Curiosità

Il dono è relazione

Pasquale Pisseri
22 Novembre 2019
2 commenti
Il dono è relazione

Commento all’articolo apparso su “La Repubblica” il 21/11/2019

Lingiardi ci parla del dono come importante momento relazionale, che presuppone un passaggio: dall’Io al Tu.

Un buon dono implica una condivisione di un paesaggio emotivo: un regalo centrato significa “ti porto dentro di me”. Ma c’è l’insidia della proiezione: regalo all’altro davvero ciò che risponde al suo desiderio  oppure invece a quello che gli attribuisco o che voglio attribuirgli? Il dono, di fatto, non è completamente gratuito: ci aspettiamo sempre un ricambio, anche se non necessariamente materiale: può essere anche solo un grato riconoscimento . Non è escluso anche il regalo opportunistico, con secondi fini di captatio benevolentiae.

Il tema è grosso, e ci suggerisce ulteriori riflessioni sparse.

Il primo dono è il seno offerto dalla madre al figlio: da qui nasce forse il legame, forte anche se non esclusivo, del femminile con il concetto di dono: “forse madri qui tante non sono? Forse  il braccio onde ai figli fer dono …”.  Ciò ha radici arcaiche: in un mito boscimano il matrimonio ha avuto origine da ripetute offerte di cibo dalla donna all’uomo. Analogo il senso di un mito bantù: Dio concede il dono del fuoco solo a una donna (“angelo del focolare”?).

Il discorso del dono, secondo Freud, riappare nella fondamentale ambiguità della fase anale: lo sterco può essere un dono alla madre accudente, ma il desiderio di ritenerlo e trattenerlo sarebbe il prototipo dell’atteggiamento parsimonioso.

E’ possibile donare sé stessi, e ne abbiamo una testimonianza nella parola “Omaggio”, che  deriva da “omo”, poiché  il nuovo vassallo giurando fedeltà al signore si dichiarava suo uomo: si trattava quindi di un dono, dono di sé stesso. Successivo  il passaggio a indicare doni meno impegnativi e globali, doni di oggetti ma comunque offerti, quando si usa questo termine, con una replica del rispetto e riverenza dovuta al Signore( poi  sminuita dall’accezione  vagamente ironica che vi si è sovrapposta) .

Connesso al topos del dono e anzi dell’omaggio quello del sacrificio:  si dona alla divinità qualcosa di importante (in certe culture come, pare, nei fenici, addirittura il figlio). E’ un dono propiziatorio, che evidentemente aspetta qualcosa in cambio: lo avvicina – non paia un sacrilegio – a quei doni opportunistici di cui parla Lingiardi. E’ connesso al senso di colpa e a un bisogno di riparazione: magari accade qualcosa di analogo in certi doni fra umani (per esempio fra coniugi)? E può costituire un voler ricambiare i doni che immaginiamo Dio ci abbia dato , inclusa la vita (pur  se sarebbe  più appropriato anche per un credente definirla un prestito, dato che dobbiamo sempre restituirla).

Sfioriamo appena il grosso discorso dell’incontro sessuale felice, con dono reciproco di piacere e forse – parola grossa – di sé stessi. Se è vero, come giustamente afferma Lingiardi, che il dono parla di me, quel dono ricambiato che può realizzarsi  nel sesso  ne parla in modo particolarmente pregnante.

Il dono ha avuto e ha vicissitudini storiche: il capitalismo liberistico lo ha messo in ombra, ponendo l’accento sul necessario e utile prevalere dell’interesse personale che favorirebbe, con meccanismo  automatico, quello collettivo. Forte a questa posizione  la critica di Marx  in ”La concezione materialistica delle storia”: “appunto perché gli uomini cercano soltanto il loro particolare interesse …. anche la lotta pratica di questi interessi particolari che sempre si oppongono realmente agli interessi collettivi e illusoriamente collettivi rende necessario l’intervento pratico e l’imbrigliamento da parte dell’interesse generale illusorio sotto forma di Stato”.  Ma questa critica allo Stato borghese ( e non solo) si è attagliata fin troppo bene anche a quei regimi che si sono ispirati al marxismo: l’imbrigliamento si è indurito in una oppressione burocratica.

La solidarietà, parente stretta del dono, su larga scala può solo essere imposta? Riusciremo prima o poi a sviluppare meglio  la nostra capacità di donare?



2 risposte.

  1. Maurizio Lo Faro ha detto:

    Veramente tante le accezioni del dono trattate in questo articolo. Ne aggiungerei forse qualcuna. Il dono è relazione ma può diventarne difesa quando viene offerto al posto di emozioni, sentimenti, parole. Il dono chiede sempre un riconoscimento? Spesso nell’atto di donare è già implicito un auto riconoscimento: quello di provare piacere a farlo, a volte legato a un’istanza riparatoria ma non sempre. Non darei un’accezione sempre negativa al dono usato ai fini di ottenere una captato benevolente : forse talvolta non potrebbe essere un modo per dissotterrare l ‘ascia di guerra, per venire in pace? Come in tutte le cose è probabile vi sia un significato personale sempre diverso da individuo ad individuo

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Qualche giorno fa nel corso di una seduta di gruppo tematico la signora S. sceglie di condividere come tema “le promesse”.
    La discussione alla fine si conclude con “cosa prometto a me stesso/a”. La stessa esordisce con “prometto a me stessa di capire le cose”. Una “cosa” enorme anche soltanto a pensarla seppure nella sua semplicità apparente. Questa Promessa fatta a se medesima con tutto l’impegno che comporta la accolgo volentieri anch’io per quanto mi riguarda. In quanto il “capire le cose”, le persone, il mondo che ci circonda ci può aiutare in linea di principio ad aver meno paura. E più complesso è il mondo e più può fare paura e più richiede “l’impegno della comprensione. Quindi “capire le cose” è il dono che voglio fare a me stesso. Mi auguro quindi di incontrare sempre qualcuno o qualcosa che mi stimoli a voler “capire” di più e meglio.
    E visto che versiamo in tempi festaioli stavo pensando a un libro che torna buono da regalare eventualmente; “Il dono” (siamo giusto in tema) di Vladimir Nabokov. Una cosa difficile da digerire (da capire) questo “dono” e che non farei mai la carognata di regalare a qualcuno sotto natale tempo di leggerezza e gioia a tutto spiano come ci esorta la pubblicità di amazon e altri siti di e-commerce tutti addobbati a festa della solita retorica dei buoni sentimenti che fa tanto girare l’economia. A scanso di equivoci sottolineo che non ho nulla contro il natale. Le mie esperienze infantili del natale e della befana sono state positive e mai traumatiche. Ma si fa tanto per scrivere.
    Libro difficile dicevo per i suoi rimandi continui alla letteratura russa che presuppongono per poterlo “capire” appieno una conoscenza pregressa degli autori citati più o meno velatamente. Il ché comporta potenzialmente il rischio di farti sentire un puro idiota ignorante e allora chi si azzarda? E tuttavia nella prospettiva di “espiare una vita di ignoranza” io credo valga la pena. Perché non è tanto importante conoscere l’universo mondo della letteratura citata per apprezzare il libro. Il dono qui è che l’oggetto in questione stimola  a volerne sapere di più, favorisce per così dire una sana curiositas. Ti fa conoscere autori prima sconosciuti ti invoglia ad approfondire altri che già conosci magari. Diversi sono i piani di lettura, i punti di vista. Insomma ti fa venire voglia di ampliare le tue conoscenze le tue opportunità. È uno di quei testi che necessitano di un lettore attivo, di un apprendista motivato a prescindere (l’edizione dell’Adelphi comunque aiuta molto a orientarsi tra le pagine) E questo è un dono che pochi oggetti e persone posseggono. Farsi venire la voglia di imparare a tutte le età e nonostante i propri limiti non è facile.
    Che è poi il privilegio e la condanna di tutti gli “educatori” qualunque sia il ruolo che svolgono. Cosa daremmo per riuscire sempre a trovare i modi più idonei a motivare al “cambiamento” le persone che abbiamo in cura? Perché non sia soltanto “adesione formale al progetto”. Che può comunque rappresentare pur sempre un buon inizio, tutto sommato.

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