Attualità

I figli della generazione Y: tra metodo coercitivo e crisi economica

Federica Olivieri
11 Maggio 2015
1 commento

di Claudia Bisso

Chiara Maffioletti del “Corriere della Sera” ci informa di una svolta epocale: a quanto pare i nuovi genitori (quelli appartenenti alla generazione Y: nati tra gli anni Ottanta e gli anni 2000) sarebbero più severi dei loro predecessori.

Pare, infatti, che il 41% degli intervistati, in 19 paesi diversi, abbia una maggiore fiducia nel metodo educativo coercitivo.
Tale informazione appare solo parzialmente in linea con quanto osservo direttamente durante la mia esperienza clinica.

Spesso, quando un bambino presenta manifestazioni sintomatologiche internalizzanti o esternalizzanti, è necessario proporre ai familiari un percorso psicoeducazionale, al fine di fornire loro gli strumenti per affrontare i disturbi del figlio.

In molti casi, tuttavia, i genitori mostrano non poche difficoltà a mettersi in discussione e considerano il bambino come il paziente designato e, quindi, l’unico portatore di psicopatologie.

In ragione di ciò, molto frequentemente il primo passo che suggerisco alle famiglie in difficoltà è una riflessione sul proprio stile educativo e sulle proprie modalità di relazionarsi con il figlio. Nella maggior parte dei casi, i genitori si riconoscono in uno stile permissivo, che tende a soddisfare i bisogni del bambino, a volte, però, senza fornire neanche il necessario contenimento emotivo. Solo dopo numerose sedute i genitori riconoscono la disfunzionalità di tale stile e molto spesso la domanda che mi pongono è: “Come faccio a pormi in maniera più autorevole con mio figlio?”.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale risponde a tale esigenza proponendo un Training di assertività. Tale tecnica, proposta da Wolpe a metà del secolo scorso, prevede una riflessione circa il comportamento assertivo, in contrapposizione con quello passivo e aggressivo e un’analisi del comportamento verbale e non verbale dello stile assertivo.

Alcuni recenti studi dimostrano l’efficacia del training nella gestione della rabbia patologica, dell’ansia, ma anche e soprattutto ne comprovano il valore per ciò che concerne la possibilità di muoversi in maniera più autorevole nelle relazioni interpersonali.

Oltre ad una particolare attenzione agli aspetti comportamentali, è necessario far emergere aspetti più profondi della relazione. Fornari ritiene che l’intera esistenza umana possa essere incasellata in cinque codici, il cui equilibrio e disequilibrio può portare al benessere o al malessere dell’individuo: tra questi troviamo il codice materno (che rispecchia le caratteristiche della madre e cioè accoglienza, contenimento e nutrimento affettivo) e quello paterno (che è espressione delle caratteristiche del padre e cioè spinta all’autonomia e al rispetto delle regole e delle norme).

Per un sano vivere è essenziale che tali codici siano in armonia, cioè abbiano ognuno un giusto livello di saturazione. È importante, pertanto, che la famiglia riesca a fornire al bambino il necessario contenimento delle sue angosce, attraverso la proposta di significati più tollerabili, ma anche un equilibrato contenimento normativo. La ricerca di tale equilibrio spesso non è semplice: storicamente siamo passati da una spiccata tendenza verso il codice paterno, quindi verso l’autoritarismo patriarcale, ad un eccesso di permissivismo, in cui al bambino tutto è consentito, in quanto portatore di speciali qualità a cui la società di deve necessariamente adeguare. Pietropolli Charmet nel 2008 aveva descritto una generazione di adolescenti molto diversa dalle precedenti: i teenagers dei primi anni 2000 erano caratterizzati da una “fragilità narcisistica e sostenuto da una spavalderia irriverente e da un’indifferenza corrosiva”, tali peculiarità derivavano dall’abbandono di un modello educativo orientato alla colpa e al castigo, a favore di uno stile maggiormente permissivo, volto alla negoziazione delle regole.

Gli adolescenti descritti da Pietropolli Charmet, sono i genitori di oggi; a quanto pare, quindi, la generazione che più ha giovato di uno stile educativo permeato sull’uguaglianza tra i ruoli, si è nettamente distaccata dai propri genitori, operando una vera e propria disidentificazione con essi. Naturalmente andrebbero indagate le motivazioni che hanno scatenato questa presa di distanza dal modello proposto, mi permetto, dunque, di avanzare un’ipotesi, sulla base di quanto osservo quotidianamente.

Il modello permissivo proposto fino a qualche tempo fa ha creato una generazione di individui particolarmente fragili. Il narcisismo, infatti, tende a proteggere l’individuo da una realtà spesso angosciante, finché inevitabilmente la realtà non irrompe con prepotenza nella quotidianità. La generazione Y (a cui io appartengo) è stata illusa per anni. I media, le istituzioni e la famiglia hanno proposto visioni irrealistiche di un futuro roseo e ricco di opportunità. Per la nostra generazione l’impatto con la realtà è stato durissimo. La disillusione ha generato un doloroso sconforto, sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto dagli anni del boom economico ad oggi; la crisi economica e politica ha definitivamente sancito il risveglio da un sogno narcisistico, in cui ci si è illusi di essere individui portatori di valori che la società sicuramente riconoscerà e valorizzerà. Presumibilmente, la scelta dei figli degli anni Ottanta deriva da una riflessione sulla realtà e i sogni, nel tentativo di consentire ai nuovi nati di crescere al riparo dalle illusioni che tanto ci hanno deluso. Tuttavia, ritengo che questa convinzione circa l’assunzione di uno stile più autoritario non sia, nella maggior parte dei casi, accompagnato dai fatti, che i genitori non riescano sempre a tradurre l’idea in azione.

Compito, quindi, degli operatori nel sociale è quello di permettere a questi genitori confusi di ricercare il proprio stile e di fornire loro gli strumenti per trovare, nella coppia genitoriale, l’equilibrio perduto.


Una risposta.

  1. Gianni Guasto ha detto:

    Una riflessione molto stimolante, che i permetterei di integrare con il suggerimento a risalire sempre all’origine primigenia delle cose: un bambino, come è giustamente osservato dall’Autrice non può in alcun modo essere disgiunto dalla propria matrice biologica e relazionale. Il fatto che lo si consideri “paziente designato”, risponde, prima ancora che a un artificio sistemico, a un antico pregiudizio scientifico di marca positivista tardo-ottocentesca, che come tale investe non soltanto il comportamento genitoriale ma anche quello di molti approcci scientifici di marca uni personalisti, siano essi neo-organi cistici, “ateoretici” (fondati cioè sull’uso combinato ed esclusivo di psicofarmaci e catalogazione DSM), e persino di marca vetero-psicoanalitica maggiormente attenta al funzionamento pulsioni le che alle relazioni. Ciò che intenderei suggerire è, in buona sostanza l’incoraggiamento a guardare alle condizioni di ogni paziente a partire dal pre-natale, vale a dire dalla relazione di coppia e a quelle con i rispettivi nuclei di origine e alle successive vicissitudini di gravidanza, parto, svezzamento, progressiva autonomizzazione, esercitando una significativa attenzione alla qualità dell’accoglimento del nuovo nato in famiglia e del desiderio di genitorialità che sta alla base di ogni successivo sviluppo.

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