Storie

L’estetica del razzismo.

Felice Alessandro Spata
31 Marzo 2018
Nessun commento
L’estetica del razzismo.

Tra metafisica e pragmatica, ecco Hamlet “nigro”: James Baldwin incontra Shakespeare. Un dialogo immaginario tra l’intellettuale nord-americano e un “Amleto” appassionato e stanco.

“…L’odio non è una cosa con cui nasci, ti viene insegnato. Te lo dicono a casa, te lo dicono a scuola che la segregazione è quello che dice la bibbia, genesi 9 versetto 27. Quando arrivi ai sei anni te lo hanno detto tante di quelle volte che arrivi a crederci, credi nell’odio, lo vivi, lo respiri, lo sposi persino…”. Fortuna che sono altri i riferimenti biblici dei cattolici attualmente. E lasciamo perdere la scuola che imporrebbe di aprire ben altro capitolo.

È vero, i bambini ci guardano. I bambini studiano il mondo utilizzando ciò che vedono. E ciò che vedono li plasma e li deforma in qualche caso. Poi crescendo diventiamo consapevoli poco per volta delle alternative a nostra disposizione. Alcuni si ritrovano a soppesare un ampio ventaglio di opzioni. Altri devono fare i conti con una serie di dilemmi che hanno tutto il sapore minaccioso dell’“àut-àut”. Comunque, impariamo che è necessario prendere delle decisioni che non mancheranno di pesare sul resto della vita personale e possibilmente di quella altrui. E finiamo per comprendere cosa significhi stare non soltanto al mondo, ma anche più semplicemente nel paese in cui siamo nati e vissuti.

Eppure continuo a credere che la famiglia non sia necessariamente un destino, almeno se guardiamo al fronte individuale. Ma potrebbe darsi che la famiglia diventi più decisiva potenzialmente su convinzioni e comportamenti che hanno implicazioni più vaste a livello, comunitario, sociale? C’è un collegamento organico tra vita privata e ruolo pubblico? E il dissesto della vita privata può avere un effetto dirompente sui costumi pubblici di un’intera comunità al punto da renderla “mostruosa”? O forse un appello alle dinamiche del privato rischia di essere del tutto inefficace e nocivo? E tuttavia, bisogna pur partire da qualche parte.

Dunque, come fai a concentrarti sulla tua vita, come puoi pensare di crescere se tutte le tue energie psichiche e morali e fisiche persino sono tutte puntualmente assorbite dalla – preoccupazione persistente che il mondo che ti circonda (le persone, la natura stessa inospitale com’è tante volte) ti vuole annientare o comunque umiliare? Un mondo con una forte propensione a privarti del rispetto di te stesso. Invece di pensare a diventare una persona matura ti adoperi unicamente per evitare di impazzire o per restare vivo. Ed è inutile dimenarsi, imprecare, urlare. Non ti è accordato neppure di “Essere o Non-Essere” che non è nemmeno questo il problema perché l’opzione fin troppo elegante è concessa soltanto a chi è ricco, bianco, di nobile casato e scandinavo. Se ti va bene puoi sempre dormire, forse morire. Nient’altro. Razzismo è “un treno pieno zeppo di gente, persone in piedi e un solo posto libero, quello accanto al mio”. C’è di buono che starò più largo. Non è che ho un vuoto da riempire dentro di me. Mi basterebbe che qualcuno occupasse quella cazzo di poltrona vuota accanto a me.

E noi qui ancora a domandarci “se sia più nobile nella mente soffrire dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine”. Ma è ovvio che ti devi opporre. Ma quando cerchi di reagire e alzi lo sguardo fiero – per far valere il tuo buon diritto ad esistere – allora realizzi con sgomento che le forze in campo sono davvero impari. Allora, – capisci che in questo modo osi attentare alle logiche di governo persino dell’intero mondo occidentale – e rischi di essere trattato come un pericoloso sovversivo o un brutale criminale. Ma sarà pure lecito o no cavarsi di dosso questo groviglio mortale?

Avrei voluto assumermi la responsabilità morale sulle mie scelte di vita. Lo avrei voluto davvero tanto. Sono le circostanze che hanno finito per farmi considerare la vita esteriore come più importante. E non state qui a menarmela con la storia del libero arbitrio, per pietà. Sento che il mio ego è stato ed è ancora interamente asservito a fattori esterni. Questo farebbe di me una specie di “esteta” o un determinista più verosimilmente. Ma non è che voglio scrollarmi di dosso le mie responsabilità. Io desidero avere un controllo sulla mia vita. Mi sforzo di diventare una persona migliore, cerco di avere un ruolo attivo nella formazione del mio comportamento e del mio carattere. Non potete accusarmi di essere uno che si crogiola nel mito della sconfitta. Un’eterna sconfitta è meglio di una vittoria temporanea? Non sono mica così arrogante. Vi dirò che avrei militato più volentieri tra le file di Malcolm X invece che in quelle M.L.King e lo dico con tutto il dovuto rispetto per la grandezza di quel sant’uomo. Non sto semplicemente qui a piangermi addosso ad esaurirmi nella noia o nella disperazione. Non lo vedete? Sto emigrando! Altrimenti perché starei qui a rischiare la vita in mare su barconi fatiscenti o tentando di attraversare i deserti in mezzo a carovane rabberciate? Perché starei qui a sopportare le derisioni del vicino di casa e le angherie del compagno di banco, l’ingiuria dell’uomo qualunque superbo e vile, l’insofferenza della legge che non è vero che è uguale per tutti, la prepotenza e l’ottusità dei burocrati, l’insensibilità dei medici che hanno giurato e spergiurato su Ippocrate, l’oltraggio che la competenza rigorosa costruita faticosamente subisce dagli infami il cui unico merito è quello di aver trovato tutto ben apparecchiato fin prima della nascita? Mi chiamo Billy Graham “The Artist” e – non importa quanto amore e impegno infondi in quello che fai, può succedere che tu venga dimenticato e questo non è giusto -. Il guaio è che viviamo in un sistema dove – si può tranquillamente non pensare nulla ma si è autorizzati a credere di sapere tutto -. La mia conoscenza vale quanto la tua ignoranza. Siamo tutti intercambiabili. Ed è per questo forse che molti di noi abbiamo la tendenza perversa a diventare facilmente sacrificabili e superflui, quindi. Abbiamo perso di originalità. Non si dà valore alla persona e al suo talento. E non importa di che colore sia la tua pelle. Si privilegia la mansione. E non c’è nulla che non si possa imparare con un minimo di “affiancamento”, pare. Niente che persino un’intelligenza artificiale con la sua rete neurale non possa riprodurre anche meglio di un umano e senza nemmeno bisogno di addestramento. Ecco servito nella sua massima espressione il vero apprendimento “vicario” quello di colui che è delegato, uomo o macchina che sia, a fare di te un mero accessorio, surrogato triste. E qual è il valore aggiunto che io rappresento, allora? Siamo tutti molto “eclettici”, alla fine. Eclettici e sempre più inutili.

Allora, perché dovrei trascinarmi simili fardelli, mugugnando e consumandomi sotto il peso di una vita di stenti e di faticacce quotidiane?

Mentre cresco mi accorgo che – il mio paese di origine a cui devo la mia “identità” – e poi quello in cui faticosamente tento di inserirmi per ribellarmi ad un destino di esclusione – non hanno predisposto nella loro intera realtà il benché minimo spazio per me -.

E mentre tutti gli altri sono impegnati a programmare il proprio mondo, tutti intenti a “provare la vita”, il suo amore e il suo odio, la sua illusione e la sua realtà, la sua bruttura e la sua meraviglia, il suo successo e il suo fallimento, in definitiva mentre gli altri sono partecipi di questa esistenza “bipolare”, tanti, troppi, sono impegnati alacremente a sopravvivere in un sistema spietato. Mi chiamo “Segen”, vengo dall’Eritrea e dopo un anno di reclusione in Libia sono morto di fame a Pozzallo. Io sono uno dei milioni che non si è adattato che non ha casa, nessuna famiglia, nessuna dottrina, se escludiamo un forte senso religioso che in qualche caso sfocia nel fanatismo (ma in qualcosa bisogna pur credere, a qualcosa bisogna pur appellarsi), nemmeno la mia terra di nascita posso considerare un punto fermo che potrei dire veramente mio; la mia origine non sempre è nota, e la mia fine non è altrettanto certa. Non posso sapere il vostro nome, non oso nemmeno chiedervelo, ma voi potete sapere il mio quando mi interrogate appena sbarcato da una “nave salvezza” o previo ingresso nei centri di accoglienza. Ed è con questa prima “schedatura” che domani speriamo di iniziare insieme la costruzione di una nuova comunità.

Nemmeno i migranti sono tutti uguali. Persino la sventura seleziona tra migranti di serie A e migranti di serie B. L’occidente “ripudia la guerra”. La fame no! Morire di fame è ancora eticamente accettabile. Ma morire di guerra proprio no. Non è carino. Allora se la fame ti ha risparmiato abbastanza a lungo, ma ti sei stancato di fare da bersaglio mobile al tuo “nemico” allora puoi mollare armi e burattini ed emigrare dove almeno non ti spareranno addosso. Almeno per un po’. E già perché non è poi così garantito, tutto sommato. E dire che mi sto ammazzando letteralmente per finire in un posto dove hanno della morale un concetto più elastico della buccia dei miei coglioni. Tutto ciò è veramente patetico o più propriamente molto allegro. Da morire dal ridere. Davvero! Mi sganascerei dalle risate, se non fosse che non mi è rimasta la forza nemmeno per muovere i muscoli della faccia.

 Cosa succederà a questo mondo? Come si può fare degli immigrati dei cittadini a pieno titolo e al contempo a non suscitare razzismo? Qual è il mio ruolo nel mondo? Quale futuro mi aspetta? Qual è il senso della mia presenza qui? Per quanto tempo ancora potrò sopportare questa condizione? Non si può vivere a lungo nel mito della tragica fatalità o dell’inevitabilità della disgrazia. Allora, ci affideremo ancora alla scienza perché ci tolga dai guai? La scienza ci aiuterà a individuare quali proprietà e oggetti e quali persone sono degni di una “conveniente” considerazione? Nel paese di origine non posso restare. L’inquinamento sta rendendo porzioni sempre maggiori del pianeta inadatte ad ospitare la vita umana. La fame, la guerra, la malattia mi uccidono. Devo allontanarmi. La morte in mare forse mi attende, o un colpo di pistola sparato da un poliziotto troppo zelante o da qualche invasato cui la costituzione attribuisce il diritto di acquistare armi d’assalto. O finire incistato in qualche mafia di strada. O diventare io stesso un’arma di distruzione come – solo modo di affermare un’identità senza terra -. Ma che centra l’identità con la terra? Mi serve un lavoro, mi serve una casa e delle buone relazioni umane, al limite. In fondo non ho grandi pretese. Voglio soltanto essere una persona “normale”. E scusate se sono banale o troppo “borghese”. Ma possibile che queste cose così “ordinarie” debbano far parte di un sogno? Ebbene, se è vero che la vita è un sogno, allora attenti! Avanzate leggeri, vi prego! Perché ci state camminando sopra. E tuttavia, non può essere tutto qui. Ho sempre pensato di meritare qualcosa di più dalla vita che un po’ di fumo e qualche litro d’alcol. O una cintura piena zeppa di esplosivo. Allora, devo provare a fare qualcosa, lo devo a me stesso e ai miei figli. Ma l’altro paese non mi vuole. Dicono che non c’è posto. Dicono che non ci sono risorse sufficienti per tutti. E forse hanno ragione. Non lo so. Ma allora qual è il mio cazzo di posto? Tranquilli, cerco soltanto una nicchia dove accucciarmi. Perché è così che succede. Sapete, superata una certa soglia di immigrati si formano delle comunità che finiscono per coesistere spartendosi il territorio a mo’ di circoscrizioni e trincerandosi ognuna all’interno del proprio recinto culturale e dentro il proprio sobborgo. Qualcuno la chiama “noncuranza giustappositiva reciproca”, oppure “odio cordiale, ma a distanza”. Le società multirazziali totalmente integrate non abitano questo pianeta, si sa.

E se la chiamassimo semplicemente “segregazione high tech ben riuscita”? L’estetica “modernista” della disgregazione umana. L’isolamento è “bello” perché è funzionale ad una pacata e soprattutto incruenta coesistenza tra individui che avrebbero un’attitudine tutta costituzionale sebbene non propriamente ereditaria a scannarsi tra di loro. Stiamo costruendo un intero fottuto mondo di baracche e di case in cartongesso. Non case dove abitare ma – posti dove tenere all’asciutto gli elettrodomestici -. Alloggi decrepiti dove stipare lavoratori stagionali. E casermoni popolari e orrendi che al confronto le “brezhnevki” erano appartamenti di lusso. Spazi anonimi e monotoni e gabbie dove rinchiudere le persone. Case domotizzate super accessoriate come gigantesche auto incollate al cemento armato. E non hai desiderio di andare da nessuna parte, tanto è il “cielo ad entrare nella tua stanza” dentro al tuo casco 3D. Nient’altro che un’allucinazione telecomandata da un dispositivo Wireless Bluetooth. E abbiamo anche l’impudenza di chiamare drogati quelli che si facevano i viaggi virtuali con l’acido lisergico. E abbiamo anche la sfacciataggine di chiamare comunità posti simili. Fra 50 anni non ci saranno altro che sobborghi residenziali per la nomenklatura e ghetti per “quelli che hanno ancora voglia di arrangiarsi”.

E poi ci sono larghi strati della popolazione che non hanno fiducia in alcun partito di destra o di sinistra; predomina il qualunquismo. E il qualunquismo è forse il risvolto meno rabbioso della violenza, ma a lungo andare può diventare un precursore di questa. Il qualunquismo promuove la mostruosità morale di fatto?

Qualunquismo e razzismo: sono pur sempre il risultato di apatia morale e di pigrizia mentale: ambedue hanno come risultato esiziale che si finisce per trattare gli individui come appartenenti semplicemente ad una categoria: i “politici” tutti ladri, gli “immigrati” tutti delinquenti, tutti parassiti, tutti musulmani, tutti “Africani”. Non solo simili balzane categorizzazioni non rendono giustizia delle differenze concrete tra le persone, ma fomentano anche un’opinione molto scadente e incompleta del carattere e della vita delle persone medesime.

Allora, il cinismo, l’indifferenza nei confronti dell’Altro, finanche il razzismo potrebbero avere a che fare proprio con una mancanza di intraprendenza? Forse, il problema non è l’immigrato o il colore della sua pelle. Ci manca il coraggio di iniziare progetti, soffochiamo nell’abitudine; temiamo gli stimoli nuovi. Ma cambiare le consuetudini non è facile. Allora, si tratta di “affrontare” il “cambiamento”. È vero che – non tutto quello che si affronta può essere cambiato – ma è altrettanto vero che non puoi pretendere di fermare il cambiamento non affrontandolo, o meglio, non confrontandoti con esso.

Forse è soltanto di libertà che stiamo parlando, libertà di essere sempre in un certo modo, libertà di essere quello che vuoi, libertà di essere quello che sei e senza dover subire imposizioni da chicchessia. Ma è davvero la libertà che ci interessa? O è una “felicità idiota” ciò a cui aspiriamo alla fine? Paradiso o inferno? Esisterebbe anche una specie di inferno paradosso, non proprio un paradiso in terra, ma una sorta di “limbo industriale” dove operose officine forgiano desideri artificiali e bisogni inesauribili, e creano manifatture ben confezionate di promesse impossibili. Una “terra prospera di ogni specie di frutti”. Una terra ricca di promesse. Ma “realisticamente” non per tutti! Un – “non-luogo” a procedere dell’esistenza umana -, dove l’umanità viene prosciolta dall’utilizzo improprio di altri esseri umani e dall’uso smodato di oggetti vari. Fatti che di per sé non costituirebbero precisamente reato, ma dai quali non veniamo nemmeno propriamente assolti, perché una parvenza di “colpa” potrebbe pur sempre essere adombrata. L’ipotesi sommaria è che la nostra reputazione non in quanto singoli ma in quanto famiglia umana è disonorata per sempre. Come specie abbiamo perso i nostri privilegi divini su questo pianeta ed esaurito è il credito presso la BMS, la “banca mondiale della stima”. Prendiamo atto che il sacrificio del Gesù in Croce ha esaurito da tempo la sua funzione redentrice. A voler essere proprio precisi l’ente umano come specie si è snaturato, perché continua a macchiarsi impunemente delle sventure di milioni di persone e senza battere ciglio e per tale motivo non meriterebbe più di “esserci”, eventualmente. E non è che provare un senso di colpa anticipatorio per quello che potrebbe capitare in avvenire rappresenti un’attenuante nemmeno generica perché il senso di colpa si è dimostrato essere un deterrente totalmente inefficace oltre che veramente ipocrita per prevenire forme di atrocità future.

Dio non è morto perché è stato ucciso dalla tecnica degli uomini. – Egli non è nemmeno morto. Si è semplicemente allontanato dalla comunità umana molto deluso e affranto – dopo aver preso atto dell’idiozia del genere umano e del suo uso improprio del libero arbitrio.

Ma se questo dio è fuggito disgustato, eccone un altro svelto a prendere il suo posto (nemmeno gli dèi sono insostituibili, dopotutto) e pronto a patrocinare l’inizio di una nuova storia e delle sue illimitate possibilità. Una storia che per evolvere deve prima finire, però. La storia può andare avanti anche senza di noi? E con la fine dell’umanità finisce finalmente “la storia della metafisica come sviluppo del nichilismo legato al principio di ragione”.

Stai preconizzando un qualche tipo di apocalisse di tipo nucleare, eventualmente? In fondo perché darci impaccio un minuto più del necessario? Liberarci l’uno dell’altro più in fretta possibile è una conclusione da desiderarsi devotamente. E così poniamo fine ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne. No! La verità è che ho solamente sonno. Soltanto una transitoria eppure terrificante “paralisi ipnagogica dello spirito” mi seduce e il panico mi prende. Meglio dormire che stare qui a vaticinare di olocausti purificatori. Seppure, dormire non sia esattamente morire, non è quel lungo sonno con cui poniamo fine al dolore del cuore. Invece, ti dirò che l’immaginazione da sola mi dà qualche suggerimento su ciò che potrebbe essere realmente. Dormire, forse sognare. Ecco, vorrei poter dormire il sonno dei sognatori, ma di quelli ad occhi aperti. La mente dell’uomo che sogna è beata e appagata. Vorrei certe volte essere come i bambini. Loro non hanno bisogno nemmeno di dormire. Vivono costantemente in un sogno dove tutto è favoloso. Taci! Per carità. La tua mente deve essere davvero preda di quantità industriali di LSD. Ma cosa vai farfugliando? Affacciati anche per un solo istante là fuori e vedrai l’esistenza. L’esistenza di bambini che vivono ogni giorno immersi in ogni sorta di tormento, niente è facile da raggiungere. Per loro le più misere condizioni materiali sono un problema quotidiano. E se dormono è solo per poter morire tante volte. Il tuo sogno che si fa realtà assomiglia tanto ad una sorta di realtà assoluta, una “surrealtà”. Non credo che il “surrealismo” possa rappresentare la futura risoluzione dei problemi dell’ingiustizia. Non è facendo della poesia che cancelleremo ogni sorta di sperequazione, temo. Ecco che si mobilità il realista che è in te.

La verità è che sei depresso dalla testa ai piedi. No! Non direi. Forse sono soltanto un tantino pessimista. Ma come puoi essere pessimista? In fondo, sei vivo. L’umanità vive ed evolve. In alcune sue parti, almeno, e nonostante tutto. Già! E così sarà per sempre. Dobbiamo accettarlo realisticamente? O forse realisticamente siamo stati temprati per sopravvivere, qualsiasi cosa ci accada? Nella sventura ci siamo fortificati, fin dall’inizio dei tempi. E ogni volta ne siamo usciti più forti incredibilmente. Seppure questo ha comportato che tanti piccoli e grandi cristi anonimi fossero sacrificati alla croce del progresso. L’inevitabile scotto da pagare al percorso di maturità della specie umana? O forse furono immolati soltanto perché l’umanità potesse continuare a peccare indisturbata? “Himmelfahrstrasse”, quella per “il paradiso è una strada da percorrere nudi”. Dio è davvero così inutilmente cattivo?

Il punto è che sono stanco e stufo di questa cosiddetta “civiltà” che continua a tollerare certe cose. Che mai significa libertà e giustizia per tutti? Che cos’è un inalienabile diritto? Se sono qui a mettere all’asta persino il mio diritto ad esistere? Diamo valore alla vita umana a patto che gli umani ci servano a qualcosa. Quando non sappiamo più che farcene di certa gente cominciamo a vagheggiare soluzioni finali o lasciamo che la natura faccia il suo corso o deleghiamo i “tagliatori di teste” del “Mercato” a gestire i periodi di crisi licenziando il personale in eccesso. Già! Il dolore di un uomo è interessante per noi quanto quello di un lampione sul marciapiede.

Quello che mi spaventa di più è che la storia sembra stia spingendo per esercitare soltanto determinati caratteri. Voglio dire che l’esperienza temo stia selezionando dei caratteri non idonei ad un adeguato sviluppo morale di sé. E tuttavia, mi pare che la diversificazione intraspecie è rappresentata pur sempre degnamente, in qualche modo. Dopo tutto c’è vita. C’è della moralità in una umanità che continua a svilupparsi. È “morale” la continuità della specie anche a costo di sacrificarne una parte? Non è morale il presupposto che per evolversi sia necessario farlo a spese di qualcun altro, forse.

Eppure, dicono di me che ho un brutto carattere. Ma cercate di capire. La mia esperienza estetica della vita è stata piuttosto disastrosa così come disastrata è la terra in cui ho vissuto e sono nato. Ma non è che la tua di esperienza estetica abbia poi contribuito granché al perfezionamento del tuo carattere morale. La “bellezza” di cui ti sei imbevuto non ti ha reso razionale, né più fantasioso, né più simpatico. Altro che “ragione”. La tua imparzialità è ottusa e la tua giustizia cieca. E un’“immensa progenie di prigionieri e di schiavi” continua a soffrire intorno a noi e le sue prospettive di emancipazione scemano sempre di più.

Tu che sei cresciuto ad arte e letteratura hai la stessa sensibilità estetica di una ruota di scorta. Tu che ti lasci intenerire dalla contemplazio­ne di ciò che è “bello”, ossessionato come sei da Policleto e Fidia e dalla “Sezione aurea”; tu che ti sei inebriato della perfezione dell’”Anima pagana” del Bernini e che ti sei perduto nell’immenso sguardo di Michelangelo e di Leonardo; nella solennità dei battisteri gotici e rinascimentali alimentavi la tua “grandiosità”, affinavi la tua prepotenza, aguzzavi la tua “superbia”. E mentre ti ubriacavi delle malinconiche associazioni che ti suscitava cotanta immensità e intanto che ti crogiolavi nel tuo dolore dolce-amaro, al contempo architettavi le peggio soluzioni finali dell’era moderna. Hai industriato un Olocausto e i più efferati genocidi della storia. Lasci che un terzo della popolazione mondiale sopravviva nella miseria, immersa com’è in una costante minaccia di annientamento.

A ben pensarci, avete davvero uno strano gusto del “bello” voi occidentali. Nel contatto con l’altro sembra vi facciate guidare spesso da un approccio unicamente estetico più che morale. Avete con gli esseri umani, con alcuni di essi almeno, lo stesso rapporto che intrattenete con i fenomeni naturali. Ciò che vi ispira è un mellifluo “sentimento del sublime”, ma che al contempo vi impedisce di cogliere la sofferenza che patiscono le persone coinvolte nella realtà quotidiana. Ma io non sono uno sbalorditivo fenomeno della natura, né una leggenda. Continui a trastullarti col mito dell’uomo nero sovrumano o similmente con la favola della sua mansuetudine e arrendevolezza, coagulo terrificante di un’entità che esiste soltanto nella tua testa! Quella figura orrenda che alla fine è diventata indipendente dalla tua stessa coscienza, finanche. E invece sono una persona come te fatto di carne e sangue con gli stessi vizi e gli stessi difetti e le medesime virtù.

– Io esigo l’inclusione di tutti. Pretendo la completa mobilitazione di tutte le forze a disposizione -. Ma stai parlando della vita o è di un’opera d’arte totale che stai vaneggiando? La vita che imita l’arte? L’inclusione di tutti? La vita non sarà mai così perfetta. Rassegnati! E nemmeno l’arte è perfetta se è vero che scaturisce dalla vita, e da particolari contesti e situazioni storiche. Nemmeno gli artisti della Grecia antica o quelli del Rinascimento che riprodussero splendidamente certa anatomia umana potevano sperare neanche di sfiorarla la perfezione.

Ah già! A tal proposito, ti dirò che quella classica o classicista non mi sembra il tipo di arte o di esperienza estetica che ti permette di considerare con più attenzione la vita delle persone. Sta a sentire, quando guardi il David di Michelangelo o una scultura di Fidia o il Ratto di Proserpina del Bernini provi forse dei sentimenti estetici che ti fanno sentire “più vicino alla natura”? A meno che tu non abbia dimestichezza con la storia del mito o tu non sia un esperto accademico (ma “la vita umana non è questione accademica”, si sa) la prima cosa che pensi è: “però sembra proprio vero…sembra che si stia muovendo…Certo che è proprio bravo…”. Allora, la prima cosa che ammiri in queste opere è la “tecnica”, il talento sublime del suo autore. Una tecnica eccelsa che oggi una stampante 3d non avrebbe alcuna difficoltà a riprodurre perfettamente. Michelangelo non sarebbe stato più tale, cioè avrebbe perso la sua originalità se avesse dovuto mettersi in competizione con l’intelligenza “artistica” di una fotocopiatrice.

Qui non si tratta di dissolvere i confini stabili tra il soggetto e l’ambiente, prospettiva che rimane di per sé un atteggiamento sempre auspicabile. Sebbene certo tipo di arte gli unici confini che dissolve sembrano essere quelli tra nevrosi e psicosi all’interno del soggetto medesimo. Qui non sono in discussione i sentimenti estetici che nascono dall’ammirare un dipinto che raffigura ad esempio una foresta o anche quelli scatenati dall’effettuare una rilassante passeggiata nel bosco o una più impegnativa escursione in montagna. Qui non è in questione l’adeguatezza di un sentimento che porta lo spettatore a perdersi nella bellezza della natura selvaggia o nello splendore di un dipinto raffigurante un bel paesaggio. Riproducendo la vita senza morte di dèi supremi e splendenti semidei gli artisti testimoniano soltanto della megalomania frustrata di un “avatar vanaglorioso”, – la forma virtuale dell’uomo che gioca a fare Dio -, eventualmente. Non ci avevano capito granché dell’esistenza umana, ammettiamolo. Adesso capisco perché certi farabutti sanguinari amano circondarsi tanto di espressioni classiciste. “L’arte classica elicita lo sviluppo e il perfezionamento di particolari tratti psicopatici del carattere”. Secondo me tu hai una difficoltà congenita ad attribuire a ogni manifestazione dell’arte valore intrinseco o almeno un valore pari a quello delle persone. Tu hai la tendenza ad annullare la dimensione estetica a favore del rigorismo morale. Il tuo rapporto con l’arte è prima di tutto morale e così facendo neghi di fatto ogni importanza ai valori puramente estetici che hanno una loro importanza comunque. Per te il valore estetico o non esiste o deve essere considerato un valore marginale rispetto al valore fondamentale che è quello morale. Questa disposizione può rendere la vita molto meschina. E diminuisce la tua capacità di gioire oltre che di divertirti ogni tanto.

Io non conosco la tua idea di divertimento, ma vorrei rassicurarti che io mi diverto moltissimo normalmente e continuo a pensare che ammirare estasiati le capacità tecniche di qualcuno, non deponga tendenzialmente a favore della competenza umana dei suoi ammiratori. E con questo non voglio negare che l’esperienza, che possiamo fare attraverso la lettura di un bel romanzo non abbia alcuna influenza sul nostro carattere nel senso che possa favorire la nostra comprensione e il rispetto degli altri. Dipende molto se questi sono i tratti che prevalgono nel tuo carattere, forse.

Per me certe forme d’arte rappresentano le ultime vestigia di un’estetica vuota, noiosa e irritante incapace di risvegliare la mente umana dal suo torpore incosciente e colpevole. Nessun dubbio, la “bellezza” non rende per forza persone migliori. O forse non hai mai frequentato un museo. Può darsi!

Mi rendo conto. Tuttavia, c’è un punto che non mi convince del tutto nel tuo ragionamento. Tu rimproveri all’arte classica e classicista, se non capisco male, di non avere contatti con la realtà vera e con quella delle persone concrete in particolare. Ne convengo. Quindi la loro colpa sarebbe di avere una natura troppo “astratta” e idealista e “metafisica”, in un certo qual modo, dunque. Ma adesso considera per un istante la differenza tra “significati metafisici e significati del mondo”: partiamo dal presupposto che essa è data dal fatto che il contenuto rappresentato nei primi è – un’immagine che non si lascia cogliere come oggetto ma è solo l’immagine di qualcosa che non può essere raggiunto in altra maniera – cioè si esaurisce nell’immagine stessa. Se io dipingo in un quadro l’immagine di un dio nerboruto e possente esso è effettivamente un’icona astratta che non ha un corrispettivo nella realtà (esistono gli individui nerboruti ma non sono certo dèi fino a prova contraria). Seppure, a voler essere proprio generosi, persino dietro l’ossessione per la perfezione del corpo si potrebbe celare la metafora universale della volontà umana di superare i propri limiti e di elevarsi a qualcosa di più alto (sarà per questo che le palestre sono così affollate oggigiorno? E orde di uomini e donne di tutte le età e condizione sociale si sfondano quotidianamente di pettorali e bicipiti? Mah!). Adesso prova a rappresentare in un dipinto l’immagine di un’idea di cosmopolitismo o di integrazione o di multiculturalismo: anche quell’idea rappresenta la metafora di un ideale di perfezione irraggiungibile con buona approssimazione, cioè sono delle immagini pur sempre sentimentaliste e “astratte” che non possono esistere al di fuori di quell’immagine dipinta sulla tela. Cioè esse non possono essere colte all’esterno, perché non esiste nella realtà la concretizzazione di una reale integrazione, né tantomeno di un’esperienza cosmopolita effettiva di massa. Quelle sono figure chimeriche come gli unicorni o la dea della caccia che vivono soltanto nella pittura del quadro ma non hanno un corrispettivo nel mondo esterno. Ecco che anche i multiculturalisti e integrazionisti assortiti finiscono per essere altrettanto “metafisici” di coloro che dipingono dèi e semidei dai corpi inutilmente perfetti. Uhm! Eccezione! Vostro onore. Ma come si fa a paragonare l’idea del multiculturalismo agli unicorni o al becero sentimentalismo? Non posso accettarlo!

Le idee del multiculturalismo, dell’integrazionismo, del cosmopolitismo aprono un – orizzonte simbolico che delinea per mezzo di un’immagine (fosse anche molto astratta) qualcosa che non avrà forse un carattere obiettivo, tuttavia possiede un senso universale -. L’universalità non appartiene soltanto alla ragionevolezza, al raziocinio. Quella del multiculturalismo è una dimensione oggettiva, seppure priva di quel carattere risolutivo di certezza tanto caro agli xenofobi-realisti-empiristi-scientisti vari molto abili a rinfacciarti la peggio natura umana che abbia mai calcato la storia di questo pianeta e sempre svelti nel considerare la barbarie come “funzione essenziale di trasformazione e rigenerazione del processo storico”.

Diciamo allora che a differenza dei contenuti metafisici espressi nel mondo incantato della mitologia classicista o dello storicismo romantico, quelli formulati in un’idea multiculturale e integrazionista sono contenuti intrinsecamente realisti in quanto in possesso di – un senso che forse non sarà univoco, magari sarà persino ambiguo, ma non può essere neppure equivoco e nemmeno intrinsecamente confuso e meramente contraddittorio -. Un’idea multiculturale e integrazionista possiede una verità trascendentale, cioè i cui significati profondi parlano al di là di quello che potremmo appurare o che si è verificato fino ad oggi. Il suo contenuto non è puramente “metafisico” ma è certo e vero, al di là della sua “certezza”, cioè come elemento che ha un elevato valore per il nostro pensiero e la nostra esistenza, sia pure essendo privo della certezza medesima. Il discorso multiculturale e integrazionista soprattutto non è fondato sul nulla, ma deve concernere un qualche tipo di premessa, che letteralmente abbia una sussistenza concreta. A meno che uno assuma la prevaricazione, la mancanza di rispetto per gli Altri, le leggi razziali, i campi di sterminio, il disprezzo assoluto in nome di una presunta superiorità divina o razziale ponendoli in una forma altrettanto asseverativa e assoluta. Insomma la posizione cosmopolita e integrazionista è valida e universale e dunque morale anche a prescindere dalla realtà che fino a questo momento l’ha disattesa. Semmai io mi interrogherei sul senso sconvolgente di certi geniali deliri del pensiero dai vaghi contenuti paranoici (questi sì molto “artistici” nel senso che non hanno proprio alcun legame con la realtà). Mi sembra di essere giunto ad una “posizione morta” come quella di una partita a scacchi. Il finale di partita è già scritto: lo “stallo”. E non ho il tempo, né lo spazio, né la voglia forse di “forzare la patta”, e nemmeno te ne farò offerta incondizionata. Però una cosa te la voglio dire. Se io dovessi dipingere te uomo bianco ti rappresenterei evanescente come una sensazione. Sfumato come un’ipotesi incerta. Cattivo presagio velato, sogno crudele in chiaroscuro. Tu sei Big Jim e la Barbie. Batman e Berlusconi. Lucifero e Trump. L’uomo Ragno e il Partito Democratico. Praticamente, non esisti. Solo un pessimo film. Un film già visto. Io “macchia scura” che guizza in questo tuo “bianco” sistema perfetto. Pennellata ampia e aggressiva. Come il getto di colore promana improvviso dalla spatola di J. Sutherland, così io inseguo infuriato e stremato l’immediatezza esistenziale. E fremo! Sotto i colpi di pugnale di una realtà misera e sciagurata cui sono vincolato per nascita. Io sono un calco in rilievo ottenuto comprimendo la materia più “odiosa” che si possa cavare dal ventre della vita: dolore e desolazione, desideri svaniti, velleità, paure, sogni infranti, ambizioni frustrate e aspettative illusorie, mortificazioni e fallimenti, sfruttamento e vergogna, persino “la terra che ti frana sotto i piedi”, la fame e la sete si condensano gradualmente in una figura dai contorni soltanto abbozzati all’inizio, ma che il procedere del tempo staglierà in un corpo sempre più massiccio di carne e sangue (ammesso che uno viva abbastanza a lungo da diventare adulto). Essi aderiscono a me in un modo così stabile e perfetto che non si staccheranno più. E il corpo si fa trappola delle trame dell’esistenza e dei suoi inganni. Certo che è una bella lotta tra metafore! È tutto qui alla fine?

Dunque, “Essere o non Essere”. Ancora con questa Metafisica ingenua? E questo è un problema. D’accordo! Ma la politica, allora? A volte ho la sgradevole sensazione che in fondo le parti in causa si equivalgono. Quelle che si contrappongono nell’agone delle idee sono, forse, soltanto due estremizzazioni retoriche? Quindi, artifici dialettici appartenenti più alle forme del linguaggio che ad una realistica contrapposizione di contenuti? Metafisici e realisti, xenofili e xenofobi. Entrambe le posizioni alla fine si annullano reciprocamente accomunate come sono dallo stesso identico slogan “Non possiamo accogliere tutti indiscriminatamente”. Sembra fin troppo giusto, molto ragionevole e imparziale al punto, ironia della sorte, da essere quasi “morale” pure. L’alternativa finisce allora per essere quella di perdersi nell’atmosfera rarefatta degli “orizzonti simbolici” dove integrazionisti e cosmopolitici assortiti, sottovalutano allegramente la potenza del male nella storia e nel cuore degli uomini e lumeggiano ancora imperterriti un Internazionalismo liberale seppure un tantino arrendevole, ormai. Oppure quella di scomparire nella palude melmosa dei “limiti reali” quelli che possono venire tristemente accertati in un modo univoco dalla nostra esperienza quotidiana, quelli che ci impone pervicacemente l’esperienza della storia millenaria dell’umanità. È meglio farsi ispirare dall’astrattezza metafisica della pietà o rassegnarsi all’apologia realista della crudeltà? È tutto qui? “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio”. Dormire. Forse morire. Niente è originale! Tutto è stato già detto. Tutto è stato già scritto. E siamo ancora qui a struggerci l’anima e il cervello sugli errori di un passato dal quale non vogliamo emanciparci. Conosciamo cosa è accaduto. Viviamo ciò che accade e sappiamo cosa accadrà. – È come avere ieri, oggi e domani tutti nella stessa stanza – e nello stesso “momento”. Come possiamo progredire se il massimo dell’azione che ci è concessa è osservare l’azione stessa? Come si può aspirare ad un cambiamento reale se ti limiti unicamente a descrivere ciò che accade? Abitiamo un piccolo mondo immobile inchiodato per l’eternità a ripetere gli stessi riti, a desiderare le stesse cose, a replicare le stesse azioni, ma non ci annoiamo, né sprofondiamo nella depressione per questo. Anzi, subiamo questo mondo consapevolmente, non lo patiamo necessariamente come un male, o al massimo avvertiamo come un vago disagio di cui non riusciamo a disfarci, salvo poi abbandonarci ad esso accogliendolo con qualche turbamento, ma senza crucciarci più di tanto nel tentativo di cambiare il nostro destino o quello degli altri. Bisogna pur andare avanti, dopotutto!


Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati