Vaso di Pandora

Il gene gay, sfatiamo questo pericoloso mito

Non c’erano molti dubbi, e quelli esistenti erano comunque alimentati principalmente da omofobi. Ora è arrivata anche la conferma della scienza. Non esiste alcun gene gay. L’orientamento sessuale di una persona, com’era immaginabile, non dipende da un unico gene. Numerosi scienziati e sessuologi avevano escluso da tempo questa possibilità, definendola come un rantolo omofobo, senza alcun fondamento scientifico, diffuso da persone desiderose di mettere in cattiva luce l’omosessualità riducendola a un malfunzionamento cellulare, a una patologia. Mancavano però le ricerche scientifiche per consolidare questa posizione. Ora sono arrivate anche queste. Il merito è di uno studio condotto da Science che ha coinvolto mezzo milione di persone tra residenti degli USA e del Regno Unito. Tra i numerosi scienziati che hanno preso parte alla ricerca segnaliamo Brendan Zietsch, Andrea Ganna, Karin Verweij, Michael Nivard, Robert Maier, Robbee Wedow e Alexander Busch.

Lo studio sul gene gay

Gene gay: due ragazze vicine sorridono in fondo al letto
L’esistenza del gene gay divide la comunità scientifica da anni

Zietsch, ricercatore presso l’Università del Queensland, in Australia, è stato colui che ha coordinato i lavori. I risultati dello studio si sono rivelati piuttosto interessanti. Inizialmente, c’era chi aveva formulato l’ipotesi di una possibile ragione genetica dietro l’omosessualità. In effetti, si sono trovate ben cinque varianti genetiche comuni, tra le persone che si sono sottoposte allo studio. Si tratta di incognite che la genetica definisce SNP, acronimo inglese che significa polimorfismo a singolo nucleotide. Nel prosieguo della ricerca, però, si è scoperto che non sussiste alcuna relazione di causa ed effetto tra queste e il comportamento sessuale delle persone. Si tratta infatti di varianti diffusissime anche tra individui che non hanno mai provato alcun tipo di attrazione verso soggetti dello stesso sesso. È stato infine stimato che ogni SNP non abbia più dell’1% di possibilità di influire sull’orientamento sessuale di una persona.

I geni non possono dunque essere usati per prevedere l’orientamento sessuale di una persona. Essi sono, semplicemente, troppo poco rilevanti. Sebbene due tra questi cinque marcatori genetici si trovino vicino a geni collegati a olfatto e ormoni attivi durante il corteggiamento, e questa specifica localizzazione possa far supporre lo svolgimento di qualche ruolo nell’attrazione, non si è potuta dimostrare alcuna correlazione diretta. È probabile che almeno questi due SNP recitino una parte nei complessi processi biologici connessi alla scelta dei partner. Nulla avrebbero però a che fare con l’orientamento della sessualità dell’individuo. Non si esclude che i geni possano avere qualche influenza, ma si è certi che non siano determinanti. Lo ha spiegato molto bene Zietsch, nell’articolo che racconta l’esito dello studio che ha guidato:

“L’orientamento sessuale è determinato dai geni ma non certo determinato da loro. Hanno molta importanza anche le scelte di natura non genetica.”

Il gene gay e la sua storia

Sono oltre 60 anni che si parla di gene gay, fin dagli anni ’60. Aldilà della strumentalizzazione in merito fatta da gruppi conservatori e, più o meno apertamente, omofobi, la scienza ha tenuto in considerazione l’eventualità di una spiegazione genetica a lungo. Quella del gene gay era una delle due possibili, assieme a quella dei fattori ambientali legati alla crescita. Nel 1993 fu Dean Hamer, impiegato presso il National Institute of Health americano ad avanzare l’ipotesi che esistesse un gene capace di dominare la sessualità. Dai risultati delle sue ricerche emerse che il marker genetico Xq28 era strettamente correlato con l’orientamento sessuale. Studi successivi, anche recenti, sembrarono confermare questa ipotesi. Il test che portò maggiore popolarità a questa corrente di pensiero si svolse nel 2014, su 409 coppie di gemelli. La ricerca di Science dovrebbe aver ora chiuso definitivamente il dibattito.

Hamer, che oggi si gode la meritata pensione, non è d’accordo con i risultati ottenuti da Zietsch. Secondo lui c’è un errore di fondo. La ricerca non dovrebbe infatti rivolgersi anche a persone che abbiano avuto un solo rapporto omosessuale, magari occasionale, bensì concentrarsi su chi si riconosce solo ed esclusivamente in tale orientamento. A suo avviso, inoltre, i risultati non rivelano alcun percorso biologico legato all’orientamento sessuale. Sebbene sia stato fatto un grande studio, questa ricerca non ci indica dove dobbiamo cercare per risalire a un’origine scientifica dell’omosessualità. Hamer resta convinto che vi sia una spiegazione razionale e genetica. A suo avviso, l’orientamento sessuale deve provenire da un qualche attivatore specifico. Altri membri della comunità scientifica, che la vedono come lui, hanno messo in discussione il campione: l’età media era, secondo la loro opinione, troppo alta e la provenienza dei soggetti troppo omogenea.

Un test ben accolto

Aldilà di questi dubbi, la comunità scientifica ha accolto ottimamente la ricerca pubblicata su Science. Secondo il genetista William Rice, dell’Università della California:

“Molte persone vogliono capire la biologia dell’omosessualità e la scienza è rimasta indietro rispetto a questo interesse.”

Greg Neely, professore presso l’Università di Sydney, è d’accordo con l’obiezione secondo la quale occorrevano più giovani all’interno del campione, ma si dice comunque convinto del fatto che l’attrazione per lo stesso sesso non sia inversamente correlata all’attrazione per il sesso opposto, come lo studio sembra confermare. Ciò potrebbe aprire una nuova discussione, e conseguentemente studi e ricerche, su bisessualità, asessualità e altre sfumature dell’orientamento.

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