Vaso di Pandora

Il fascino discreto dell’anoressia

Il fascino discreto dell’anoressia.

Riflessioni libere sui Disturbi Alimentari come “culture-bound syndromes”.

di Marco Massa

I disturbi alimentari sono patologie legate al modello socioculturale occidentale. I dati sull’incidenza e prevalenza nella popolazione generale confermano quest’affermazione (1) e la pressione dei media, l’idealizzazione della magrezza e del rispetto di precisi canoni estetici, costituiscono gran parte dei cosiddetti fattori predisponenti lo sviluppo di un disturbo anoressico o bulimico.

E’ noto inoltre che, fra i Disturbi Alimentari, l’Anoressia è stata ben rappresentata anche in un passato assai remoto (prendiamo ad esempio la storia delle cosiddette “sante anoressiche” del medio evo (2)) con forme di tipo “ascetico” che difficilmente potevano trarre spunto dall’ideale estetico di magrezza tipico delle attuali società occidentali ad alta industrializzazione ed elevato tenore di vita ma che probabilmente rappresentavano un tentativo di differenziazione-emancipazione che, mutatis mutandis, può avere elementi comuni con quanto accade nell’anoressia di oggi. Recenti osservazioni epidemiologiche avrebbero a questo proposito evidenziato come la Bulimia Nervosa mostri un’incidenza che dipende sensibilmente dal contesto culturale e pertanto sia da considerarsi una sorta di culture-bound syndrome, mentre l’Anoressia non mostrerebbe questa caratteristica e risulterebbe meno condizionata dal contesto socioculturale (3).
Su questo argomento esiste una vasta letteratura ma propongo di vedere la questione da una prospettiva cambiata. Se, come abbiamo visto, è vero che i disturbi alimentari sono influenzati dal modello culturale occidentale che in qualche maniera concorre ad aumentarne l’incidenza, siamo certi che non vi sia nell’attuale organizzazione socio-culturale occidentale una sorta di bisogno specifico che viene soddisfatto proprio dalla presenza dei disturbi alimentari? Essi costituiscono argomento di potente e perturbante fascinazione, catalizzano l’attenzione dei media molto di più di quanto non facciano altre patologie (anche più gravi) e pur esitando frequentemente in gravi e invalidanti condizioni di menomazione psico-sociale, e talvolta purtroppo nel decesso, non subiscono stigmatizzazione come accade ad esempio per altri gravi disturbi psichiatrici da cui sono spesso tenuti distinti (e distanti).
Partiamo dalla riflessione su alcuni elementi comuni alla gran parte delle pazienti con disturbi dell’alimentazione. Esse hanno sviluppato con loro comportamento patologico la capacità di distanziarsi da una particolare connotazione emozionale associata al gesto dell’alimentarsi o più precisamente alla gratificazione alimentare. Questa è un’emozione primitiva, viscerale e se vogliamo selvaggiamente animale (oltre che connessa alla necessità di sopravvivenza). Come in tutti gli atti riferibili alle esigenze primarie (procurarsi il cibo, alimentarsi, accoppiarsi o addirittura espletare funzioni fisiologiche come orinare i defecare) la civiltà umana ha elaborato delle “ritualizzazioni sociali” che hanno essenzialmente la funzione di modulare, nascondere, isolare o distinguere il comportamento dell’uomo da quella connotazione di tipo primitivo, animale, istintuale e per questo estremamente carica di forti emozioni primarie non sempre accettabili (se non pericolose) all’interno di una civile organizzazione sociale umana.  Nel campo alimentare ciò è evidente nell’evoluzione delle modalità di preparazione, cottura e presentazione dei pasti finalizzata essenzialmente all’eliminazione di quelle caratteristiche potenzialmente ripugnanti insite nei cibi al loro stato naturale (si pensi alla carne), ma anche nell’evoluzione dell’atto di alimentarsi nel corso della storia dell’uomo (utilizzo delle posate, delle stoviglie, il comportamento da tenere a tavola secondo norme ben precise, ecc.)
La caratteristica organizzazione della personalità anoressica, nel rapporto col cibo e nell’atto di alimentarsi, in qualche modo esaspera (talvolta con risultati grotteschi) questa operazione di ritualizzazione e isolamento dell’emozione. Così facendo isola, nasconde,  sottrae alla coscienza e apparentemente controlla aspetti connessi a desideri di gratificazione di bisogni estremamente primitivi.
Il mangiare vorace e primitivo così ben rappresentato anche nell’atto di abbuffarsi di una paziente con Disturbo Alimentare non è cosa accettabile da vedersi giro, meglio tenerlo nascosto e lontano da occhi indiscreti un po’ come si fa per altri “atti osceni”. Ma tutti gli “atti osceni” sono spesso anche fortemente, e talvolta irresistibilmente, desiderati se non addirittura necessari (almeno in alcuni casi).
Questo è il “perturbante”, l’oggetto della polarizzata attenzione di queste pazienti: il desiderare smisuratamente e in modo irresistibile una gratificazione primitiva e arcaica e nello stesso tempo non poterla vivere serenamente perché in qualche modo inaccettabile (ad esempio per le temute conseguenze sull’immagine corporea) e percepita come oscena. Ecco allora che si adotta lo stratagemma della ritualizzazione esasperata: la liturgia del digiuno e l’alimentarsi ritualizzato nelle procedure di “food checking”, il rigore delle diete ferree, il de-sessualizzare il corpo trasformandolo in scheletro e mente amputandolo di passione, emozioni e desiderio sessuale. Spesso però lo stratagemma non funziona e periodicamente, perso il controllo,  l’impulsività più violenta e primitiva si libera negli episodi di abbuffate e vomito, magari di nascosto.
Su questi aspetti non è necessario differenziare il disturbo anoressico da quello bulimico; è infatti frequente nella storia di questi pazienti il passaggio da un forma all’altra.

Il regista Luis Buñuel ci ha fornito, in alcuni suoi film, ritratti suggestivi di queste modalità di gestire le pulsioni. Sia ne “Il Fascino Discreto della Borghesia” (1972) che ne “Il Fantasma della Libertà” (1974) il tema dell’”occultamento” degli aspetti più sordidi, primitivi e osceni e socialmente inaccettabili dell’essere umano viene agito da personaggi di una borghesia grottescamente ridicola e meschina che dietro ad  esasperate buone maniere intrise di gentile ipocrisia cela ogni sorta di “debolezza” e oscenità umana compreso il desiderio di selvaggia gratificazione orale. Ma è soprattutto ne “Il Fantasma della Libertà” che ci vengono fornite le immagini più suggestive: l’oscenità dell’atto di mangiare viene resa esplicita attraverso la rappresentazione di un mondo dove le persone consumano i pasti in solitudine, isolati in una “stanza da pranzo” (molto simile e analoga ad un bagno di una civile abitazione) mentre l’esasperazione della ritualizzazione rende “socialmente accettabile” e addirittura “gradevole” l’atto della defecazione attuato in composta compagnia attorno ad un tavolo discutendo amabilmente.

La Grande Abbuffata (1973)
La Grande Abbuffata (1973)
La “società borghese” – descritta in modo esasperato e caricaturale da Buñuel – (in senso lato elemento costitutivo della nostra società contemporanea) utilizza modalità analoghe nella gestione del “perturbante” a quelle impiegate dalle pazienti con disturbi alimentari. Forse non è un caso che un altro importante lavoro cinematografico uscito negli stessi anni dei due film citati, utilizza la prospettiva opposta per attaccare, nell’intento del regista, proprio quel tipo di società. Ne “La Grande Abbuffata” il regista Marco Ferreri mostra l’oscenità attraente e tragica del libero sfogo delle pulsioni più viscerali e primitive legate alla gratificazione alimentare e sessuale e lo fa in un certo senso utilizzando proprio un “sintomo” caratteristico dei disturbi alimentari: l’abbuffata; una sorta di contraltare drammatico e inquietante al controllato bon ton della società borghese ma anche il contraltare al rigido e ossessivo controllo alimentare nell’anoressica.
Quest’analogia fra la modalità individuale della paziente con disturbo alimentare di gestire le emozioni legate al cibo e alla gratificazione alimentare ma anche sessuale e “viscerale” (in sostanza non mediata da processi di intellettualizzazione) e quanto accade in parte nei costumi della nostra società, costituirebbe uno dei presupposti del forte legame reciproco fra “cultura” e Disturbi Alimentari.
In questi giorni viene diffuso dai media un nuovo spot sull’anoressia: è un breve filmato, gradevole e dai toni pacati che invita a “dare peso a chi vuoi bene”. Anche in quest’ultimo esempio l’utilizzo di un’iconografia edulcorata, delicata e addirittura inanimata rappresenta la sola modalità per descrivere il fenomeno anoressico. Ma se vogliamo anche questa è un’operazione di “occultamento” (“borghese”) del perturbante finalizzato a licenziare come accettabile ciò che talvolta accettabile non è. Le fantasie, le rappresentazioni immaginarie delle pazienti con disturbo alimentare sono molto più vicine all’iconografia di un B-movie splatter che a quella di un patinato spot creato per sensibilizzare (senza spaventarla troppo) la popolazione al problema. In questo senso la rappresentazione dell’anoressia fatta qualche anno fa attraverso immagini pubblicitarie che ritraevano ad opera di un noto fotografo italiano una ragazza gravemente malata (deceduta fra l’altro recentemente), se non fosse per l’irrispettosa mercificazione del problema legata a fini pubblicitari, risulta sicuramente più coerente con la caratura emozionale della questione anoressica.
Ma il gioco sulla comprensione del fenomeno sta proprio lì, fra l’osceno, il violento, il tragico e mortifero da una parte (spesso occultata e nascosta) e l’asettico, cerebrale, educato e bonariamente infantile dall’altra parte (quella visibile e presentabile).
Talvolta un “rivoluzionario” sovvertimento delle parti può far gridare allo scandalo e rendere tutto più complicato ma aiuta a non dimenticare e  a riflettere sulle nostre complessità… per vivere.

Note

1) Smink, F.R., van Hoeken, D., & Hoek, H.W. (2012). Epidemiology of eating disorders: incidence, prevalence and mortality rates. Current Psychiatry Reports, 14 (4), 406-14

2) R.M. Bell. (1985). La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, Laterza 1987

3) Pamela K.Keel (2003). Are eating disorders culture-bound syndromes? Implications for conceptualizing their etiology. Psychological Bulletin, Vol. 129, No. 5, 747–769
 

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