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Il lapsus di Heidegger

Pasquale Pisseri
2 Maggio 2017
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Il lapsus di Heidegger

Commento all’articolo di M. Recalcati apparso su La Repubblica il 29 aprile 2017
Recalcati definisce “Essere e tempo”, apparso nel 1927, una di quelle opere “che cambiano il nostro rapporto con il mondo”. Ciò è certamente vero anche nell’ambito della nostra disciplina, attraverso la mediazione di Autori come Ludwig Binswanger o successive elaborazioni dello stesso Heidegger.

Nessuno ignora quanto sia centrale il suo ruolo in quella corrente di pensiero fenomenologico – esistenziale che, lo sappiamo bene, ha ispirato anche Basaglia e ha quindi costituito uno dei pilastri teorici della riforma psichiatrica. Mi pare che l’opera in cui il suo collegamento con la nostra prassi professionale è stato più diretto sono i “Seminari di Zollikon”, serie di conversazioni sollecitate dallo psichiatra e psicanalista Medard Boss, e tenute in larga parte nella casa di quest’ultimo dal 1959 al 1969.
Ecco come si esprimeva Heidegger nel seminario tenuto, questo, non in casa Boss ma al mitico Burgholzli, l’8/9/59: “L’esistere umano nel suo fondamento non è mai solo un oggetto semplicemente presente in qualche posto, per niente affatto un oggetto chiuso in sé. Piuttosto esso, questo esistere, consiste di mere possibilità di percepire, otticamente e tattilmente non coglibili, dirette a ciò che gli si fa incontro rivolgendoglisi – assegnandoglisi. Tutte le rappresentazioni oggettivanti, finora usuali nella psicologia e nella psicopatologia, della psiche, del soggetto, della persona, dell’Io e della coscienza come una capsula… devono scomparire…La costituzione fondamentale dell’essere umano…deve esser chiamata “esserci” o “essere nel mondo”. Il “ci” di questo “esser-ci” non intende affatto un posto nello spazio… piuttosto…il tener aperto un ambito di poter percepire le significatività delle datità che gli si rivolgono – assegnandoglisi”.  E’ il concretarsi, in ambito psicologico – psichiatrico, della tesi di base di “Essere e tempo” come ricordata da Recalcati nel suo articolo: l’esistenza non dipende da una essenza a priori, ma si determina nel suo progetto, nel suo essere gettata e aperta all’orizzonte del mondo.
Dunque: rifiuto dell’oggettivazione, centralità della relazione e della presa di significato. Sono posizioni che oggi possono apparirci pressochè scontate, ma solo perché le abbiamo ormai accettate e assimilate, tanto che costituiscono il background del nostro quotidiano intervento psichiatrico.
Oggi esse devono confrontarsi con lo sviluppo delle neuroscienze, che offrono quasi quotidianamente uno sguardo sempre più approfondito sui corrispettivi somatici degli stati mentali. Sviluppo benvenuto e fecondo, ma che pone problemi epistemologici non irrilevanti. Le scienze biologiche hanno un approccio necessariamente e giustamente obbiettivante, ed era più agevole un loro incontro  con una psicologia e psicopatologia del pari obbiettivanti. La lezione della fenomenologia non può esser dimenticata, ma neppure può essere seguita in un “vuoto” biologico: la non ignorabile, pur se ancora oscura, connessione fra mente e corpo impone di perseguire un approccio giunzionale anche se questo è reso impervio da differenti metodologie conoscitive. Ricordo che Ballerini ci parlava di “circolo  ermeneutico”, in cui l’intuizione di essenza del fenomenologo poteva esser sottoposta a forme di verifica sperimentale, in una serie di rimandi e feedback.  Credo che questa proposta sia ancora lontana da una concreta attuazione.
Nei Seminari il filosofo non ignorava questo tipo di confronto. Citava Nietzsche, il quale aveva annotato come la scienza della natura puntasse al soggiogamento di questa, non al perseguimento di una verità “più vera” (incidentalmente ricordiamo il pragmatismo di William James e John Dewey che tagliava questo nodo equiparando “vero” a “efficace”). Su questo filone, Heidegger proseguiva: “possiamo mai senz’altro considerare questa specie del rappresentare scientifico – naturale, che è stato progettato senza tener conto dello specifico esser uomo, possiamo considerare l’uomo nell’orizzonte di questa scienza, con la pretesa di essere in grado con ciò di determinare l’esser uomo?”.
Nella complessità della personalità di Heidegger, può colpirci non piacevolmente il suo ripetuto imperioso ricorrere alle parole “deve”, “devono”, che in qualche modo ci ricorda quella  simpatia per il nazismo che a torto o a ragione gli è stata addebitata; ma ciò non cancella l’importanza della sua lezione, che fa parte dei fondamenti del nostro operare.



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