Ci sono vissuti interiori difficili da raccontare, perché sembrano privi di forma. Non è tristezza, non è rabbia, non è nemmeno un dolore definito. È piuttosto un’assenza. Una sensazione di mancanza che non si riesce…
Ci sono legami che non si spezzano con una lite, né con una parola definitiva. Semplicemente si affievoliscono. Un messaggio in meno, una risposta rimandata, un incontro che non si organizza più. Poi, senza accorgersene…
C’è un momento, spesso silenzioso, in cui ci si accorge che qualcosa dentro non è più in equilibrio. Non è necessariamente un dolore acuto, né una crisi evidente. È piuttosto una tensione costante, una fatica…
Non è sempre un momento preciso. Non c’è necessariamente una scena, una frase, un punto di rottura evidente. A volte succede lentamente: qualcosa cambia, si attenua, si sposta. Ci si accorge che ciò che prima…
Una conversazione telefonica con una collega e amica psichiatra s’indirizza, in modo che forse solo in apparenza è casuale, verso una serie di suicidi che ha riguardato individui per lo più di giovane età, concentrata…
Facendo seguito agli interventi di Andrea Narracci e Pasquale Pisseri che hanno commentato l’ordinanza del Tribunale di Firenze (29 dicembre 2025), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale – Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026, con…
L'eco dei fatti di cronaca che vedono un tredicenne colpire la propria insegnante tra le mura scolastiche lascia dietro di sé sconcerto e domande che faticano a trovare risposta. Davanti alla violenza che irrompe nel…
La strada sale lentamente, curva dopo curva, accompagnata dal rumore regolare del motore che riempie il silenzio dell’abitacolo. Il paesaggio cambia senza fretta: alberi un po' più fitti, case che lentamente si diradano, il cielo…
Leggendo l’articolo del Prof. Peciccia sull’ intelligenza artificiale, ho pesato di realizzare questa storia, di una pagina, basandomi sia sull’articolo che sul racconto “Ricordiamo per voi” di Philip K. Dick.
L’opera “oltre la tempesta” narra, tramite il medium del fumetto, dell’attività omonima organizzata tra le venticinque strutture dell’ l’intero raggruppamento, durante il periodo del lock down dovuto alla pandemia provocata dal virus Covid 19.
Breve storia basata su un paziente inserito presso la struttura "Villa Perla" (Residenza per Disabili, Ge). Vengono prese in analisi le strategie di comunicazione che l'ospite mette in atto nei confronti degli operatori.
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Ho letto l’’intervento del Prof. Corleone sul VdP “Mai più OPG” che trovo un tantino inquietante, ma che mi pare dia anche un esempio emblematico di come nascano le riforme in Italia o più volgarmente delle “riforme all’italiana”. Nella migliore delle ipotesi le REMS, allo stato attuale, costituiscono soltanto un primo significativo passo verso una più felice integrazione tra il rispetto per l’individuo e il riguardo per le esigenze di difesa della collettività. Nella peggiore siamo ancora alla fase iniziale, quella della mera chiusura degli OPG. Discutiamo ancora persino di quale debba essere la natura delle REMS e quali siano i soggetti da inviare in queste strutture. Come dire che il legislatore si è “dimenticato” di valutare qual è lo “scopo”, la mission di queste strutture che non mi pare cosa di poco conto dopotutto principalmente in una prospettiva che vuole essere soprattutto di “cura”. Se badiamo al linguaggio lo stesso articolo sembra a tratti un “manifesto di intenti”: “Bisogna chiarire…Andrebbe stabilito…Andrebbe sciolto…Occorre definire…E’ indifferibile…Altrettanto indispensabile…”. Insomma, non abbiamo proprio niente a parte una onorevolissima dichiarazione di principio? Sembra quasi che le REMS nascano in un pauroso vuoto concettuale e normativo. Capisco che una riforma non nasce mai perfetta, ma trattasi di un processo che va affinato e adeguato in itinere. Capisco anche che la priorità sacrosanta era porre fine a quelle case indegne e degli orrori che “erano/sono” gli OPG. Dal 1998 tempo in cui fu istituita la Commissione Grosso per la riforma del codice penale al 2012 anno in cui il legislatore dettava le disposizioni per il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari è trascorso qualche anno che poteva essere utilizzato più proficuamente, forse. Notiamo che la stessa legge del 17 febbraio 2012 prescriveva al 31 marzo 2012 la cessazione dell’attività degli opg. Più che una riforma, si potrebbe parlare di un comando, anzi nemmeno. Forse trattavasi di incitamento, un incoraggiamento paterno/materno, per così dire, a farla finita con certo scempio di umanità. E allora diciamo che attualmente si tratta soltanto di assicurare delle condizioni più umane agli “infermi di mente” autori di reato e “speriamo che me la cavo”, voglio dire speriamo che non si tratti alla fine di assicurare soltanto degli alloggi più confortevoli e una bella palestra ai “detenuti”, tutte cose bellissime, si capisce, ma che invece dovranno costituire il primo passo verso un più “fulgido futuro” di “riabilitazione e cura”.
Dell’articolo del Prof. Corleone sottolineo anche la questione della “pericolosità sociale” il cui istituto “andrebbe” assolutamente rivisto (come ulteriore passo per sanare la fatidica contraddizione in cui si arrabattano Sanità e giustizia dai tempi dell’avvento del TSO, almeno) perché rimane nonostante i progressi conseguiti “concetto ancora vago e incerto”. Non dico che il giudizio prognostico non vada riservato al giudice (sebbene in un mondo perfetto lo rimetterei esclusivamente al perito in quanto si presuppone che sia l’unico a capirci qualcosa della psicologia del paziente-reo, ma questa è un’altra storia) ma almeno che non si escluda una maggiore integrazione se non proprio l’attribuzione di un ruolo maggiore al perito. Qui il punto è anche che verosimilmente essendo la “pericolosità sociale” questione prettamente sistemica non può essere nemmeno lasciata per la sua complessità alla sola figura dello psichiatra che da solo, secondo me, non può dare al giudice indicazioni con un sufficiente margine di certezza (da qui anche probabilmente la difficoltà più che l’ “incompetenza” lamentata in certi casi dal Prof. Giusto). Più apprezzabile sarebbe il “metodo combinato”, che cerca di tener conto dei dati personali dell’analisi clinica unitamente a quelli sociologici e statistici. Il limite di tale metodo è rappresentato dai costi, considerato il fatto che il giudice dovrebbe avvalersi di un collegio peritale composto da psichiatri, psicologi, sociologi antropologi eventualmente ecc.. Insomma, per fare le riforme serie ci vogliono i soldi, temo! :sigh: