Attualità

I figli Dimenticati

Giovanni Giusto
15 Marzo 2013
1 commento
I figli Dimenticati

Considerazioni a margine di fatto di cronaca

Suscita incredulità e scalpore leggere del bambino di due anni “dimenticato” in auto e morto soffocato mentre il padre,dirigente di azienda, era al lavoro.

I giornali ne hanno data ampia notizia e non ci è dato di sapere i particolari della vicenda se non le informazioni che più “colpiscono”.

In una intervista alla Stampa il collega Villari  descrive molto bene in linea generale su quali potrebbero essere le cause organiche o meno dell’evento che difficilmente una persona comune riesce a figurarsi.

Chi sarà incaricato della eventuale perizia, potrà entrare meglio nel dettaglio dell’accaduto ed indagare in modo approfondito sulle cause di una tragedia familiare così raccapricciante.

Io voglio soltanto ricordare che comunemente si dice che i figli sono “una parte di noi”. Quindi la domanda che mi farei, usando la forza del senso comune, è di quale parte stiamo parlando ed ancora quando questa parte diventa un problema; ne consegue che prima della coscienza della presenza dell’altro (in questo caso c’è stata una evidente mancanza di coscienza nel dimenticare) deve esserci la consapevolezza di sé stessi ovvero dei propri affetti e delle loro contraddizioni.

Non sempre questo è possibile e neppure scontato, quindi se ci poniamo il problema, da clinici, della prevenzione dobbiamo fare molta attenzione a quei segnali molto lievi di disagio mentale che si manifestano con alterazioni del tono dell’umore, con stanchezza cronica, con alterazioni del ritmo sonno veglia  ecc.

Ovviamente non tutte le persone ”normali” possono essere, senza una richiesta, sottoposti ad una indagine specialistica e quindi il problema ritorna alla funzione di sostegno e solidarietà che i rapporti amicali e di coppia, familiari in senso lato, possono avere nel segnalare la difficoltà di una persona,

Non essere né sentirsi soli in altre parole……………………………………



Una risposta.

  1. Maurizio Lo Faro ha detto:

    Si può, probabilmente, considerare l’atto della generazione come qualcosa in sé conchiuso, nel senso di azione che produce il preludio di una storia – la storia umana, ad esempio – la quale tanti paragrafi può apportare e aggiungere al primo negli anni a venire e che si inserisce laddove un essere è stato pensato e fatto venire al mondo.
    Forse il punto cruciale sta proprio in questo fase: affinché la storia continui c’è bisogno di quella sorta di “cucitura” di tutti quegli aspetti di accudimento, di soddisfazione dei bisogni primordiali, di tenerezza e di accoglimento di modo che l’essere generato possa crescere e svilupparsi in un ambiente abbastanza sereno tramite l’affetto di figure in grado di poterlo pensare.
    Questo secondo passaggio che al primo dovrebbe, per così dire, cucirsi e di questo essere la continuazione è molto più difficile e straordinariamente lungo del primo.
    Mentre per l’atto della generazione è sufficiente almeno un rapporto sessuale, una gestazione di nove mesi e un parto, per lo sviluppo di un individuo sono necessari molti anni faticosi, spesso felici ma anche, talvolta, parecchio dolorosi.
    Quindi, non è detto che generare comporti la maturità necessaria per farlo: i motivi di questa scissione possono essere molti: alcuni, purtroppo riferiti esclusivamente all’Io del genitore.
    Ad esempio dimostrare a se stessi di essere sufficientemente uomini o donne – un tempo, ricordiamolo chi aveva molti figli era rispettato in conseguenza di tale fatto – cioè di avere una identità di genere dai contorni definiti o, ancora il sentirsi nella norma come la società sembra ogni attimo richiedere tramite un’apparenza che spesso maschera un disagio non espresso.
    Anche tentare di riempire un senso penoso di vuoto interiore, individuale o di coppia, può far si che un bambino venga messo al mondo; e, inoltre, l’illusione e il tentativo timoroso, di superare i propri problemi che risalgono all’infanzia, identificandosi con il nuovo nato.
    E’ molto difficile, per ultimo, capire quali siano i veri desideri di un essere umano che decide di mettere al mondo un nuovo individuo: in altre parole è qualcosa determinato dalla donna e dall’uomo in questione o è frutto di un bisogno, un retaggio parentale inconscio in conseguenza del quale generare è soddisfare la necessità di figure genitoriali vere o immaginarie?
    Con ciò non si vuole affermare che in piccola parte queste istanze non possano esserci, ma soltanto che non debbano essere le uniche motivazioni presenti al concepimento di un bambino.
    Nel caso in questione sembra sia mancato il farsi carico, soprattutto emotivamente, di questo bambino dimenticato dentro un’autovettura fino al sopraggiungere della morte.
    Perché un genitore arrivi a dimenticarsi di un figlio così piccolo può significare che nella mente del primo non vi era spazio per contenerne l’immagine affettiva e quindi per confrontarsi con una figura così bisognosa e dipendente come può essere un bambino di quell’età.
    Forse nemmeno l’immagine autentica di sé poteva essere davvero interiorizzata da quell’uomo, ma solo una maschera che scotomizzava ogni vissuto emotivo percepito come pericoloso.
    Lasciare il bimbo dentro l’auto poteva significare quindi, dimenticare anche se stessi, quella parte probabilmente inascoltata che chiedeva aiuto senza esserei in grado di farsi ascoltare.

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