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IL TERRORISTA, NON SEMPRE UNO PSICOPATICO

Federica Olivieri
22 Aprile 2016
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IL TERRORISTA, NON SEMPRE UNO PSICOPATICO

Commento alla notizia ANSA del 25 Marzo 2016

IL TERRORISTA, NON SEMPRE UNO PSICOPATICO

di Pasquale Pisseri

Benvenuta questa conferma, basata su dati scientificamente elaborati, a quanto si poteva supporre: la superficialità di un’attribuzione del comportamento terroristico a una psicopatologia individuale.
In realtà, questo problema si trova al crocevia di una serie di topiche importanti quanto complicate e piene di sfaccettature.

Intanto, dovremmo controllare la ricorrente tendenza a ritenere folle chi ci è nemico o comunque portatore di posizioni fortemente alternative alle nostre; fra l’altro, per quanto riguarda noi tecnici della salute mentale, essa è stata ed è tuttora fonte di una possibile compromissione della psichiatria con il potere politico, che si era pienamente dispiegata nella URSS di Stalin ma non è stata e forse non è assente nella nostra società.

Ha offerto il fianco alla reazione antipsichiatrica che aveva buttato il bambino insieme all’acqua sporca, pretendendo di ridurre la psicopatologia a dissenso politico e di equiparare la psichiatria a un dispositivo repressivo.

Ho parlato di Stalin, ma ben sappiamo come proprio lui, a lungo oggetto di adorazione acritica, abbia poi finito con l’essere ritenuto folle, e non da pochi. Abbondavano, infatti, nella sua personalità valenze paranoicali che peraltro, lungi dall’isolarlo ed emarginarlo, gli hanno spalancato la via del potere e non gli hanno impedito di condurre una enorme nazione da una condizione di sottosviluppo a uno status di superpotenza. Un discorso in parte parallelo ( a parte l’esito) si può fare per Hitler, nel cui caso si profila in modo più netto il problema del rapporto fra patologia mentale individuale e patologia sociale. La sua visione persecutoria del mondo ebraico è stata una paranoia individuale imposta all’intera Germania? O al contrario espressione individuale di una patologia sociale su base nazionale? O l’uno e l’altro, in un gioco di rimandi fra collettivo e personale? Può essere interessante confrontare le vicende di questi personaggi a quelle di un leader folle che ha avuto incomparabilmente meno seguito e una fortuna molto più limitata nel tempo: è stato l’italiano David Lazzaretti, visionario “profeta” ucciso dai militari nel 1878 mentre guidava una processione dei suoi non pochi seguaci.

Quindi non si può negare che in un certo numero di casi dei leader opportunistici con tratti caratteriali abnormi – antisociali, paranoidi, borderline – possano emergere dapprima come salvatori e poi, se hanno successo, come despoti; ma ridurre il problema nell’ambito della patologia individuale sarebbe evidentemente riduttivo.

Connesso al rapporto della follia con il potere e l’ordine sociale è quello di questi con il crimine, poiché nessun ordine sociale può fare del tutto a meno di un momento di costrizione implicante una violenza quanto meno virtuale, in certi momenti mal distinguibile da quella delinquenziale. Cesare Borgia è stato un delinquente oppure un grande e sfortunato statista come pensa Machiavelli? Foucault ci ha ricordato che ogni potere è criminale, e il feudatario giapponese protagonista di quel gran film che è Kagemusha di Kurosawa definiva sé stesso “il più grande criminale”. Fenoglio, egli stesso convinto partigiano, non ha temuto di dissacrare quel movimento analizzando la trasformazione di Ettore, protagonista de “La paga del Sabato”, da partigiano in delinquente comune.

L’illuminismo con Montesquieu ha inventato la possibilità di limitare l’arbitrarietà violenta del potere, con la divisione dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Su essa si fonda l’ordinamento dei paesi liberal-democratici. Non impedisce tuttavia quella grande follia collettiva che è la guerra, che solo da poco più di un secolo è divenuta, come dire, egodistonica alla nostra società: la pratichiamo tuttora ma di malavoglia, con imbarazzo e vergogna. È oggetto di riflessioni psicologiche almeno dal tempo della classica corrispondenza cui Einstein ha indotto un perplesso Freud. Sembra certo che abbia come precondizione un certo grado di paranoia collettiva, che ci fa dimenticare la qualità umana e la somiglianza a noi del nemico fino a farcene una immagine perfino mostruosa: si innesca così un feedback di reciproche atroci violenze che provvedono a rafforzare la visione paranoicale. Forse questa è indotta manipolativamente da chi vi ha interesse; ma certo trova terreno fecondo nel mondo interno degli uomini qualunque. Lo dice Fornari in “Psicanalisi della guerra”: la guerra oltre a difenderci dal nemico esterno reale, lo fa da un terrificante nemico interno. E lo Stato sovrano si basa sulla necessità di esportare la morte.

L’altra dimensione molto inquietante del terrorismo è il suicidio, e anche qui il discrimine fra patologia individuale e dimensione etica propria di un contesto non è facile da tracciare. La valutazione propria della nostra cultura si ferma un millimetro prima del suicidio vero e proprio, ammettendo – come nel caso di Pietro Micca e di tanti eroi di guerra – la liceità di un rischio estremo di morte ma non della sua diretta ricerca. Ma non in tutte le altre culture questo limite è sempre stato rispettato: basta pensare ai suicidi etici sostenuti dalla scuola stoica e attuati da tanti personaggi del mondo classico. E poi i kamikaze, che hanno trovato la loro ispirazione nel seppuku (o harakiri) dei samurai. Non condividiamo affatto la loro visione del mondo, ma è difficile definirli folli…

A volte la riflessione critica non conduce affatto a un giudizio, ma piuttosto alla sua sospensione: in questo garbuglio, non riesco ad andare oltre alla posizione dubitante di Gianni Giusto, che sospende il giudizio sui terroristi suicidi. Eroi o folli? Mah… Mi ricordo di un paziente mentale “certificato”, seguito dal Servizio, che in Libano era stato decorato per un atto eroico. Immagino ci sarà dentro un po’ di tutto…



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