Vaso di Pandora

Inconscio digitale

Commento della Redazione alla notizia del 28 giugno 2015

Articolo interessante, perché le peculiari caratteristiche di quel mezzo di comunicazione che è la rete hanno sul nostro modo di relazionarci evidenti e importanti riflessi di grande interesse sociale e anche politico, tanto che qualcuno sogna di poter così far rivivere la democrazia diretta della mitizzata agorà ateniese. Non minore è l’interesse per i professionisti della salute mentale.

Mi sembra che l’intreccio di incontri nel web, che solo qualche volta si sviluppano in relazioni, costituisca un nuovo sviluppo di quella dialettica fra integrazione e dispersione che da sempre governa le collettività umane. L’integrazione doveva, credo, prevalere nel villaggio del neolitico che costituiva, per quanto ne sappiamo, l’unica tipologia di collettività, chiuso in se stesso com’era e con limitati contatti con altri villaggi. Questa tipologia un po’ alla volta ha ceduto il passo a più ampie collettività, ma non del tutto. Infatti essa esiste ancora, certamente nel terzo mondo ma un po’ anche da noi, in aree sempre più ristrette che rispettano il modello di una cultura contadina arcaica. E’ pure riapparsa, in contingenze storiche particolari, concretandosi in modelli come il castello, il convento, il kibbutz, il kolkoz e – perché no? – le nostre comunità terapeutiche. In questi contesti tutti conoscono tutti, la relazionalità è diffusa, in qualche modo si rende conto di ogni proprio atto alla comunità, di cui si condivide la weltanschauung.

In aggregati sociali più grandi – dalla città fino alla nazione – tutto cambia. Le relazioni dirette si intrecciano – quando lo fanno – in cerchie più limitate, mentre in ambiti più ampi cedono il posto a rapporti mediati dai mezzi di comunicazione: individuali come posta o telefono, di massa e unidirezionali come radio-TV e giornali. Lo svilupparsi di questi mezzi e dei contatti che essi consentono ha indotto qualcuno a parlare, ma forzando un po’ i toni, del nostro mondo come di un “villaggio globale”. Esso di fatto ha ben poco in comune con il vero villaggio: sostanzialmente è popolato da una “folla solitaria”. Scriveva Oswald Spengler: “Non avere nessuno a cui importi qualcosa di te. Tutti si occupano di qualcosa che non sei tu; la sensazione di farsi avanti con il proprio bisogno di un po’ di interesse da parte degli altri, per mendicare l’attenzione di qualcuno, la sensazione di essere sempre quello di cui si può fare comunque a meno. Questa è la cosa più amara della solitudine”.

E’ questa, credo, l’angoscia che spinge molti a scrivere nel web, potendo così dire a tutti “sono qua, ascoltatemi”, fruendo di un mezzo nuovo che rimescola a fondo le carte. Infatti esso unisce, credo per la prima volta, l’ampia diffusione del messaggio che era propria già dei mass media tradizionali a una nuova e ben diversa accessibilità, all’aspetto interattivo, a una occasione di dialogo in cui ogni singolo può porsi nella posizione sia di fruitore che di fornitore dell’informazione. La possibilità dell’anonimato, con riduzione della responsabilità e della stessa riconoscibilità personale, favorisce la libertà di espressione, libertà di cui spesso purtroppo si abusa: se, come disse Freud, il Super Io non passa la frontiera, forse non passa neanche la tastiera del computer.

Non so fino a che punto, come ritiene l’A., il nostro spazio personale non sia più privato ma irrimediabilmente invaso, e la nostra vita sempre più trasparente. C’è sicuramente del vero, ma mi pare che di fatto nei vari blog e profili impegniamo e mostriamo solo una parte abbastanza circoscritta di noi.

E’ pure certamente vero che lo spazio della Rete è essenzialmente relazionale, ma forse non si può seguire l’A. nel ritenere novità il suo spostare l’attenzione e la comunicazione all’esterno di noi. Infatti attenzione e comunicazione sono da sempre e per definizione rivolti all’esterno, e ormai è generalmente riconosciuto che è l’esperienza relazionale la dimensione fondamentale entro cui si avvia e progredisce lo strutturarsi dello psichico.

Quanto all’intrigante concetto di inconscio digitale, che secondo l’Autore “prende forma e si sviluppa attraverso le diverse forme di sapere e di informazione che circolano nella rete”, richiama alla mente quello junghiano di inconscio collettivo, specie qualora si ammetta che questo non sia costituito soltanto da forme arcaiche ma sia anche un portato di acquisizioni socioculturali ampiamente condivise. Se ho inteso bene, l’A. ritiene che le informazioni e opinioni prevalenti circolanti nel web finiscano col sedimentarsi in presupposti inconsapevoli e non criticabili; qualcosa che può finire col ricordarci gli assunti di base bioniani o i patti inconsci di Kaes.

Ma cos’è questo collettivo che prende una qualche forma nel web? Se proprio vogliamo definirlo, sarebbe più appropriato, seguendo Tonnies, il concetto di Comunità in cui prevalgono la “volontà naturale” e i sentimenti di vicinanza e di amicizia, anziché quello di Società in cui prevale la “volontà razionale” tesa a una organizzazione; infatti De Kerckhove ben giustamente rileva che la vita emozionale in rete è sviluppatissima. Tuttavia le grandi dimensioni di questa collettività e i suoi confini indefinibili e mutevoli le impediscono di costituirsi in una vera comunità unita da legami emotivi dotati di un minimo di stabilità: quella che domina è la volatilità.

Mi fermo qui, anche se il discorso sarebbe ben più ampio e articolato: credo che la riflessione su questa modalità comunicativa e sulle particolarissime modalità di aggregazione che ne derivano sia appena agli inizi, e debba impegnare anche la nostra professionalità.

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