Storie

Istinto animale, parte due

Giovanni Giusto
21 Marzo 2018
1 commento
Istinto animale, parte due

Tra i modi di dire ai quali ci piace riferirci perché sono frutto della sintetica osservazione popolare c’è anche quello che recita: mangi per vivere o vivi per mangiare?

Bella domanda; ho provato a rivolgerla ad un amico fidato Boé, un golden retriever di tre anni.

Mi ha guardato con stupore e, considerando che siamo due ingordi (ci ritorneremo su questo in un’altra occasione), mi ha fatto capire che non era una domanda da fare: la necessità di nutrirsi è un istinto innato, qualunque cucciolo di qualsiasi razza animale, se mammifero, ha bisogno di succhiare il nutrimento dalla tetta della mamma altrimenti morirebbe; poi ci si prende anche gusto, ecco questa è la parola chiave del nostro (mio e di Boé) ragionamento.

Il gusto è uno dei cinque sensi ed è al servizio della conoscenza (pensate ai sommelier) e del piacere; bisogna saper gustare, è necessario aver buon gusto, bisogna essere indirizzati all’esperienza e confrontarla con quelle altrui.

Ecco qui io e Boé ci differenziamo, ma non in molte occasioni, una cosa che io adoro e lui disdegna è lo stoccafisso: forse perché è troppo giovane.

Siamo però entrambi golosi, potremmo fare indigestione di gallina bollita (è capitato a Boé) quindi dobbiamo regolarci; ecco che interviene un meccanismo razionale che non appartiene al cane, ma all’uomo. Eppure a volte ci sfugge di mano, esageriamo col cibo, abusiamo di alimenti che fanno a pugni con il richiamo razionale della medicina, diventiamo quasi dipendenti dalla rituale assunzione di cibo.

Senza ancora addentraci nei meandri della patologia e dei disturbi alimentari (lo farò fare da una mia collaboratrice) mi basta ritornare all’inizio e concordiamo che dall’equilibrio tra istinto e piacere e tra desiderio e soddisfazione possiamo ricavare un utile insegnamento per vivere bene e a lungo.


Una risposta.

  1. Piero Gianotti ha detto:

    Vivere per mangiare o mangiare per vivere, è possibile un equilibrio? fusione o con-fusione?

    In Italia la cultura del cibo è forte ed è spesso fonte di vanto rispetto ad abitudini culturali diverse, tipiche della cultura extraeuropea.

    Siamo figli del ”Mangia che cresci!” “Mangia che diventi forte!” “Mangia così guarisci!” Un’epoca in cui fin da bambini il cibo ha rappresentato benessere economico e familiare, generazioni di persone condizionate da questo comandamento, per i quali il cibo significava molto di più del nutrimento in se stesso, ma una sorta di riscatto sociale e culturale.
    Anche nella nostra cultura, come in maniera diversa ovunque nel mondo, il cibo rappresenta un modo per sancire momenti importanti della vita personale, familiare e sociale, evidenziato dall’abitudine di incontrarsi in famiglia per pranzi o cene, fino a banchetti e feste in cui il cibo diventa protagonista e mangiare un momento di condivisione di idee, speranze, momenti.
    Il cibo quindi come canale comunicativo, sin dalla nascita in cui il nutrire il “cucciolo” è il primo modo in cui ci si prende cura e si dimostra attenzione ed affetto, e in seguito, come modo per incontrare, nutrire, condividere sentimenti, dialoghi, situazioni.
    Inoltre il cibo assume sempre maggiormente valenze sessuali di giochi erotici e miriade di immagini di cibi “impiattati” a regola d’arte, creati per riportare alla mente corpi e posizioni legate al godimento e all’erotismo, si susseguono fotografati e pubblicati in social, riviste, messaggi, fino a parlare di una vera e propria ossessione, il food porn, la mania, moda e tendenza di fotografare il cibo e pubblicarlo su stampa e web con una maniacalità di dettagli e inquadrature, in stile pornografico.
    Oggi il cibo quindi sembra essere parte di un processo edonistico cresciuto di pari passo con il consumismo e la diffusione di programmi in cui il cibo e gli chef stellati sono protagonisti indiscussi e di ristoranti, street food, fast food, pizzerie, polpetterie, pasticcerie, osterie, svariati e variegati locali dove «i giovani mangiano con gli occhi più che con la bocca: sono più attenti alla gente che frequenta un locale e all’arredamento che alla carta del giorno. Vince chi coniuga ristorazione e intrattenimento» (R. Piccinelli).
    Approfondendo sempre più l’argomento riguardante il piacere, non possiamo non addentrarci nella questione religiosa, specialmente quella cristiana cattolica che ingabbia queste esperienza sensoriale appagante per l’uomo all’interno dei sette peccati capitali che portano l’uomo verso la dannazione e che lo rendono schiavo. Uno di questi, appunto, “vizi” è definito: “gola” o “ingordigia” che corrisponde al mancato controllo da parte dell’individuo sulla propria alimentazione, cibandosi a dismisura di pietanze che esaltano più che altro l’attività sensoriale del gusto. La parte religiosa lascia spazio anche a quella scientifica che specifica che il mangiare in maniera ossessiva ed esagerata è dovuto ad alterazioni cerebrali, tali da comportare una carenza di ormoni, come la dopamina, responsabili di una profonda sensazione di rilassamento e appagamento, e la cui produzione viene stimolata proprio dall’assunzione di cibo.
    Alcune ricerche vertono sullo sviluppo della preferenza per un cibo invece di un altro, fondandosi sul presupposto dell’esistenza oggettiva di processi affettivi che sono considerati come sentimenti soggettivi di piacere e dispiacere.
    E’ noto che mangiare in maniera eccessiva e non equilibrata può provocare gravi problemi di salute quali obesità, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, e che negli ultimi decenni hanno avuto un aumento enorme i disturbi del comportamento alimentare, basati sul controllo dell’alimentazione e dell’aspetto corporeo, l’anoressia e la bulimia.
    Trovare un equilibrio tra “mangiare per vivere” e “vivere per mangiare” lascia aperte le porte alla “gastrosofia”, una disciplina un passo oltre la gastronomia, che indaga il mondo del food in chiave “olistica”, considerando il cibo non solo dal punto di vista nutrizionale ma attraverso tutti gli aspetti sociali, culturali, filosofici, antropologici, che l’accompagnano. La gastrosofia nasce dall’unione di scienza dell’alimentazione, dell’arte culinaria e del convito e la sua missione è diffondere una cultura integrata del cibo, una consapevolezza della rete di conoscenze multidisciplinari in cui è collocato, alla ricerca del binomio nutrizione sana/piacere, presupposto per la buona riuscita di una corretta gastronomia.
    Il concetto di salute, quindi, prende forma tanto nella domanda di benessere fisico, quanto nella ricerca della bellezza estetica, alimentando la diffusione di figure professionali come il nutrizionista, accanto al dietologo e al dietista.
    Il nutrizionista appare così come il professionista che fornisce una maggiore conoscenza ed educazione sugli aspetti importanti di una sana alimentazione in grado di soddisfare i bisogni fisici degli uomini e delle donne di oggi, in quanto le persone sono diventate più consapevoli rispetto al tema dell’alimentazione e al proprio rapporto con il cibo, nonostante ogni essere umano appare ancor oggi influenzato da un “istinto atavico” che gli impone di mangiare in grande quantità, perché “inconsciamente, non è disposto a sostenere l’idea di soffrire la fame.”

    “Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei” disse a suo tempo il gastronomo Anthelme Brillat-Savarin… oggi sembra ancor più vero….

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