Vaso di Pandora

La storia di Claudine e del suo ultimo viaggio

La chiamavamo Claudine perché lei voleva essere chiamata così. Le volevamo bene come a una persona di famiglia, come a una vecchia zia un po’ bizzarra magari…
Che poi, vecchia, Claudine non lo era affatto. Poco più di cinquant’anni e un tumore cerebrale che l’ha portata via in pochi mesi. Un lungo progetto terapeutico seguito con costanza e professionalità dai suoi operatori che la avevano accompagnata quasi alla “libertà”.

E così da paziente “difficile” Claudia si era trasformata in una persona felice, soprattutto quando, con un lungo viaggio in autobus e in treno, partiva dalla comunità per andare a Genova, dove l’aspettava l’anziana mamma.

La stessa mamma che ora, tra le lacrime, ci chiede “Ma perché a lei e non a me?”. Già… perché? Ci sono tanti perché nella vita di Claudia.

Perché la malattia è arrivata come un terremoto distruggendo i suoi sogni e interrompendo gli studi che l’avrebbero fatta diventare medico? Claudia voleva essere da una parte della scrivania e invece è finita dall’altra, spintonata con violenza da un destino che non le ha dato tregua. Perché il mondo di Claudia era pieno di bambole, biberon, scatole di latte in polvere? Contrattavamo per ore con lei quando decideva che quello era il suo unico alimento per giorni e giorni perché, in quanto neonata, era giusto che fosse così.

Ci facevano sorridere le lunghe e fintissime telefonate senza nessun interlocutore che l’ascoltasse, i buffi racconti di fidanzati inesistenti, i suoi bottini da shopping sfrenato… In tutto quel mondo di follia c’era una grande carica di affetto e di gratitudine che Claudine ti faceva arrivare in maniera immediata. L’ultima volta che l’ho vista era in un letto di Ospedale. Avevamo saputo da poco della sua terribile sorte. Ero arrabbiata e triste ma lei, pur confusa e dolorante, mi tranquillizzò con uno dei suoi migliori sorrisi che mi fece scacciare il mio pessimo pensiero sull’inutilità del nostro lavoro. Se Claudine, per qualche attimo o qualche giorno o qualche mese ha provato la felicità allora vale la pena di non scoraggiarsi mai neanche nei momenti più tristi… che poi sono i momenti tristi della vita di ognuno.

A volte penso che vorrei cambiare lavoro, fare fatica fisica, piuttosto, ma essere protetta dalle emozioni dolorose che ti trafiggono come frecce mentre cerchi di rendere migliore la vita di qualcun altro. Altre volte e per fortuna molto più frequentemente, penso che pochi lavori ti possano mettere a contatto con aspetti di una umanità così profonda da muovere corde tanto intime e personali. Se amo questo lavoro è anche per le tante Claudine che ho incontrato, per quelle espressioni che ho visto negli occhi solo delle persone sofferenti, per quell’affetto che circola tra i colleghi parlando di queste cose…. ci si sente tutti, come si suol dire, “sulla stessa barca”, pazienti ed operatori, sani e malati, in balia di una vita che ti sfida ad amarla nonostante tutto.

Spesso Claudine tornava dai suoi permessi con dei regali per noi. Un giorno mi regalò un bel braccialetto arancione dicendomi che lo aveva scelto perché sapeva che quel colore mi sarebbe piaciuto. Aveva ragione, io amo i colori che mi ricordano il sole, la luce e lei se n’era accorta, osservandomi più di quanto io me ne fossi resa conto. Conserverò quel bracciale tra i miei gioielli più belli perché in un mondo dove spesso le persone che hai accanto non si accorgono neanche se sei alta o bassa, bionda o mora, triste o allegra, Claudine aveva capito che io amo i colori.

Per me, e sicuramente per molti colleghi, lascia un grande vuoto, anche se era “matta” e non era neanche nostra parente. Se esiste un posto dove vanno dopo la morte le persone, e in particolare quelle che hanno sofferto più di altre, mi auguro che sia un luogo pieno di bambole bellissime che le tengano compagnia, di negozi pieni di vestiti e gioielli che la possano rendere ancora più bella, di montagne di latte in polvere dove tuffarsi e rotolare sino a sfinirsi.

Buon viaggio Claudine ovunque tu sia…

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