Attualità

Il fascino perduto del corpo nudo ai tempi del porno

Pasquale Pisseri
27 Giugno 2016
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Il fascino perduto del corpo nudo ai tempi del porno

Commento all’articolo di M. Recalcati apparso su La Repubblica

il 26 giugno 2016

L’articolo non segnala alcunché di nuovo in sé, poiché tutti conosciamo e proviamo il fascino del “ti vedo e non ti vedo”; e gli abiti hanno da sempre la duplice funzione del coprire e dell’alludere maliziosamente. Ma Massimo Recalcati, ovviamente, va oltre alla semplice constatazione, nella sua ottica che come sappiamo è lacaniana: “L’erotizzazione del corpo esige la sua velatura. Il desiderio per accendersi esige una distanza, una lontananza dall’oggetto”.

Palese il richiamo a Lacan, per cui il desiderio è sempre strutturalmente, necessariamente, in eccesso, e per esserlo richiede una norma con cui confrontarsi: egli liquida come ingenuo fraintendimento di Freud la concezione della censura, del divieto, della castrazione come scacco del desiderio, poiché anzi questo ne ha bisogno per costituirsi come tale.

Il desiderio è castrato, afferma Lacan in uno dei suoi motti volutamente sorprendenti e destabilizzanti: concezione che pare trovare una conferma proprio nell’ambigua funzione, a un tempo “castrante” e stimolante, degli abiti. Del resto, anche il fascino del proibito è qualcosa che ben conosciamo.

Altra, o complementare, chiave di lettura può essere la teoria di Meltzer, del conflitto estetico: il bambino nel momento in cui gode del seno lo vive come bello, buono, appagante, ma subentra presto il desiderio di andare oltre, di entrare nel corpo materno per conoscere qualcosa di più, in una tensione mai del tutto placata. E’ forse questo momento che tendiamo a rivivere quando ammiriamo e desideriamo svestire un possibile partner coperto da abiti (tali però da evidenziare e lasciar immaginare quel che c’è sotto).

Accenno appena all’estetica ermeneutica di Gadamer che, ponendo il cogliere significati come componente fondamentale dell’esperienza del bello, implicitamente sottolinea l’importanza dello svelare ciò che è nascosto.
E forse anzi questa esigenza torna in tutta la nostra esistenza, con l’incessante spinta ad andare oltre, alla ricerca del nuovo e del diverso da scoprire che è la molla della nostra evoluzione culturale: potremmo dire che il corpo nudo è natura, l’abito è cultura. Ma la natura non ci si offre così facilmente “svestita”: come dice Eraclito, essa non svela né nasconde, ma indica: allora i nostri dinamici percorsi culturali possono essere tentativi, sempre ripetuti e dal successo sempre parziale, di entrare nel segreto: con la religione, con la filosofia, con la magia, con la scienza, con l’arte: forse anche quella dell’abbigliamento, che può essere un modo per mostrarci cos’è davvero il corpo e moltiplicarne la potenzialità.

Il tema del velo ha affascinato da sempre, a partire dal velo di Maya. Più di uno scrittore ha volto il pensiero a ciò che “sta dietro”. Ralph W. Emerson: “La creazione visibile è il limite o la circonferenza del mondo invisibile”. Nathaniel Hawthorne sul tema cruciale dello svelamento: “La natura non si lascerà vedere (se avete fretta): dovete pazientemente tollerare il suo tempo: e in qualche momento si svelerà quietamente e improvvisamente e per poco tempo vi lascerà guardare dritto nel cuore del suo mistero” (è interessante notare che nell’uso popolare il termine “natura” può significare vagina). Siamo, mi pare, nel tema dell’epifania ripreso da Joyce, che nel Portrait la riconosce in un corpo di ragazza semisvestita.

Il vestirsi è caratteristica universalmente umana? Lo stesso Recalcati sembra incerto su questo punto: ritiene il vestirsi una discriminante fondamentale fra gli animali e l’uomo, ogni uomo: ma ricorda come il tabù della nudità abbia dominato a lungo specificamente in Occidente. A me pare che ciò sia accaduto un po’ in tutte le culture, con pochissime eccezioni in popolazioni definite “primitive”.

E oggi l’Occidente sembra l’area di un nudismo di ritorno, con non raro scadimento dall’erotismo alla pornografia. Qualcosa del genere lo scriveva Sciascia, con l’acume che lo contraddistingueva: in un crudele paragone definiva il corpo della donna ormai “esposto” come quello dei giustiziati: la vera vittoria dei bigotti sul potere erotico della donna. E’ questo che, nella visione di Massimo Recalcati – del resto autore di analogo paragone con i corpi degli ebrei sterminati – oggi accade o rischia di accadere.

“Questi paragoni non paiono azzardati se si considera l’affermarsi attuale dei vari piercing, tatuaggi, interventi di chirurgia estetica: sembra che, mentre si vela sempre meno il corpo, il suo ornamento e personalizzazione tenda a passare attraverso una sua lesione”.


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