero previsti solo professionalità  specifiche e non generiche.

Spesso abbiamo denunciato il rischio di concentrazioni eccessive di pazienti (300 posti, è un ospedale psichiatrico sotto mentite spoglie).
La responsabilità dei tecnici o degli psicoburocrati oltre che degli amministratori pubblici è evidente.
La tristezza ci avvolge…….

Chi è riconoscente ai nostri pazienti (nel puro senso etimologico del termine)
Chi riconosce agli infermieri ai tecnici della riabilitazione psichiatrica, agli psicologi agli animatori che quotidianamente riflettono ,ripensando il loro rapporto di relazione intensa con gli ospiti delle nostre comunità un grande valore non svilito da episodi di violenza primitiva come quelli descritti e di cui gli arrestati sono solo gli esecutori materiali?
Vogliamo chiederci una volta tanto chi sono i mandanti?

La psichiatria è anche politica  sanitaria , vogliamo renderla  questa volta finalmente al servizio del pubblico , ovvero del cliente, del paziente, della persona che soffre che è debole, indifesa?

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2 risposte.

  1. marta pesce ha detto:

    lungi da me trovare una giustificazione a quello che è un fatto di cronaca nera, sono rimasta basita dalle immagini e soprattutto dall’aver riconosciuto tra quelle persone , un ex collega.
    ripeto non voglio giustificare , voglio evidenziare che le responsabilità dell’accaduto è certamente delle singole persone resesi colpevoli di questi comportamenti , ma non solo: è difficile lavorare con la diversità , ancor più con la patologia psichica , è difficile ancor di più lavorare in equipe.il lavoro di equipe è chiaramente importante, non sto qui ad elencare gli aspetti positivi di ciò, sottolineo però la leggerezza con cui spesso viene fatta la selezione del personale , senza considerare le attitudini , le esperienze e le a volte palesi inettitudini, le diverse culture che si ritrovano obbligate a condividere un fine enorme ed importantissimo :il bene del malato psichiatrico. tutto viene ignorato ,basta coprire il turno, basta che il cartellino venga timbrato.
    quindi con questa mia semplice riflessione, vorrei sottolineare che sì certo questi operatori hanno delle responsabilità macroscopiche, ma enormi sono anche le responsabilità di chi ha contribuito a creare quell’equipe malata

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Quello che ho visto a Vado non sono dei sadici idioti che esercitano”nei confronti di poveri indifesi una sola superiorità:la forza”;né ho visto persone deboli violentate e umiliate.Ho visto soltanto persone accomunate da un unico destino:la”reificazione”.Operatori e pazienti reificati cioè ridotti a meri oggetti,spogliati della soggettività e dignità di persone uniche e indivisibili.Quindi,da una parte non persone indifese bisognose di un servizio ma semplici rette da riscuotere per il buon sostentamento dell’azienda(e dei suoi dirigenti),e d’altra parte non operatori con la dignità del proprio lavoro,ma semplici voci di bilancio,buoni giusto per ammortizzare i costi di produzione del servizio.Un’azienda questa che per realizzare il suo giusto profitto invece di eliminare sprechi e ruberie, invece di amministrare al meglio le risorse a disposizione o forse perché succuba di certi meccanismi (criminogeni?) insiti nello strumento della“convenzione”,risparmia sulla qualità del servizio offerto ai suoi utenti e sulla professionalità e professionalizzazione dei suoi op.In questo senso può essere definita come reificante l’azione degli op.che vedono nei malati non persone da accudire,ma semplici pezzi di carne da battere e reificante è l’azione dell’azienda nei confronti degli op.mirante alla loro strumentalizzazione,in quanto essi vengono trattati non come persone dotate di sensibilità e di vita e di competenze,ma valutati alla stregua di semplici artifici contabili.In questa struttura si riafferma il trionfo di uno strano esemplare di lavoratore:lo“specialista incompetente”: una persona che non ha la qualifica necessaria per ricoprire una determinata mansione ma che in compenso ha maturato“un sacco di esperienza”nella sua vita lavorativa.Ma l’esperienza sta diventando una parola vuota,un po’ come la parola professionalità:sublimi intendimenti in nome dei quali si commettono quotidianamente nefandezze inaudite e dietro i quali si trincerano spesso assoluti incompetenti e amministratori in mala fede che si appellano a norme sballate o inesistenti.Sembra che si abbia paura della”professionalità” a cui si rinuncia per ricorrere ipocritamente ad un abile escamotage:”l’esperienza delle persone”.Ma non è l’esperienza in questo caso che viene ricercata,ma viene affermato soltanto un bieco espediente per risparmiare sui costi di un servizio rinunciando così alla qualità delle persone e del loro lavoro caratterizzato spesso dall’assenza di una seria formazione e soggetto ad un C.N.L. tra i più umilianti.Temo che questi “specialisti incompetenti”siano stati assunti perché pagati meno di un operatore munito di qualifica idonea.Ovviamente il titolo di studio,la qualifica non garantiscono che l’operatore di turno non sia una capra(con tutto il rispetto per questi animali che tuttora non sono tenuti a svolgere certi mestieri, non ancora almeno).Tuttavia la“certificazione”delle competenze rimane l’unico modo finora escogitato per dare un minimo di certezza all’utenza che necessita di un servizio:di fronte alla qualifica,di fronte al titolo so cosa posso aspettarmi,cosa posso chiedere o pretendere,esso è un indizio sulla competenza di chi lo ha acquisito.E così dopo il“Così fan tutti”diventa sempre più di moda il“Tutti posson far tutto”,in nome della sacra esperienza.Sono altrettanto certo che non tutti gli operatori di quella struttura si esprimono con tale violenza e tuttavia non sono altrettanto sicuro che non sapessero.Perché non hanno parlato?Per vigliaccheria,per convenienza,per sottovalutazione della gravità del problema,per paura di perdere il lavoro.Per semplice rassegnazione forse!In questo senso si può dire che anche“l’operatore rassegnato all’andazzo”è un op.istituzionalizzato,cioè gli operatori istituzionalizzati a loro volta si uniformano ai metodi adottati nei vari settori di lavoro, reprimono le attitudini personali e livellano i ritmi di lavoro, normalmente a danno delle concrete necessità assistenziali dei pazienti.Così come il vecchio manicomio aveva l’ambizione di riprodurre all’interno del suo spazio chiuso le logiche e le relazioni della società del suo tempo così oggi certe comunità cosiddette di“riabilitazione e cura”tendono a riprodurre in modo sfacciato nient’altro che la logica e le relazioni della società contemporanea una società reificata nell’accezione del buon vecchio Marx quando preconizzava il rischio della personificazione della merce e la reificazione della persona,cioè la trasformazione delle persone in oggetti e i rapporti sociali, che intercorrono tra le persone,in apparenti rapporti tra cose e scambio di merci, e la trasformazione del qualitativo nel quantitativo.Non posso dire”non ci posso credere”perché simili scenari sono ampiamente prevedibili in un sistema che non si è del tutto immunizzato dai germi manicomiali che incubano subdolamente in un contesto in cui le logiche puramente amministrative e finanziarie hanno il sopravvento su quelle propriamente cliniche

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