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Il male della modernità. Lo stress fa 70

Redazione
10 Febbraio 2016
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Il male della modernità. Lo stress fa 70

Commento della Redazione all’articolo di F. Fasce apparso su Il Secolo XIX il 06/03/2016

L’autore di questo articolo inserisce una citazione dello stesso Selye: “Contrariamente a quanto si pensa di solito, noi non dobbiamo e in realtà non possiamo evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace”. Per essere ancor più chiaro, Selye ha parlato del possibile stress without distress, favorito da un lavoro soddisfacente, buona autostima, accettazione da parte degli altri.

Queste parole sono utili a ricordare che, anche se oggi parliamo dello stress come se fosse sempre un disturbo, di per sé non lo è: è, al contrario, una normale e necessaria reazione di adattamento rapido agli input ambientali, poiché l’ambiente non è stato fatto su misura per noi, ma siamo noi a doverne fronteggiare le aggressioni che si alternano agli apporti positivi.

Selye ha pure mostrato come la reazione di stress sia aspecifica, sempre la stessa qualunque sia lo stressor. È tuttavia diversa da individuo a individuo anche in presenza di stressors apparentemente identici: entra necessariamente in gioco qui, in sinergia con l’indispensabile attivazione emozionale, l’elaborazione cognitiva, il dare un senso e un significato personale allo stimolo. Per esempio, si è rilevato che gli operatori addetti all’investigazione sugli abusi all’infanzia sono esposti a rischio di stress traumatico, e questo rischio è maggiore per le donne.

Fa parte di quest’ottica il concetto di stress ottimale, evidentemente diverso da persona a persona: quello che, per così dire, “ci tiene in allenamento” proponendoci una sfida impegnativa ma alla nostra portata. Si parla di stress anche in situazioni del tutto fisiologiche e magari piacevoli, come nel cosiddetto stress riproduttivo, complessa risposta psicofisica alla stimolazione e all’incontro sessuale. Meno gradevoli ma comunque parte della vita gli stress-risposta a possibili minacce alla nostra integrità fisica oppure alla nostra rete di relazioni, come lo stress da attaccamento e perdita.

La passione per classificazioni e quantificazioni ha condotto a elaborare elenchi dei sintomi di stress traumatico, cataloghi degli stressors, misurazioni dello stress rivolte al suo aspetto biologico o a quello psicologico: fa parte di questo il rilevamento del c.d. stress percepito, fondato su questionari auto-o eterosomministrati.

Naturalmente, è un po’ difficile procurarci uno stressor su misura, poiché non abbiamo controllo sui mille fattori che lo determinano. Si entra quindi nel campo dello stress-disturbo. Esso si verifica quando interviene qualche fattore che disturba il normale succedersi delle sue classiche fasi: allarme, resistenza, esaurimento. Quando tutto va bene, la fase di esaurimento coincide con il venir meno dello stressor e la fine del confronto; ma non sempre è così, e anzi abbiamo spesso a che fare con stressors persistenti comportanti una condizione di stress cronico che vede compromessa la sua funzione difensiva. Questa vien meno anche per il mutare del tipo di minaccia con il mutare delle nostre condizioni di vita, che in molte situazioni possono rendere obsoleta la risposta di “adattamento” iscritta nei nostri geni. L’ipertensione arteriosa consecutiva alla attivazione dell’asse ipofisi-surrene faceva parte di uno stress fisiologico, essendo funzionale all’attività di caccia o alla difesa dall’attacco di una belva; non lo è per la difesa da un mobbing, e diviene una risposta cronica inadeguata oltre che nociva alla salute, perché non si può picchiare il capo ufficio. Questo è un esempio di uno dei meccanismi che rendono patologico lo stress: l’inibizione dell’azione, frequente nella nostra cultura che solo apparentemente è molto libera (in qualche modo ciò ci riporta, per tutt’altro percorso, al tema freudiano del disagio della civiltà). Un altro meccanismo è, al contrario, il sovraccarico di richieste e di stimoli a reagire che oltrepassano la fisiologica capacità della persona.

Il tema è stato ampiamente studiato in diverse situazioni, soprattutto negli insegnanti e nel personale sanitario addetto a cure intensive o a pazienti terminali. Infatti, la tensione da lavoro è particolarmente intensa in chi ha a che fare con persone. Le cause sono state identificate in un impegno lavorativo eccessivo (stress dei manager) o al contrario troppo ridotto, un controllo dei dirigenti sull’attività anch’esso eccessivo oppure carente, scarso riconoscimento, discriminazioni, conflitto spesso inespresso fra i vari valori proposti nel posto di lavoro; si aggiunge un fattore esterno, la carenza di vita sociale e affettiva. È stata riscontrata una forma più benigna: una persona su sette ha occasionale burnout a fine giornata.
Lo stress degli operatori, se supera la soglia di tolleranza di questi, conduce al vero burnout con i suoi classici segni: minor creatività, irritabilità, scarsa fiducia in sé, stancabilità, errori, con il rischio di finire in quel cinismo difensivo con totale perdita del senso del proprio lavoro e rifiuto a priori di ogni proposta di cambiamento, che tanta parte ha avuto nelle degenerazioni manicomiali. In questa involuzione non ha affatto avuto un ruolo un sovraccarico di lavoro ma proprio la perdita di senso del proprio compito e ruolo, che finiva semmai col risolversi in giornate di lunga inerzia. È chiaro che la prevenzione di tutto ciò passa per una formazione continua con stretto collegamento fra teoria e operatività, per una riflessione sul senso e valore del proprio operare, per una verifica dei risultati, per un arricchimento della comunicazione.

Quanto al campo dei veri e propri disturbi psichici, alcuni fra essi riconoscono nello stress il proprio connotato fondamentale: sono il disturbo da adattamento e le reazioni di lutto a una perdita, oltre evidentemente al disturbo postraumatico da stress, diagnosticato con frequenza forse eccessiva: studi epidemiologici parlano di una prevalenza che sfiora l’8%. Ma quasi ogni tipo di disturbo psichico – fermo restando il concetto fondamentale di vulnerabilità – può trovare nello stress una causa scatenante o un fattore di aggravamento. Come ci si poteva aspettare, la tolleranza allo stress è minore negli anziani.

Al di là del possibile intervento psicofarmacologico, sono state proposte strategie rivolte a ridurre lo stress e a favorire la resilience. Trovano spazio nella recente letteratura le tecniche di Mindfulness, in qualche modo apparentate alla meditazione proposta dal buddismo: sono volte a sviluppare l’attenzione ai propri stati mentali. Le mindful awareness practices includono: autoregolazione dell’attenzione, che promuove la consapevolezza delle proprie esperienze cognitive ed emozionali; consapevolezza non giudicante, curiosità, apertura, accettazione.
Il modello dello stress può fornire un’ulteriore chiave di lettura dell’organizzazione e attività delle Comunità protette e riabilitative, dove si persegue fra l’altro una stimolazione ottimale che impegni le risorse del paziente in misura e con modalità adeguate: quasi un sinonimo dello stress ottimale di cui si è parlato.



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