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LA PERDITA DEL CENTRO PSICHICO, COSÌ L’IO È DIVENTATO LIQUIDO

Federica Olivieri
16 Ottobre 2015
4 commenti

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 13 ottobre 2015

LA PERDITA DEL CENTRO PSICHICO, COSÌ L’IO È DIVENTATO LIQUIDO

Pasquale Pisseri

 

Ho appena visto un film che dà occasione per commentare questo articolo.

Recalcati prende spunto dal parallelo articolo di Enrico Franceschini sulla crisi dell’identità sessuale, inquadrandola in un contesto più ampio: quello – rifacendosi a Bauman – dell’odierno carattere liquido dell’identità, non solo di genere. Essa “vacilla, barcolla, pare dissolversi in un camaleontismo permanente… per la psicanalisi non è il deficit dell’Io a causare la sofferenza mentale, ma una sua amplificazione ipertrofica… se l’Io non è più padrone nemmeno in casa propria… se non è più il centro permanente della nostra vita psichica tutto appare più libero, senza confini e delimitazioni rigide…”.

Rilievi importanti: ma quanto all’identità di genere, non è da oggi che viene messa in discussione, certo più sporadicamente. Lasciamo perdere le Amazzoni, anche se nella realtà (prei)storica (improbabile) o piuttosto nel mito rinunciavano letteralmente a metà della loro identità di genere, amputandosi un seno per meglio tendere l’arco in un gesto tipicamente maschile. Lasciamo perdere anche le mitiche donne guerriere come Pentesilea, Marfisa, Bradamente, Clorinda, o figure storiche come Giovanna d’Arco, che è stata accusata di eresia anche perché vestiva da uomo. Erano eccezioni inquietanti.

Ma abbiamo qualche esempio molto più recente – ma in ambito arcaico, molto lontano dal nostro – che mostra non solo una limitata accettazione del cambiamento ma addirittura una sua cooptazione nei codici sociali.

 

Veniamo al film: Hana, la protagonista, vive in uno sperduto paese sulle montagne albanesi (fra parentesi, è ammirevolmente reso l’ambiente scabro e ostile). Stanca della pesante condizione di inferiorità come donna e dei veri e propri soprusi, segue il consiglio del padre che affettuosamente le indica la via d’uscita: trasformarsi in maschio!

Mi risulta, fra l’altro, che questa possibilità non sia puro frutto di fantasia registica, ma sia stata davvero concreta e addirittura formalizzata quale istituzione fino a tempi recenti, e persino ancora adesso in qualche luogo sperduto. Il film mostra, credo attendibilmente, una precisa procedura: occorre vestirsi da maschio, comprimere le mammelle nascondendole, rinunciare solennemente di fronte agli anziani del villaggio alla propria identità di donna, anche giurando perenne verginità. Il padre annuncia a tutti e altrettanto solennemente, con salve di fucile, che in casa è “nato” un maschio. Da quel momento Hana potrà e dovrà vivere da maschio anche armandosi di fucile, ciò che prima le era vietato.

Ma verrà il giorno che, trasferitasi in un meno repressivo ambiente urbano, potrà recuperare faticosamente e dolorosamente la propria femminilità.
Dunque, in quel contesto così lontano dal nostro, l’identità di genere può svincolarsi dal dato anatomico, in funzione della scelta della persona e del consenso della collettività: lì non occorre il chirurgo, che d’altronde qui da noi a quanto ne so riesce a realizzare, sul piano strettamente anatomico, poco più che una superficiale imitazione del sesso richiesto.

Certo, si può obiettare fondatamente che nell’arcaico ambiente delle montagne illiriche il cambiamento non è nato da una generale liquefazione dei valori e dei modelli ma, quasi al contrario, da una ricerca, da parte di una “debole” femmina, di un’identità immaginata solida come una roccia e socialmente ritenuta superiore: quella maschile. Ma la cosa resta suggestiva.

Si aprirebbe qui un discorso molto complicato: cos’è l‘identità di genere una volta che, come fosse un carciofo, se ne sono sfogliate – come sta oggi accadendo – le parti evidentemente connesse ai modelli sociali: dalla scelta dei giocattoli a quella dell’abbigliamento, all’interessamento o rifiuto per gli sport violenti, e via dicendo… Del nostro mondo interno fa parte un’essenza della mascolinità o femminilità svincolata dagli accidenti storici?

 

L’orientamento del desiderio non è una risposta, poiché l’omosessualità non rovescia l’identità di genere.
E allora questa che cos’è? Domanda troppo grossa per me.


4 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Il caso vuole che stessi preparando uno scritto che tratta, in apparenza, prevalentemente di genetica, ma in qualche modo, secondo me, si ricollega al tema trattato dal Prof. Pisseri. Ve lo propongo nella speranza di alimentare il “dibattito”. E spero mi perdonerete la prolissità e qualche nota di volontario sarcasmo che però mi aiutano a discutere e a sdrammatizzare un argomento che per la sua complessità mal si presta ad essere trattato in così breve spazio.
    Dunque, di recente uno studio su Nature documenta che le cellule “Mcms” (dall’inglese Mystery cells of the male), trovate nel cervello del minuscolo verme “Caenorhabditis elegans” (notate la finezza: è sì un verme, ma piuttosto “raffinato”, una vera personcina, tutto sommato) funzionano come “…un campanello che ricorda l’urgenza dell’accoppiamento… Si trovano soltanto nei maschi e rendono il sesso una priorità (per I maschi ovviamente) e fanno parte della differenza biologica tra il cervello maschile e quello femminile…”.
    Vista la sua semplice composizione anatomica (ha solo 385 neuroni, ma, per la cronaca, molti di più di quelli “presenti in molti cervelli umani”) viene utilizzato da anni per la ricerca da genetisti e biologi perché i suoi meccanismi cellulari interni possono essere comparati (???) a quelli che avvengono nel corpo umano ad un livello base. L’articolo si conclude con un auspicio: “Non resta che aspettare che gli studi sul cervello del verme C. elegans possano fornire altre risposte su quello degli esseri umani”. Aspettiamo con vivida trepidazione, dunque! Cosa se ne deduce?
    Che l’uomo è pur sempre cacciatore? Quindi, donne rassegnatevi perchè se il vostro uomo si spazzola pure i virus che inspira nell’aria compresi quelli dell’influenza è colpa della genetica e della propensione del maschio ad assicurarsi la sopravvivenza (occhio, allora, che se notate che il vostro uomo è spesso raffreddato, in realtà sta fornicando, verosimilmente). Insomma, il vostro “lui”non vi sta tradendo con femmina altamente predisposta (forse anche geneticamente) alle relazioni con l’altro sesso, ma sta soltanto perpetuando verosimilmente i propri geni nell’ottica della conservazione della specie. Dunque, trattasi di “opera di servizio” resa all’umanità e/o agli dei di turno, eventualmente.
    Che quando ti danno del “verme” non offenderti visto che ci sono buone probabilità che tu disponga di almeno 385 neuroni e visti i tempi, l’inquinamento e le trasmissioni mediaset, non è male, direi.
    Voglio subito aggiungere a scanso di equivoci che ho salutato il sequenziamento del DNA come una benedizione perché può voler dire identificare tempestivamente le anomalie e gli errori che sono a fondamento di alcune delle più orribili sofferenze che affliggono l’umanità e forse scoprire i rimedi per sconfiggerle. E rappresenta anche un viaggio sorprendente nella storia dell’evoluzione umana che dopo la rivoluzione copernicana ha contribuito a demitizzare forse definitivamente l’essere umano “certificando”, direi, il nostro indissolubile legame con il mondo animale. Lo si voglia o no abbiamo geni in comune con le scimmie, con batteri, lieviti, moscerini delle frutta, lombrichi, vermiciattoli vari e topi. Un sano bagno di umiltà non guasta mai!
    Ora, però, se è vero che la “scienza sperimentale” ci ha insegnato a conoscere l’essere umano attraverso la sperimentazione su scimmie e topi, quando va bene, è altrettanto vero che questo è anche il motivo per cui, tendiamo, temo, a dimenticare troppo spesso che l’uomo e la donna sono sì animali, ma di un tipo molto particolare muniti di autocoscienza e di linguaggio simbolico (in quantità superiore ad altre specie, quantomeno) e che vivono in un contesto sempre più sociale e sempre meno naturale. Proprio per tale realtà la rete dei rapporti tra l’organico e lo psichico è sempre più complessa e difficile da indagare.
    Per questo e tanti altri motivi mi sorge spontaneo un dubbio fomentato per di più da altro articolo apparso su “la Repubblica” del venerdì 16 ottobre corrente anno che descrive il travaglio di una donna romana affermata manager e madre di famiglia “affetta da sex addiction” dipendenza da sesso devastante che “l’ha portata quasi al suicidio”. La donna ha poi realizzato con l’aiuto di una psicologa di “essere stata abusata da bambina”.
    Ma allora, se tanto mi da tanto sarebbe possibile che nel corso dello sviluppo del sistema nervoso centrale si sia verificata nel cervello di questa donna una qualche anomalia che ha portato ad un incremento di questa popolazione di neuroni esclusivamente maschili? Non sarà che la manager in questione poverina si ritrova per errore nel cervello qualche neurone “Mcms” di troppo? Per cui alla fine si è vista costretta a mettere in scena la caricatura di “un’esigenza evolutiva” della specie umana (seppure a tutto appannaggio dei soli maschi umani), scardinando oltremodo in maniera esiziale per se stessa e le sue relazioni umane certi preconcetti e cliché che dipingono la sessualità e quella femminile in particolare.
    Adesso seriamente! Non è che voglio necessariamente mettere tutto sul piano simbolico, ma avendo io 386 neuroni (uno in più del verme in questione), allora sì la metterò sul piano simbolico. Non voglio negare né la “sindrome da sex addicition”, né la sofferenza della donna romana che per fortuna pare abbia trovato finalmente un suo equilibrio. Tuttavia, a volte ho l’impressione che tutto questo ricorso ossessivo alla genetica dei “vermi” per spiegare i comportamenti e attitudini umani rappresenti un atto scaramantico, un espediente buono a rassicurarci sui tempi che stiamo vivendo, un amuleto buono a confermare eventualmente certi stereotipi (e quelli di genere tra gli altri) che tanto ci consolano e che ci sollevano dai tanti dubbi che invece insorgono nel corso delle comuni relazioni umane. L’ennesima modalità di scaricare altrove la responsabilità delle nostre azioni. In questo caso “l’altrove” è quel “non luogo a procedere”, quel cyberspazio che è il nostro genoma che sta trasformandosi sempre più in una sorta di “allucinazione vissuta consensualmente da miliardi di persone”. Un “non-spazio” della mente in cui si affastellano “ammassi e costellazioni di dati ” cui possiamo far dire qualunque cosa ci piaccia.
    Questo è il motivo per cui ci è più comodo, ad esempio, credere che l’intelligenza sia una faccenda di geni piuttosto che ammettere che essa è influenzata profondamente dall’ambiente in quanto scaturisce dall’interazione di un numero enorme di funzioni geniche, eventualmente. E questa è la ragione per cui il nostro destino non è scritto nei geni così come a suo tempo non era scritto negli astri (anche se qualcuno continua ad avere fiducia cieca sia nell’astrologia che nella “genetica d’accatto”).
    Allora se una donna indulge ai piaceri della sessualità “deve avere qualcosa di storto”. Se vostra moglie si accoppia con tutto ciò che respisra, i casi sono semplici: o è di facile costumi o è affetta da sex addiction o da ninfomania (se le va bene), comunque sia è una persona malata, un’anomalia del sistema che un’infusione di neuroni geneticamente modificati o l’intervento sapiente di un qualche centro di salute mentale sapranno curare immancabilmente. Gli uomini “scopano”! Le donne “amano”! E via discorrendo con i luoghi comuni più beceri. E invece, la genetica è lì rassicurante con le sue certezze biologiche dicotomiche a difenderci dalla depravazione dei costumi moderni e dal dolore procurato dalle incertezze del vivere quotidiano. La genetica o I genetisti sarebbe meglio dire, ci rassicurano che niente è cambiato e nulla cambierà nei secoli dei secoli.
    Quindi, la genetica l’ultimo baluardo contro la tendenza “transgender” delle “identità fluttuanti” ormai dilagante in ogni settore della vita umana? La genetica l’ultima roccaforte di chi compulsivamente vuole riaffermare i dualismi “ancestrali” di mente-corpo, maschio-femmina, forma-materia, conscio-inconscio, vero-falso quando persino la fisica quantistica o la logica fuzzy delle nostre ultime reflex automatiche ci stimolano a ripensare certe dualità consolidate, “forse false” o soltanto “in un certo senso vere”.
    A ripensarci noi tutti siamo sostenitori più o meno consapevoli della logica “transgender” ovvero “la fluttuazione tra genere maschile e femminile non sancita però da nessun bisturi, ma giocata invece in rete o nella vita quotidiana”. Dunque, “transgender” ma nell’accezione più generale di “variabilità, oscillazione dei generi” di tutti i generi. A pensarci bene, quotidianamente noi tutti ci presentiamo come transgender quando ad esempio, navighiamo oltre gli stereotipi sessuali più volgari: non credo che oggi ci sia qualcuno sano di mente e di corpo che si sognerebbe di avallare l’idea che gli uomini devono lavorare e portare i soldi a casa e che le donne devono rimanere tra le mura domestiche ad accudire i pargoli e a svolgere le faccende. Nemmeno la prestanza fisica può rappresentare una discriminanante tra genere maschile e femminile quando un buon addestramento e l’utilizzo di tencniche appropriate possono rendere una donna “letale” quanto un uomo e le macchine vengono comunque in aiuto per sopperire a qualunque carenza fisica.
    A parte gli scherzi e le provocazioni, la storia di quella donna affetta da sex addiction dimostra semmai ancora una volta che la sessualità ha un alto valore simbolico e non giova ridurla a forme ben fatte, a salutare fisiologia o perversa anomalia condizionata, eventualmente, da “misteriose” popolazioni di neuroni (non sempre, almeno). La sessualità, in accordo con la ricchezza e plurivocità, polifonia, polisemia dei simboli stessi, può essere metafora di forza, di potere, di procreazione, di accoglimento o di abbandono, di sopraffazione, di gioia o di melanconia, di dipendenza, di espiazione, di distrazione, e chi più ne ha più ne metta. I simbolismi si trovano nelle relazioni umane, nei contesti abitati dagli esseri viventi in relazione tra loro, non nei geni. Non ancora, almeno! Insomma, attenzione al rischio di utilizzare i geni per giustificare alla fine le discriminazioni di sesso, “razza” e culture.
    PS:
    Leggo che in una popolazione adulta di C.elegans sono presenti due tipi sessualmente diversi di organismi: il maschio e l’ermafrodita.
    Gli individui maschili, molto rari (pari a circa 0.05% del totale), garantiscono la variabilità genetica. Gli ermafroditi sono in grado di proliferare anche senza maschi (ermafroditismo sufficiente) e sono dunque diffusissimi. Oltre all’apparato maschile, essi presentano anche due ovari, due ovidotti, una spermateca ed un utero. E con buona salute!
    Ops! Mi sa che dovremo guardare altrove per confermare I nostri “dualismi”. La natura è già “transgender” di suo; è troppo avanti persino per i conservatori (genetisti) più sfegatati. Questa natura senza mutande e senza morale che senso ha? Ma è anche vero che non ci capisco granché di genetica e quindi per carità non voglio nemmeno leggerci qualche significato allegorico in prospettiva. Vabbé, non importa! Non vivrò, comunque abbastanza per assistere a simili mutazioni. 😥

  2. Roberta Antonello ha detto:

    RE: LA PERDITA DEL CENTRO PSICHICO, COSÌ L’IO È DIVENTATO LIQUIDO
    Dove sono e posso esserci? Le foglie del carciofo (abitudini o operazioni che siano) mi servono ad essere riconosciuta o riconoscermi?
    Grazie a Pisseri per questo articolo e mi ricordo di avergli dato credo 20 anni fa un film conturbante su comportamenti omosessuali. Me ne ripropone un altro che non ho ancora visto. Lo vedrò.
    Dove sono e dove posso esserci lì è la mia identità.

  3. Roberta Antonello ha detto:

    Dove sono e posso esserci? Le foglie del carciofo (abitudini o operazioni che siano) mi servono ad essere riconosciuta o riconoscermi?
    Grazie a Pisseri per questo articolo e mi ricordo di avergli dato credo 20 anni fa un film conturbante su comportamenti omosessuali. Me ne ripropone un altro che non ho ancora visto. Lo vedrò.
    Dove sono e dove posso esserci lì è la mia identità.

  4. Pasquale Pisseri ha detto:

    Per Roberta. il film è “vergine giurata”. Ciao

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