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Il manicomio Liguria e la grande Genova

Redazione
15 Settembre 2014
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Il manicomio Liguria e la grande Genova

Il manicomio Liguria e la grande Genova

Fatti e misfatti di manicomio e manicomialismo nell’assistenza psichiatrica in Liguria.

di Luigi Ferrannini

ATTO UNICO, in 5 scene

 

Prima scena – Alba del 1° gennaio 1997, ovvero lo stato dei manicomi liguri

Voce fuori campo:
“Queste cose non avvennero  mai, ma sono sempre”
(Salùstio, Degli dei e degl mondo)

Il manicomio di Quarto

L’area è vasta (13 ettari) e centrale, urbanizzata ma non urbana, sulla collina di Levante (storicamente di proprietà della Provincia), ad altissimo valore di mercato, suddivisa in quattro poli (Nuovo Istituto, Vecchio Istituto, Palazzina della USL, Istituto Tecnico “E. Montale”.

Vi abitano circa  350 pazienti, tra il Nuovo Istituto (3 piani, reparti a camerate, condizioni generali scadenti) ed alcune comunità residenziali a varia intensità assistenziale (CT, CP, CAUP); vi lavorano e la frequentano per vari scopi oltre mille persone al giorno.
La animano il Centro Sociale “F. Basaglia”, la Cooperativa “La Scopa Meravigliante”, il Bar-Centro Sociale, l’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, l’Associazione Ligure Fa-miglie Pazienti Psichiatrici ed altre Associazioni.
La occupano, con alterne vicende e contraddittori benefici, gli uffici dell’Azienda USL, vari servizi sanitari e sociali non degenziali, alcuni servizi generali della USL (economato, magazzini, archivi, ecc.).
La forte urbanizzazione non significa un rapporto con la città nel senso dell’integrazione e della fruibilità : l’area è ancora in parte off-limits, fino al punto che solo nel 1995 il Comune pensava di insediarvi un campo nomadi ed un canile.
Gli Enti Pubblici (Comune, Regione, Università, …) hanno completato i loro piani di investimento e di decentramento su vasta scala e l’effetto Colombiadi si è esaurito anche nel ricordo del loro fallimento, pari all’inganno della rievocazione di una conquista contrabbandata come scoperta.
Gli spazi ed i contenitori, ventri prima capienti ora in abbandono, sono in attesa di idee e progetti, mentre leggi stabiliscono necessarie scadenze, il cui rispetto non formale impone la riattivazione di processi, alleanze, sensibilità.
In questo quadro, cornice senza utopia, la ex USL 16 avviava nel 1989 le procedure per un finanziamento nazionale di 20 miliardi, in base all’art. 20 della Legge 67/88, divenuto operativo nel 1996, finalizzato alla ristrutturazione di parte del Vecchio Istituto in 12 Comunità Protette (di 20 pl. ciascuna) e 2 Comunità Alloggio (di 6 pl. ciascuna), per complessivi 250 posti letto, con queste motivazioni:

  • •garantire la continuità assistenziale per i pazienti non dimissibili e/o aventi diritto all’uso dell’area socio-sanitaria, sulla base della legislazione regionale vigente;
  • •dare un definitivo assetto alle strutture per bisogni di residenzialità protetta;
  • •dismettere completamente il Nuovo Istituto, con la sua superficie di complessivi mq. 25.000, come ventre capiente a dismisura;
  • •attivare strutture polivalenti per bisogni assistenziali diversificati (anziani, handicap, psi-chiatria, altro …) in una città carente di strutture pubbliche di assistenza protratta.

La visione e la progettazione architettonica, come evidenziato nel contributo degli Architetti Massarente e Zampichelli, punta al superamento della logica manicomiale, fondata sull’asse concentrazione-segregazione-spersonalizzazione, attraverso la costituzioni di moduli di 20 pl. (con gli standards strutturali della RSA), servizi di nucleo (privacy, socialità, pranzo, cucina), servizi generali (centro sociale, atéliers, cooperative), in un contesto di piena urbanizzazione dell’area, anche attraverso l’abbattimento della residua cinta muraria.
Sono tuttavia evidenti i rischi del progetto, sui quali si è centrato il recente dibattito tecnico-politico-sociale, e che possono essere così sintetizzati:

  • •forte investimento economico-tecnico nell’area e nelle strutture del manicomio
  • •scarto con le risorse e le strutture del territorio, che risentono della debolezza della rete di strutture intermedie
  • •difficoltà della limitazione ai soli (e peraltro indeterminati, si pensi al problema degli O.PP.GG.) aventi diritto
  • •cristallizzazione anche strutturale della residenzialità psichiatrica e dei suoi contenitori come scelta strategica, rinunciando alla costruzione di progetti ed alleanze per la deisti-tuzionalizzazione.

In questo quadro, al momento in cui scriviamo tutto è bloccato, a seguito di un complesso e grottesco contenzioso tra le Ditte partecipanti all’appalto, che ha prodotto sentenze di sospen-sione incrociate tra il TAR ed il Consiglio di Stato.
I vissuti e le opinioni sono contrastanti, tra vincolo e dannoso intoppo burocratico per alcuni e grande opportunità per altri, nel senso della rinuncia definitiva al progetto di ristrutturazione, e purtroppo ai connessi finanziamenti, per riaprire una progettazione e tutto campo su nuove strutture ancora da identificare.
Non crediamo che il TAR ed il Consiglio di Stato abbiano assunto consapevolmente, ancor-ché con disposizioni contraddittorie, una posizione antiistituzionale, ma la realtà, come è noto, cambia di continuo colori, sapori, odori e, se una rondine non fa primavera, un’occasione fortuita non va certo sprecata.
Torneremo in seguito su questi aspetti.

Il Manicomio di Cogoleto

L’area ha una superficie di 100 ettari, in una splendida posizione di riserva ambientale ecologica della collina ligure, a 3 Km. dal mare.
La suggestione paesaggistica cede subito il passo di fronte ai 7 padiglioni attivi, in pes-sime condizioni di manutenzione, che ospitano complessivamente 400 pazienti, in una situa-zione di grave abbandono, conseguente a 16 anni di disinteresse attivo della USL che gestiva l’Ospedale.
Alcune strutture residenziali a tipo comunitario (CTR, CAUP, attive già dal 1978), in gran parte esterne ma vicino all’area, che ospitano circa 50 pazienti, rappresentano l’avamposto di una deistituzionalizzazione iniziata ed abortita.
I pesanti interventi della Magistratura nel 1993/94 portano alla chiusura di un reparto ed all’apertura di una CT, all’attivazione di interventi di manutenzione straordinaria degli edifici e degli impianti (elettrico, idrico, riscaldamento, tetti, ecc.), che tuttavia non hanno modificato (o solo in parte) le condizioni di vita degli ospiti, a fronte in un investimento di circa 10 miliardi.
Si avvia al contempo un massiccio lavoro assistenziale, con la riorganizzazione dell’é-quipe medica ed infermieristica, l’abbattimento delle reti, l’apertura delle porto dei reparti, l’atti-vazione di una serie di soggetti (Cooperative, Enti Locali, Volontariato) per interventi stabili nell’area (corsi di formazione professionale, nell’ambito di progetti CEE, nel settore sportivo, agrituristico, botanico e vivaistico; iniziative sociali ad alto impatto, ecc. …), con la partecipazio-ne diretta degli utenti e delle Associazioni del territorio.
Questo processo si coagula e si manifesta in una metafora-guida, il “cantiere delle idee”, utilizzata per le iniziative di rianimazione/riabilitazione dei pazienti e degli operatori e che segna nell’immaginario, nelle culture e nelle pratiche il rilancio dell’utopia del superamento del manicomio.
Ciò nonostante, resta evidente lo scarto tra la complessità ed il costo di interventi pesanti di adeguamento funzionale (stimati in oltre 30 miliardi) e la ricaduta sugli ospiti, sui progetti e sui tempi della cura, della deistituzionalizzazione, dell’integrazione sociale.

L’insufficiente imprenditorialità ed idealità della USL, occupata più a riorganizzare reparti ospedalieri e primariati che a chiudere manicomi, determina e rende evidente il rischio di una situazione di stallo.

Commento : Il manicomio, e le sue contraddizioni, non sono svaniti nella notte di San Silvestro del 1996

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Seconda scena –  Il passato remoto ovvero quattrocento anni di storia

Voce fuori campo:
“Genova per noi…”
(P.Conte)

Dall’ospitalismo al manicomialismo : Genova matrigna
(sfruttamento/occultamento/cittadinanze a termine)

Qualche richiamo storico ci può aiutare a leggere e ripercorrere lo sviluppo del sistema manicomiale in Liguria, ed i suoi nessi con la cultura e le pratiche di ospitalismo ed assistenzialismo, ai fini di una migliore comprensione anche dello stato attuale della questione manicomiale.
Già dall’anno 1500, a fronte dei processi di ristrutturazione socio-economica che produ-cevano il grave fenomeno del pauperismo, a Genova si costituisce, “per tenere a freno la plebe divisa e miserabile”, un vasto sistema assistenziale attraverso la progressiva attivazione di una istituzione per i malati (Pammatone), di quella per incurabili compresi i folli (Ospedaletto), e successivamente nel 1600-1700 dell’Albergo dei Poveri per i poveri ed i vagabondi, l’Orfanotrofio e tante altre istituzioni, un complesso tra i migliori d’Europa.
“Le virtù cristiane ispirano indubbiamente  anch’esse questo sistema, ma non bastano, senza l’interesse di classe a spiegarne l’ampiezza e l’organicità.”  (C.Quazza,1971).
Genova, porto di mare e crogiuolo di genti e razze, da un lato accoglie popolazione esterna e la utilizza per i suoi traffici, il suo sviluppo ed il suo potere; dall’altro deve difendersi dalla contaminazione e dal conflitto sociale, e per questo mette in campo, con una particolare attenzione al rapporto costi/benefici che costituisce un elemento strutturale del carattere ligure, un sistema di controllo medicalizzato efficiente ed efficace.
Dal 1593, data d’inizio dell’assistenza ai folli con il primo ricovero di un paziente psichiatrico, si costituisce progressivamente un vero circuito specialistico, che raggiunge già nel 1650 una tale ampiezza da richiedere una specializzazione istituzionale, prima (fino al 1840) attraverso le sezioni delle istituzioni per incurabili  e derelitti, e poi con lo sviluppo dell’era manicomiale, le cui tappe principali possono essere così schematizzate (“l’innato costruttivismo istituzionale” (A. Slavich, 1990)

– 1841: apertura del Manicomio di Via Galata che, predisposto per 400 pazienti, ne conterrà nel 1890 già 1200;
– 1896: apertura del Vecchio Istituto di Quarto (con 800 posti) e contemporanea vendita di quello di Via Galata, con il cui ricavato si costruisce
il primo nucleo del grande Ospedale San Martino (Ospedale Regionale tra i più grandi d’Europa, che raggiunge nel 1985 il tetto di 4.000 posti letto);
– 1912-21 : apertura dell’O.P.P. di Cogoleto per 2.200 posti letto;
– 1933: apertura del Nuovo Istituto di Quarto (con 500 posti letto);
– 1969: apertura del “Padiglione Polmone” a Quarto (con 150 pl.);
– 1973: apertura del P.O.N. a Quarto (con  400  pl.).

Il circuito, che complessivamente potrà contenere oltre 4.000 persone e ne ha contenute anche più di 5.000, si caratterizza per un processo di costruzione/decostruzione di luoghi e strutture e per la politica delle “succursali”, subappalto della lungodegenza eccedente a fronte del cronico sovraffollamento. Si tratta di un sistema a scatole cinesi, che consente la progressi-va attivazione di vari manicomi nelle due aree-contenitori, con caratteristiche strutturali, logisti-che e tecniche differenziate a seconda delle epoche storiche e degli obiettivi tecnici.
I momenti forti del suo sviluppo sono in parte simili a quanto accaduto in altre Regioni (fine Ottocento – primi Novecento e periodo successivo alla grande crisi degli anni ’20 ed all’av-vento del Fascismo); in parte specifici, se pensiamo all’incremento di ricettività realizzato fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 (oltre 500 posti : un nuovo manicomio !), quando erano già state avviate in altre realtà la lotta al manicomio e le pratiche di deistituzionalizzazione.
D’altra parte, non va dimenticato che forte era stato il flusso migratorio in Liguria negli anni ’20 e negli anni ’50-’60 dal Sud, ma anche quello dovuto al rientro della seconda genera-zione dell’emigrazione d’oltreoceano, causa in allora del significativo spopolamento delle città e soprattutto dell’entroterra ligure.
Puntualmente, la risposta a bisogni assistenziali, ma anche di controllo sociale, viene trovata nel manicomio.
Ogni tanto pensiamo con paura a cosa sarebbe successo se non vi fosse stata la Legge 180 quando è iniziata la grande immigrazione nordafricana e terzomondiale degli anni ’80-’90!
I pazienti provenivano dalle province di Genova e Savona (nel cui territorio era ricompre-so il Comune di Cogoleto, regalato a quello di Genova in cambio dell’assistenza manicomiale!), ed anche da quelle di Imperia e La Spezia, che tuttavia utilizzano anche OO.PP. extraregionali (Toscana, Piemonte, Lombardia).
Il peso del sistema pubblico fa tuttavia sì che non si sviluppino nel settore psichiatrico istituzioni private (di tipo religioso od altro), che invece lievitano in quello dell’handicap (Ist. Don Orione, ecc.) e più recentemente, ma tumultuosamente, nel campo dell’assistenza agli anziani.
In definitiva, si può concludere che i processi di inurbamento, l’immigrazione, la necessità di mano d’opera (dal commercio sul mare alla grande industria siderurgica, particolarmente fiorente durante la seconda guerra mondiale e gli anni ’50-’60) da un lato hanno determinatola possibilità di accogliere a Genova genti e razze diverse, favorendo la costruzione di una civile convivenza (sempre  a condizione di accettare fino in fondo l’assimilazione alla “genovesità” e di evitare l’esplosione di contraddizioni anche minime); dall’altro, la scientificità e l’efficienza dei processi di gestione sociale, consolidata e dimostrata dalla storia del sistema di repressione e controllo (anche questo fra i più organici fin dal 1500) e di quello assistenziale, consentivano di realizzare una forte sinergia fra sfruttamento ed occultamento dei bisogni e contraddizioni, che periodicamente esplodevano come conflitti di classe, come è accaduto con le grandi lotte operaie degli anni ’50 e ’60, o come insostenibilità economica, elemento non secondario anche nella fase attuale.
I diritti di cittadinanza, quindi, per i resti dei processi di selezione occupazionale, sociale, relazionale ed anche biologica, sono stati condizionati all’accettazione delle regole sociali ed all’inclusione nel sistema assistenziale, gestito prevalentemente dal pubblico, a garanzia del pieno raggiungimento dei suoi scopi.
“Cittadinanze amputate”, pertanto, in una Genova che, sotto le parvenze di una materna accoglienza, andava svelando il vero volto, fatto di regole e controllo, degno di un’efficiente matrigna.

Commento: La storia è sempre buona maestra

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Terza scenaIl passato prossimo ovvero l’ultimo ventennio o quasi

La Provincia, la Regione, le USL, la città ed i suoi manicomi

Il manicomialismo genovese si fonda su due modelli :

a) il manicomio della (nella) città: ospedale, rapporto con l’Università, i fasti, le tecniche, i ser-vizi sanitari, (dall’elettroshock all’elettroterapia)
b) il manicomio – villaggio: l’isolamento, l’autosufficienza (“come una guarigione”), il cronicario ghetto (il reparto bambini, la colonia agricola, il cimitero, …).

Questi modelli hanno condizionato la storia, le pratiche, le politiche amministrative, i pro-cessi di superamento e di occultamento fino ad oggi e ne condizionano le prospettive: delega, inclusione / esclusione, ruolo di tutti gli attori in campo, …..): manicomialismo, assistenzialismo ed ospitalismo (il “modello genovese”).
“Manicomio-centrismo assoluto, ma dai piedi d’argilla:…due grossi ventri manicomiali, sempre più capaci, adattati alla loro funzione, coperti dall’omertà scientifica e politica, incapaci di un ruolo attivo e/o di resistenza e quindi privi di una qualsiasi egemonia culturale neanche negli anni vivaci ….”  (A . Slavich,1990).
Nel 1974, a seguito della costituzione di una giunta di sinistra alla Provincia di Genova e sull’onda del movimento tecnico-politico che seppur tardivamente si costituiva a Genova , inizia l’azione di denuncia delle istituzioni manicomiali e s’innesca un iniziale processo di decostruzione dei manicomi: riorganizzazione degli ospedali sul modello del settore nel 1976, chiusura del PON e riuso del plesso scolastico nel 1980, chiusura completa del Vecchio Istituto nel 1981, trasformazione del Padiglione Polmone in sede amministrativa della U.S.L. nel 1984.
Questa fase, che forse eccessivo definire di lotta antistituzionale, presenta potenzialità e limiti:
potenzialità (riduzione numero ricoverati, umanizzazione  degli OO.PP., “carta dei diritti” dei ricoverati, rapporto con la città)  
–  limiti (riproposizione di una tardiva politica di settore, nuove forme di ospedal-centrismo, scarsa crescita culturale e professionale degli operatori).

La L. 180 arriva troppo presto a suggellare  (e quindi a chiudere) un percorso
appena iniziato.

I servizi della riforma ed il manicomio:

– l’ “8 settembre”  della psichiatria manicomiale sempre annunciato e mai arrivato->l’utilizzo delle risorse degli OO.PP. per la costituzione immediata dei servizi ospedalieri e territoriali

-le leggi regionali tra pragmatismo ed ambiguità:

a) trasformazione in Presidi Socio-Sanitari
b) le ambiguità e le potenzialità dei PP.SS.SS.

Le speranze

• superare, anche terminologicamente, il concetto di O.P.
• accelerare il passaggio verso una naturale (ancorché lenta) estinzione
• consentire la diluizione del problema psichiatrico (oltre il muro) nel sociale,
• insieme ad altri bisogni (domande), senza strappi e forse ingenuamente senza contrad-dizioni
• garantire assistenza a pazienti gravi in assenza di  alternative residenziali territoriali (vd.il disimpegno degli Enti Locali sul versante casa e strutture)

Gli errori

  • • quello che si  lascia un po’ chiuso e un po’ aperto può essere visto alternativamente in un modo o nell’altro a seconda delle necessità e delle opinioni del committente
  • • sopravvalutare la capacità dei tecnici  (e la loro coesione) nel tenere a freno le domande di rientro
  • • il manicomio non si estingue lentamente, ma tende sempre a riprodursi e pertanto lo si può solo chiudere o trasformare
  • • aver avvallato la linea a due velocità fra Quarto e Cogoleto, mantenendo pertanto ancora visibile (e quindi riusabile) il manicomialismo del rapporto tra luogo attivo  e cronicario
  • • il ritorno degli aventi diritto (favorito anche da scelte amministrative ambigue degli anni ’80, quando il manicomio non faceva più paura o scandalo, era solo utile!) e la gratuità delle prestazioni per bisogni eterogenei, che richiedevano appunto un fattore di omogeneizza-zione che solo il manicomio poteva garantire
  • • la grave crisi economica, sociale, politica e culturale della Liguria e di Genova in particolare negli anni ’80 (deindustrializzazione, marginalizzazione, terziarizzazione corporativa, immi-grazione terzomondiale, ecc.)
  • • il manicomio come risorsa e come garanzia rispetto all’immiserimento della gente e dei ser-vizi
  • • la frammentarietà e l’eterogeneità delle culture e delle tecniche degli operatori, per molti dei quali la dimensione antiistituzionale era stata assunta poco e superficialmente (vd. la posi-zione della Clinica Universitaria)
  • • la sensazione non esplicitata che il matto avrà comunque sempre bisogno di “isole” di pro-tezione da una società competitiva ed anomica, escludente e che noi (e forse quella parte di noi che aveva realmente questo bisogno) avremmo potuto essere buoni e democratici garanti di una riserva non emarginante.

Hanno prevalso la scarsa ed errata lettura del sociale, e la speranza di chiudere in modo indolore una partita non completamente giocata od in alcuni casi neanche iniziata!

– le UU.SS.LL. fra attenzione, rimozione e predazione
– gli Enti Locali : il manicomio, ma anche il matto, non esiste! ovvero l’assenza di politiche attive e continuative di sostegno alla deistituzionalizzazione ed alla reintroduzione nei circuiti sociali dei pz. psichiatrici (anche nei Comuni governati storicamente dalle sinistre)

Lo stato dei manicomi ed i progetti

a) Quarto :condizioni e piano ristrutturazione
b) Cogoleto :condizioni e possibili scenari

 

-chi (gli utenti)
-come (pubblico-privato)
-cosa
dalla U.S.L.-manicomio  alla corresponsabilizzazione delle altre
UU.SS.LL. : a ciascuno, non il suo manicomio, ma i suoi matti!

 

Ma alcuni problemi restano aperti:

a) il rapporto tra questione manicomiale e P.O.T.S.M.
b) il rapporto tra questione manicomiale e nuovi bisogni (e servizi) di lungoassistenza (anziani, handicap, aids, ………): la fascinazione ed il potere evocativo del manicomio fra integrazione e protezione,  tra abbandono metropolitano ed isole di sopravvivenza (ma a quale prezzo?), tra presa in carico e risarcimento al paziente ed alla famiglia
c) il rapporto tra manicomi, aree, follia e città
d) dalla concentrazione alla diluizione fra visibilità e mimetismo
e) dal manicomio città alla cittadinanza dei pazienti psichiatrici.

Commento: La ridenominazione non paga…

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Quarta scena – Alba del 1° gennaio del 2000 ovvero il progetto

Voce fuori campo:
“Non domandarci la formula che
mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
(E. Montale, Ossi di seppia)

Se un progetto è un concetto forte, qui vogliamo definirlo attraverso le motivazioni con-crete, e contraddittorie, che lo determinano ma anche lo necessitano :

1. ripartire dalla negazione, dal negativo, dal fondo, dal manicomio-villaggio, dal cronicario per ripercorrere in senso inverso la storia della manicomializzazione a Genova;
2. utilizzare al meglio e pragmaticamente l’investimento di Quarto, al quale gli amministratori ed i politici non sanno o non vogliono rinunciare;
3. coniugare lo sviluppo di progetti individualizzati di dimissione d/o di collocazione in più idonee sistemazioni assistenziali (sulla base delle Linee-guida del Ministero della Sanità), ponendo attenzione ai rischi di transistituzionalismo che questo comporta, con lo sviluppo di iniziative per migliorare le condizioni di vita e di assistenza dei pazienti ricoverati e con la valorizzazione sociale delle aree;
4. promuovere e costituire una rete di soggetti pubblici e privati (Regione, Comune, USL, Provincia, Università, Cooperative Sociali e loro consorzi, Associazioni di Volontariato) a sostegno del Progetto, anche attraverso la promozione di sperimentazioni gestionali (ai sensi della L. 502) e di società miste a prevalenza pubblica per la gestione delle iniziative e l’utilizzo delle aree.

Gli obiettivi e gli strumenti delineati dalla delibera del Consiglio Regionale n. 8 del 28/1/97 con oggetto “Progetto per il definitivo superamento degli ex OO.PP. di Genova-Quarto e Cogoleto”, forte nel titolo ma purtroppo debole ed ambigua nella sostanza, come tutta la sto-ria ligure del superamento dei manicomi prima delineata, sono così schematizzabili :

A) Obiettivi:

1. diminuzione progressiva del numero degli ospiti, attraverso progetti personalizzati di di-missione o per inserimento in strutture più idonee (case di riposo, IPAB, per anziani, strut-ture con portatori di handicap);
2. costituzione di strutture per anziani e disabili già ospitati negli ex ospedali psichiatrici, a gestione pubblica o attraverso sperimentazioni gestionali, in strutture esterne alle aree;
3. costituzione di comunità terapeutico-riabilitative, residenze protette, con diversi gradienti di assistenza, per pazienti psicotici, già previste dalla L.R. 39/88, utilizzando immobili di proprietà pubblica (accordo di programma con i Comuni, utilizzo di immobili rientrati nella titolarità delle Aziende UU.SS.LL., strutture ospedaliere o di altri servizi dismessi o in corso di dismissione, a seguito della riorganizzazione della rete ospedaliera);
4. rivitalizzazione e valorizzazione delle aree degli ex ospedali psichiatrici attraverso la piena urbanizzazione ed il riuso ai fini sociali e di servizi sanitari non degenziali degli immobili dismessi, o la concessione in uso per attività socialmente utili, promosse da Enti pubblici, con il sostegno di soggetti associativi e del volontariato;
5. liberazione, riconversione, alienazione di parte delle aree e degli immobili degli ex ospedali psichiatrici, con destino del ricavato allo sviluppo degli interventi di cui al punto 3, ai fini della piena attuazione del Progetto Obiettivo Tutela della Salute Mentale.

B) Strumenti

1. blocco di qualsiasi riammissione attraverso l’abrogazione dell’art. 8 della L.R. 39/88, (avvenuto definitivamente solo con la delibera G.R. n.4554 del 20/1/96 e conseguente Legge Regionale del 20/1/97, n. 2);
2.sviluppo di un nuovo angolo di osservazione, di una nuova idea tecnica e culturale dei pazienti, che punti alla scoperta ed al rinforzo delle loro abilità, potenzialità e diritti, “oltre lo schermo della segregazione e della custodia” (F. Basaglia);
3. interventi manutentivi in economia nelle strutture degli ex ospedali psichiatrici, finalizzati alla chiusura di alcuni reparti, all’attivazione temporanea di comunità autogestite per gli ospiti che per ragioni socio-sanitarie non possono essere immediatamente dimessi o trovare rapidamente una più idonea collocazione assistenziale;
4. attivazione di strutture residenziali territoriali con vari gradienti di intensità assistenziale, attraverso l’utilizzo di finanziamenti ex art. 20 L. 67/88, 2° triennio;
5. riconversione di posti letto ospedalieri in RSA per pazienti psichiatrici, per anziani e disabili, attualmente ospitati nei due Presidi (diminuzione delle presenze, abbandono delle strutture più degradate e con alti costi manutentivi, miglioramento dei livelli assistenziali);
6. promozione di iniziative per il reperimento di enti e soggetti privati che possano in varia maniera sostenere il complesso progetto di superamento degli ex ospedali psichiatrici, nell’am-bito delle rispettive competenze e conoscenze, attraverso sperimentazioni gestionali ai sensi del Decreto Legislativo n. 502/92.

Tali soggetti devono avere le seguenti caratteristiche tecniche:

  • •pluralismo nella tipologia e nelle culture (Cooperative di tipo A e B);
  • •offerte differenziate e flessibili (comprensive della possibilità di inserimento di no-stri utenti in attività lavorative);
  • •know-how nel settore verificabile e consolidato;
  • •disponibilità ad una gestione tecnica mista con il servizio pubblico;
  • •strumenti di accreditamento e verifica di qualità delle prestazioni;
  • •accreditamento “speciale” (piano poliennale di prestazioni per i posti resi liberi);
  • •istituzione  di una commissione di controllo con Associazione Famiglie, Difensore Civico e Giudice Tutelare;

  accordi di programma fra ASL ed EE.LL., finalizzati alla definizione delle quote sociali, al destino degli immobili e delle aree, ad attivare progetti sociali finalizzati, ecc.;
  quote sociali direttamente finalizzate al sostegno di progetti individualizzati di dimissione e di trasferimento in istituzioni più idonee e ricerca di modalità gestionali flessibili, che mirino all’autonomizzazione degli ospiti;
  coinvolgimento al progetto di superamento  delle altre Aziende UU.SS.LL., attraverso la presa in carico nel territorio di competenza dei pazienti attualmente ospitati nei due ex ospedali psichiatrici, tramite programmi individuali, miranti al miglioramento dei livelli assistenziali.

Alla fine del 1999 chiusura totale dell’Ospedale Psichiatrico di Cogoleto e del Nuovo Istituto di Quarto, utilizzando quale area socio-sanitaria residua le nuove strutture intermedie di Quarto, inserite in una rete di nuova urbanità, oltre il muro …,  oppure nella città vera, a sua vol-ta contaminata dai segmenti liberati dal processo di de-istituzionalizzazione, in strutture altre, già urbanizzate, ma anche queste da integrare in una rete di nuova urbanità.

Commento: “Ma che paese è questo?” chiede un paziente di Cogoleto ad un infermiere che lo accompagna nei viali dell’Ospedale durante la grande festa del 21 giugno 1996.

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Quinta scenaTutti in scena !

Voce fuori campo :
“Qui è la vita che non sa più nulla di sé,
coscienza sprofondata mille tese nell’universo.
Qui risuona per sale vuote il corale del nulla.
Qui è pacificazione, rifugio, ritorno a casa, luogo d’infanzia.
Qui nulla minaccia di ciò che  è il mondo degli uomini.
Negli occhi rapiti, che non trattengono nulla di materiale, indugia la felicità”
(Ernst Stadler, Manicomio)

Come in ogni rappresentazione che si rispetti, tragedia o commedia che sia, alla fine i personaggi, i problemi, i fatti, i significati, buoni e cattivi, trovano una unitarietà spazio-temporale e producono la fine possibile, che non sempre è quella pensata dall’autore o dal regista.
Allora, anche qui la scena accoglie rischi, ambiguità, utopie.

I rischi e le ambiguità:

• elementi di transistituzionalismo e di ingegneria istituzionale;
• persistenza alla fine del progetto di un’area residenziale pesante (ancorché urbanizzata), per bisogni assistenziali di varia natura;
• forte capacità di regia del servizio pubblico, anche in rapporto alla costituzione di reti di salute mentale in sinergia con interventi del privato sociale.

L’utopia, speriamo concreta:

• prendere la parte alta dell’onda (come un buon surfista, e la cultura marinara di Genova potrebbe essere di buon auspicio) per collegare la chiusura del manicomio con il rinforzo della rete dei servizi territoriali pienamente dipartimentalizzati;
• usare il manicomio ancora una volta come volano, ma in senso inverso, per mettere in campo risorse ed idealità, indispensabili alla piena attuazione del Progetto Obiettivo: in definitiva, può ancora servire la lotta al manicomio come laboratorio, palestra, trincea ed anche (perché no?) setting !;
• ricondurre la lungoassistenza psichiatrica ed in questo senso diluirla nella lungoassistenza per pazienti e bisogni di altra natura (anziani, handicap, geriatria,  patologie croniche di vario tipo, …), ben consapevoli che da lì bisognerà ripartire per la lotta ai nuovi e vecchi meccanismi che sui bisogni di assistenza protratta producono istituzione ed istituzionalismo.
La questione manicomiale si trasforma e si lega con le nuove forme di istituzionalizzazione ed i bisogni (anche reali) che sempre, in una prima fase, ne sono la necessaria giustificazione.

 

Il nodo resta quello della fascinazione e del potere evocativo del manicomio fra integrazione e protezione, tra abbandono metropolitano ed isole di sopravvivenza (ma  a quale prezzo ?), tra presa in carico e risarcimento al paziente ed alla famiglia.
Se lo statuto fondante della psichiatria ruota intorno alla questione manicomiale – cioè perché i manicomi vengono costruiti e perché vanno distrutti – credo che chiudere i manicomi non risolva certo le contraddizioni del fare e dell’essere in psichiatria, che peraltro la rendono così vitale e feconda, ma consente la ridenominazione di persone e bisogni, indispensabile per l’attivazione di nuove culture e nuovi servizi : questa delega è l’unica dalla quale dobbiamo definitivamente liberarci.
Ma crediamo  e speriamo che questa sarà una battaglia di tutti e ci potrà vedere con altri alleati: tecnici e non, familiari e non, politici e non, pazienti e non … .

 

Allora, l’utopia è anche quella della ricostituzione di un rapporto tra il manicomio-psichiatria e la città, non più attraverso i suoi manicomi, ma solo attraverso la variegata umanità che ancora li popola. Il percorso è quello che va dal manicomio-città (il manipolio) alla piena cittadinanza dei pazienti psichiatrici, anche di quelli che escono dai manicomi e si muovono nelle strade e nelle piazze senza timore, rassegnazione, ma anche con intuito, abitudine al rischio ed ahimé a resistere ai soprusi, e che sano anche guardare gli altri, e noi, con saggezza, pietà ed orgoglio. Esempi, a volte paradigmatici, di tante altre persone che non hanno conosciuto il manicomio come luogo, ma certamente il manicomialismo delle tecniche e di tanti operatori.

Genova per noi …, senza manicomio, non sarà forse più felice, né più ricca, ma certamente più grande e meno matrigna. Chiudere un manicomio, per davvero, è comunque una grande opera di ecologia urbana.
Ci andiamo  convincendo, e questa è davvero l’ultima nota dell’utopia, che il problema si riduce alla dimissione di un solo paziente, quello ricoverato il 28 Maggio del 1593 nell’Ospedale del Pammatone.
Certo, è un po’ cronico, ma non ci sembra impresa impossibile !

Commento: ancora da scrivere … (ma lo scriveranno altri…le nuove generazioni alle quali tocca il compito di (ri)fare la storia e la prassi della assistenza psichiatrica in Liguria)

Nota 1: Per una storia documentata si rimanda ai lavori di P. Pisseri e di B.Orsini, pubblicati su questa Rivista
Nota 2: Parte del materiale e delle considerazioni sono il frutto di una elaborazione che risale al 2000, rivista con gli occhi di oggi. La sensazione è che i problemi siano sempre gli stessi, anche se sono, possono e devono essere affrontati in modo diverso da allora.

B I B L I O G R A F I A

Basaglia F. Prefazione al Giardino dei Gelsi, a cura di E. Venturini, Einaudi Ed., Torino, 1979
Anonimo (paziente di Cogoleto)pensiero libero e non pubblicato, 1996

Calderaro N., Ferrannini L., Goldschmidt N., Iozzia P., Passarelli B., Slavich A.,  Fatti ed idee prevalenti di quattro anni di riforma a  Genova, in Psichiatria senza manicomio, a cura di D. De Salvia e p. Crepet, Feltrinelli Ed., Milano, 1982

Maura E., Pisseri P., Le strutture della follia – Istituzioni e società in Liguria dal XV al XIX secolo, SAGEP Editrice, Genova, 1991

Montale E., Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Mondadori Ed., Milano, 1990

Orsini B., ”1954-1999: gli ultimi 45 anni dell’Istituto Psichiatrico di Quarto tra storia e memoria”, IL VASO DI PANDORA, Vol.XIII, n.4, 2005

Quazza C., La decadenza italiana nella storia europea, Einaudi, Torino, 1971

Slavich A., Indagine sulle politiche psichiatriche regionali prima e dopo la L. 180 – Rapporto sul-la Regione Liguria, Censis, 1985

Slavich A., Il progetto del Vecchio Istituto, pubblicazione USL 16, Genova, 1990

Stadler E., Poesia tedesca del ‘900, a cura di Anna Chiarloni e Ursula Isselspein, Einaudi Ed., Torino, 1990



3 risposte.

  1. A. M. Ferro ha detto:

    Caro Gianni ho letto con attenzione le riflessioni di Luigi ,così chiare ,condivisibili ma anche intrise di tristezza.Alcune brevi iniziali impressioni,poi appena starò meglio vorrei scrivere “cose” più articolate.
    1)La Storia va ricordata e conosciuta proprio per capire quanto stiano nel passato un particolare accadimento o una problematica ,in questo caso quella del Manicomio,o piuttosto siano ancora “presente” seppur modificati nelle forme espressive. Infatti La storia della psichiatria oggi ha senso solo se così è impostata,con un coraggio che vedo poco nelle rievocazioni.
    Con il ricavato dell antica area del manicomio cittadino si costruì il primo nucleo del S.Martino..e si allontanò la cosa psichiatrica dal vivere cittadino, ..ora ,lasciando briciole alla psichiatria ed agli utenti e le loro organizzazioni ,forse – suggerisce lo scritto di Luigi- si rianimano antichi scenari nella poca umanità ma anche poca efficienza delle istituzioni….come peraltro avviene in quasi tutti i settori della vita nazionale oggi.
    Il tema della separazione e controllo come indicibili mandati istituzionali alla psichiatria è ,a mio avviso, evocato giustamente nello scritto di Ferrannini.
    2) il tema della separazione ,dell esclusione , del non ascolto è tema molto presente nel nostro vivere quotidiano oggi……e il ” manicomio” o piuttosto la “MANICOMIALITÀ “, come forme che sottendono le relazioni sociali, tendono a riemergere con prepotenza e a schiacciare così le nostre valenze empatiche , pur naturali e sempre anch’esse presenti .
    3) una psichiatria almeno decorosa ha anche il compito di svelare che ” il re è nudo” con un modesto coraggio,sostenuto anche dalla competenza e cultura specialistiche ed anche umanistiche.
    .Questo coraggio,come dimensione etica è raro oggi e il lavoro di Luigi rappresenta un’eccezione. Uno scritto di un importante psichiatra ma , come me ed ormai anche Gianni e anche gli altri che leggono, avviato nella “terza età ” .
    Come vivono ,onorano il loro essere psichiatri , sentono o non sentono con preoccupazione
    Questi temi, per noi cruciali, gli operatori della psichiatria oggi? Sentono il fascino per una psichiatria come “disciplina di frontiera” o sono piuttosto attratti da una paciosa e apparentemente rassicurante psichiatria che desidera l omologazione con altre discipline specialistiche ,evitando il confronto con le nostre inevitabili peculiarità ,peculiarità che affascinarono le nostre generazioni.
    Sono curioso di capire meglio cosa sia operare in psichiatria per questi colleghi di una,due,tre generazioni più giovani , sono più interessato a sapere cosa ne pensano loro piuttosto che i miei coetanei o quelli solo un po’ meno vecchi i cui pensieri e cronici “peccati” ormai conosco.
    4) l insegnamento universitario ,soprattutto qui in Liguria in passato, può aver favorito un’attrazione per una psichiatria a conflittuale e neutra ,che diviene così misera cosa? Per me non C è una psichiatria senza continuo confronto con la MANICOMIALITÀ , con il patire umano rispetto al quale si deve prendere posizione,non c’è psichiatria senza una scienza alta che si confronti tuttavia sempre con le umane pratiche( concetto di prassi in Gramsci e Popper ad es.).
    5) l abbandono vergognoso dell importante e bellissima un tempo biblioteca di Quarto, complessivamente il silenzio intorno a questo agito immorale, non sono metafore del presente ,o almeno di una parte non esigua del presente in psichiatria soprattutto per quanto attiene la dimensione Etica nell operare?
    Questi abbandoni Non sono una drammatica rappresentazione di una certa ottusità istituzionale e politica( trasversali haimè in modo equanime) presenti oggi nella nostra bellissima ,e da me ancora molto amata ,ma non edificante Italia ?
    Un abbraccio a tutti ed a presto
    Antonio Maria Ferro

  2. P. Pisseri ha detto:

    Anche da ormai esterno al gruppo, mi intriga molto l'”utopia” proposta da Luigi. L’utopia può e deve confrontarsi con la realtà, divenendo progetto.
    Al di là delle pur ricorrenti intenzioni di tornare al Manicomio classico e alle sue strutture anche edilizie, Ferrannini ci ricorda che la sfida oggi è contro una “manicomialità” diffusa, più difficile da identificare e neutralizzare di quanto fosse il manicomio tradizionale.
    Questo era un vistoso precipitato del globale rifiuto emarginante, e si tendeva a escluderlo dalla consapevolezza collettiva, ricorrendo a strutture chiuse e geograficamente isolate. Nel 1885 Lombroso, su incarico dei ricchi e potenti proprietari di ville in S. Francesco di Abaro, quartiere “minacciato” dalla progettata collocazione di un ricovero per alienati, scriveva: “se la località avesse posseduto tutte le condizioni richieste dalla Legge e dalla Scienza, la sola vicinanza alle altre abitazioni la faceva scartare di colpo”. Altri tempi, certo: ormai abbiamo chiuso le grosse istituzioni, quando l’attenzione collettiva vi si è focalizzata avvertendone finalmente l’intollerabilità. Questo, nel momento storico in cui una serie di cambiamenti ha finito col costituire una massa critica. Val la pena di elencarli.
    – Con la fine della seconda guerra mondiale, il crollo dei totalitarismi di destra ha messo in crisi il principio di autorità che aveva finito per incarnarsi perfino in realtà come i lager, che sotto alcuni aspetti potevano esser richiamati alla mente dai manicomi. La crisi ha raggiunto il suo culmine negli anni ’60 e ’70, quando il movimento giovanile ha fatto temere al PCI uno scavalcamento a sinistra; in uno storico battibecco fra un ventenne Sofri e un ormai anziano Palmiro Togliatti, questi è stato sarcasticamente accusato di filoamericanismo. E’ nel fermento politico di quegli anni che anche la psichiatria pubblica ha cambiato volto.
    – La crescente diffusa penetrazione della psicoanalisi e di riflessioni radicate nel pensiero di Autori come Heidegger, Adorno, Horkheimer ha offerto nuove chiavi di lettura del disturbo mentale e del suo rapporto con il sociale.
    – Lo sviluppo del welfare in un capitalismo maturo aveva svuotato di funzione le grandi istituzioni nate certo con finalità di controllo ma anche come una sorta di rudimentale, idifferenziata e inadeguata risposta ai più vari bisogni.
    – La scoperta degli psicofarmaci ha offerto le condizioni che rendono possibile un più efficace approccio operativo.
    Cosa è cambiato da allora?
    Oggi nell’opinione pubblica non è più all’ordine del giorno la psichiatria istituzionale e dei Servizi post-istituzionali. Il rifiuto emarginante non è scomparso, nè lo poteva: è diluito in molte diverse
    realtà, meno vistosamente antiumane ma proprio perciò più difficili da identificare e cogliere. I mass media non ne parlano gran che. Un buon punto di osservazione sono i social network e i vari forum dedicati alla psichiatria, dove i non addetti ai lavori intervengono più che altro su difficoltà personali legate a disturbi d’ansia o depressivi, di c.d. “piccola psichiatria”; oppure su difficoltà altrettanto personali nella
    gestione di un parente malato di mente; assai meno su problemi generali attinenti all’assistenza e terapia psichiatriche. Ciò può anche esser incoraggiante come segno che la riforma ha funzionato senza i gravi sconquassi un tempo temuti, ma il silenzio e la disattenzione possono aprire la strada alla regressione e al degrado, come è drammaticamente accaduto in passato. E’ importante tenere deste l’attenzione e la memoria.
    Quanto è concreto il rischio? Sicuramente persiste il problema di base.
    Le scelte politiche dipendono pure in qualche modo dall’orientamento del pensiero e delle emozioni della collettività (permettetemi quasta attestazione di sfrenata fiducia nella democrazia). Ora, temo che in tutti
    noi spinte emarginanti e verso lo stigma possano esser ridotte ma non eliminate del tutto. La solidarietà umana, se non si riduce a una pietà asimmetrica e in fondo degradante, richiede la capacità di identificarsi con
    l’altro; e ciò è molto difficile di fronte al folle, angosciante specchio della nostra possibie follia. E’ sempre forte la spinta a considerarlo radicalmente “alieno”, incommensurabile a noi. Ma si può e si deve agire su questo, anche se è un fattore metastorico.
    Quanto agli aspetti storici: il welfare è sempre meno garantito, il benessere sempre più insidiato da una crisi (senza sbocco?) e dalla spinta migratoria di popolazioni che, giustamente,sono stanche di esser sacrificate. Ne nasce una forte tentazione di non occuparci dei bisogni di chi sta peggio, di non impegnarvi delle risorse.
    E in una dimensione più tecnica: i farmaci sono più che mai preziosi, perchè di azione più finemente mirata. Ma è chiaro che l’approccio farmacologico è strettamente connesso allo sviluppo delle neuroscienze e che queste, forse necessariamente, trovano più agevole il dialogo con una psichiatria nosografista, privilegiante la diagnosi. Ciò potrebbe indebolire quella psichiatria umanistica che è necessaria base del rapporto col paziente come persona, e che tende a diffidare della diagnosi come ingannevole, e potenzialmente nociva, conoscenza di lui.
    Fra l’altro, l’ultima edizione del DSM tende a estendere ulteriormente l’area della legittima diagnosi psichiatrica, invadendo aspetti che finora abbiamo considerato difficoltà umane senza statuto clinico.
    Questa contraddizione fra laltro ostacola l’auspicabile coerenza e chiarezza delle nostre esternazioni anche pubbliche. Ancora su Internet ho trovato una storia inquietante, conclusasi tragicamente; quella di un
    paziente che si era rivolto sia al suo Dipartimento molto noto per l’orientamento psicosociale e politico, sia a un Istituto Universitario considerato all’avanguardia nella psichiatria biologica.
    Le contrapposizioni frontali forse non hanno fatto del tutto il loro tempo; d’altronde, non possono cedere il campo a un confuso eclettismo. Se nella ricerca si può, e a volte si deve, essere unilaterali, la necessità di approfondire specifici filoni non dovrebbe farci dimenticare l’infinita complessità dei risvolti con cui ci cimentiamo, nè impedirci di offrire agli utenti e alla collettività una visione inevitabilmente articolata pur se in termini accessibili. Ciò aumenta la nostra credibilità, e quindi la nostra possibilità di influire su scelte personali e politiche.
    Mi rendo conto di non essere stato ottimista; ma riflettere sugli ostacoli può essere operativamete utile. Un punto di forza è l’arricchimento delle nostre conoscenze e della nostra capacità di riflessione: esso è irreversibile e costituisce una importante garanzia, anche perchè continua a crescere come, mi pare, mostra anche questo nostro scambio di idee.

  3. obliqua ha detto:

    i giovani devono vedere quello che facciamo piuttosto che sentire quello che diciamo.

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