Curiosità

L’uomo che cambia la testa ai campioni

Pasquale Pisseri
11 Gennaio 2017
1 commento
L’uomo che cambia la testa ai campioni

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 19 dicembre 2016

L’uomo che cambia la testa ai campioni

di Pasquale Pisseri

L’articolo non ha nulla di sorprendente: la letteratura, specie americana, è ricca di contributi sulla psicologia dello sport, vista in un’ottica cognitivo-comportamentale: rilievi, raffinate analisi statistiche sui rapporti fra performance e dimensioni emotive e cognitive, proposta di questionari etero- ed autosomministrati, suggerimenti migliorativi.

Più numerosi quelli riguardanti sport di ampio interesse spettacolare ed economico (come del resto risulta dall’articolo di cui parliamo): è ovvio che, se si pensa che un intervento psicologico possa fare la differenza, per i committenti vale la pena investire in attività che offrano un concreto ritorno.

Non è il caso, né è possibile, citare tutti gli articoli, e basterà parlare delle topiche più ricorrenti: la caratteristiche di una performance che migliora sotto pressione, fra le quali emergono concentrazione, sforzo, maggior consapevolezza; la relazione fra la possibilità di leadership e la collocazione fisica nel campo di gioco; le ricerche sul c.d. Executive Control Network, maggiore in sport come il tennis da tavolo che richiedono rapide reazioni e movimenti; l’utilità di interventi indirizzati, prima della gara, alle cognizioni penose associate con la competizione e il sonno, poiché ovviamente l’umore e la qualità del sonno influenzano i risultati; quella degli interventi di mental skills training (MST), che migliorano le fonti di godimento (enjoyment) intrinseche all’attività e quindi i risultati; le varie esperienze psicosociali correlate ai diversi sport…

Nei giocatori di rugby si è visto che la consapevolezza spaziale è correlata a modelli di movimento di moderata intensità. Il puntare a una meta e la qualità di tale spinta influenzano la partecipazione a una attività fisica. E’ stata rilevata una correlazione positiva fra pratica di sport e funzioni neurocognitive nei ragazzi. E si potrebbe continuare.

Ovvietà, si dirà: ma – piaccia o no – lo spirito di questi contributi è quello di spostarle dall’area dell’ingannevole senso comune a quella della verifica su precise basi quantitative.

Numerosi i fattori negativi responsabili di sotto-performance: la depressione, rilevata frequente nelle giocatrici di football; il timore del fallimento che può sfociare in burn out, specie se è orientato individualmente.

Sorprendentemente, di questi non farebbe parte il pensare la morte, che anzi migliorerebbe le prestazioni degli atleti, tanto che esistono specifici esercizi (TMT: Terror management training)! Può divertirci il pensare a un allenatore che prima dell’incontro dice ai suoi ragazzi “memento mori”; ma a pensarci bene la correlazione – peraltro dimostrata con le solite tecniche – non è poi così impensabile.

E’ possibile che l’angoscia della morte incentivi la spinta a dimostrare a sé stessi che si è forti? Ne sappiamo qualcosa noi anziani che perseguiamo la fitness e le prestazioni: nel CAI l’età media sta continuamente aumentando. Tendiamo così a proteggerci dall’ansia legata alla consapevolezza della mortalità.

C’è poi un contributo specifico che riguarda l’interesse non allo sport ma alla riproduzione: si è rilevato che la preoccupazione per la riproduzione, dopo la somministrazione di reminders of mortality, cresce più negli anziani che nei giovani. Si ipotizza che l’aumentata preoccupazione per le future generazioni e la simbolica immortalità che ne deriva possono essere particolarmente importanti negli anziani quando la consapevolezza della mortalità cresce.

L’articolo ci aiuta a ricordare le implicazioni emotive dello sport competitivo, dove si riciclano in modo socialmente accettato e abbastanza innocuo le nostre pulsioni aggressive, come accade in almeno due delle attività citate: rugby, dove il forte confronto fisico trova compenso (reattivo?) nella leggendaria lealtà degli atleti; e formula uno, dove le auto si inseguono rischiosamente e ruggendo rabbiosamente.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Trovavo interessante l’accenno del Prof. Pisseri al tema del “pensare la morte” coniugato allo sport. Dunque, il pensiero della morte non sarebbe poi così depressogeno. E mi veniva in mente una battuta che faceva più o meno così: – Perché ti accanisci tanto a voler fare sport? Alla tua età, poi? – …- Per arrivare in forma al mio funerale. Sarò il vecchietto più giovanile di tutto il cimitero! -.

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati