Attualità

Giornata sulla violenza di genere

Andrea Narracci
27 Novembre 2017
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Giornata sulla violenza di genere

24 Novembre 
È molto difficile e doloroso, a un tempo, intervenire in una giornata come questa.
Da un lato, come uomo, mi sento parte in causa, dall’altro provo ribrezzo al pensiero di quello che sta accadendo in questi ultimi anni in Italia.

Però, è anche vero che sono abituato ad avere a che fare con  situazioni altrettanto apparentemente irrisolvibili, come quelle che si verificano tra esseri umani che, nonostante tutto, anche se rendono l’un l’altro la vita impossibile, seguitano, a modo loro, a volersi bene.
Mi riferisco alla mia esperienza professionale ed umana, legata al confronto sistematico con situazioni legate alla convivenza all’interno di un nucleo familiare in cui si è sviluppata la malattia mentale.
Inquadrata dal punto di vista di Jorge Garcia Badaracco, la situazione che si viene a determinare, in questo caso tipicamente tra un genitore e un figlio che presenta disturbi psichici gravi, presenta delle caratteristiche non così dissimili da quella che si verifica tra un uomo e una donna in cui uno dei due, generalmente la donna, volendo lasciare il suo partner, incontra l’opposizione risoluta dell’uomo, che non esita a minacciarla, a picchiarla e addirittura ad ucciderla pur di non perderla oppure che, resasi conto di essere stata oggetto di ripetute dimostrazioni di forza , già sfociate in violenza, non riesce a muoversi, a prendere l’iniziativa di denunciare il partner, ma rimane ferma, quasi rassegnata a che un destino ineluttabile si compia.
Entrambe queste situazioni sono caratterizzate dalla presenza di legami a cui, almeno a prima vista, sembra che almeno uno dei due partner senta di non poter rinunciare ma, in realtà, a cui nessuno dei due partner sembra che sia in grado di poter rinunciare.
Che cosa spinge una donna a tornare a fidarsi di chi le ha già dato prova di volerla trasformare da una persona separata da sé, con una sua intelligenza e un suo modo di vedere le cose, in una parte di sé, asservita ai propri desideri, fino al punto di dover essere pronta a recepire su di sé lo scarico delle frustrazioni subite dall’uomo?
Perché un uomo entra in un ordine di idee che lo porta a considerare i tentativi della donna di seguitare o di iniziare a far funzionare la propria testa in modo indipendente da quella del proprio partner, cioè dalla propria, come un’offesa al proprio amor proprio praticamente intollerabile?
Sia chiaro, non sto cercando di costruire un alibi per chi inizia ad usare violenza psicologica e arriva a fare uso di violenza fisica.
Qualsiasi atto, verbale o non verbale, in cui si cerca di esercitare una pressione intimidatoria sull’altro non è giustificabile. Tantomeno se si arriva ad usare violenza fisica.
Però io vorrei provare a comprendere come è che si verificano i femminicidi? Che cosa è che si mette in moto e che porta qualcuna a non capire fino in fondo quello che sta accadendo e, soprattutto, che sta per succedere e qualcun altro a comportarsi da criminale, esercitando violenza sulla persona con cui ha diviso amore, passione, preoccupazione, sofferenza etc. etc.?
Non credo che possiamo soltanto seguitare a fermarci ad esecrare l’insensatezza dei comportamenti violenti, la stragrande maggioranza dei quali avviene nei confronti delle donne da parte degli uomini, ma vorrei provare a fare delle ipotesi, se non esplicative, che, almeno introducano l’idea di una percorribilità della strada della comprensione a proposito di quello che succede.
Gli esseri umani tendono a costruire una propria identità prendendo parti dell’uno e dell’altro per essi significativi che lo circondano, da quando nascono e anche da prima, rielaborandole fino a metterle insieme in una forma originale.
Ci sono, però, persone che non riescono a compiere questa operazione e tendono a formare una identità fittizia, più corrispondente alle aspettative della persona a cui tengono di più e da cui non riescono nemmeno a pensare di potersi separare.
Quella stessa persona, a sua volta, non riesce a separarsi dal figlio, non perché non gli voglia bene, ma perché, senza che se ne sia resa conto, si è ritrovata ad essere meno capace di altri a tollerare la separazione da quel figlio.
Questo fatto si è verificato per aver vissuto lutti e traumi non elaborabili che, per far sopravvivere la propria mente, ha scisso e reso dissociati e, perciò, non recuperabili, che la hanno resa vulnerabile a tollerare la separazione dal figlio che, a questo punto, è divenuto la persona sulla quale riversare aspettative grandiose e salvifiche e da cui, a quel punto, diviene apparentemente impossibile separarsi.
Cioè li ha messi in una parte della propria mente a cui abitualmente non può accedere e a cui, viceversa, è possibile accedere partecipando a delle “conversazioni terapeutiche di gruppo”, oppure tramite la possibilità di sottoporsi ad una psicoterapia psicoanalitica.
 Il futuro paziente per molti anni sta bene, apparentemente. Finché gli capita di sentire stati d’animo, modi di sentire, delle impressioni completamente nuove che gli fanno capire che, oltre alla vita per come l’aveva vissuta fino a quel momento, ce ne sarebbe un’altra da provare a vivere. E, a quel punto, si dissocia ed inizia a stare male.
La schizofrenia comincia così. La crisi psicotica è una situazione in cui si verifica malattia e salute: malattia perché la persona sta male, si sente divisa in due o più parti, non capisce che cosa gli sta succedendo e, soprattutto, perché; sanità perché è anche un tentativo estremo di iniziare a vivere una vita con una qualità diversa, più corrispondente alle proprie prerogative della precedente.
Ma come e perché si era costituita una situazione in cui uno dei due abitava l’altro?
Come è possibile che una persona, apparentemente normale, non riesca a separarsi dal proprio figlio ma seguiti a considerarlo parte di sé fino a costringere l’altro a fare un improbabile tentativo di liberarsi dalla situazione nella quale si trova e in cui, improvvisamente, percepisce che sta vivendo una “vita non sua”?
In poche parole, quello che voglio dire è che ci sono delle contingenze umane in cui, nonostante le persone si amino, si possono arrivare a configurare delle situazioni di prevaricazione reciproca, perché poi il figlio, una volta “divenuto matto”, restituirà con gli interessi il trattamento subìto al genitore, “finendo per abitarlo” a sua volta.
Ma se questo si verifica tra un genitore e un figlio, perché non potrebbe verificarsi tra un uomo e una donna?
Non potremmo immaginare che la stessa situazione di “occupazione dell’altro/a” si sia verificata anche tra un uomo e una donna che hanno iniziato il loro rapporto amandosi e che hanno finito per condividere un legame caratterizzato più dall’idea di possedere l’altro che di considerarlo come un individuo a sé stante, di cui rispettare le opinioni se diverse dalle proprie?
Quando il legame riguarda un genitore e un figlio prende il nome di “interdipendenza patologica e patogena”.
Possiamo ipotizzare che quando un legame di coppia, caratterizzato inizialmente da sentimenti di affetto reciproco, si trasforma in qualcosa che concerne sostanzialmente la perdita della percezione dell’altro come diverso da sé e l’acquisizione della percezione dell’altro come “parte di sé”, su cui si può esercitare diritto di vita e di morte, ci troviamo di fronte allo sviluppo di un legame di “interdipendenza patologica e patogena di coppia”.
Se tutto ciò fosse vero, si spiegherebbe meglio perché le situazioni di interdipendenza patologica e patogena tra un genitore e un figlio si verificano non soltanto tra una madre e un figlio, ma anche tra un padre e un figlio e non soltanto nelle fasi iniziali della vita del figlio ma anche in quelle successive.
Come per dire che la possibilità che vengano sistematicamente superati i “confini dell’io”, da parte di qualcuno nei confronti di qualcun altro e che, conseguentemente, venga69 alterato il “senso del sé” della persona di cui vengono abitualmente infranti i ”confini del sé” può avvenire sempre nel corso della vita, non soltanto tra persone che partono da due condizioni di partenza diverse, in quanto appartenenti a due generazioni differenti, ma anche tra due adulti che, seppure da condizioni oggettive differenti, dovrebbero partire da posizioni paritarie.
Un’ultima considerazione riguarda, conseguentemente, la necessità di indagare il profilo degli autori dei femminicidi e delle loro vittime, accomunate, diciamo così, da una tendenza a non accettare di potersi separare dall’altro e/o di rinunciare all’idea di cambiarlo.
Così come dietro un comportamento che conduce ad altre non separazioni, quelle dei genitori dai figli e viceversa, anche in questo caso potrebbe essere ipotizzabile, per i due partner che rimangono incastrati in una situazione da cui non riescono ad uscire, la provenienza da una famiglia nella quale fosse risultato difficile acquisire questa capacità, tanto da spingere i futuri partner a “fiutare” le particolari caratteristiche dell’altro e a sceglierlo inconsapevolmente, proprio per quelle caratteristiche che, in seguito, contribuiranno ad imprigionarli.
Mi verrebbe da pensare che questa è una condizione alla quale si può giungere in quanto umani.
D’altronde non sarebbero le uniche situazioni odiose. Ce ne sono molte altre: perché dei poliziotti, improvvisamente, si trasformano da garanti dei diritti e dell’incolumità dei cittadini in esecutori di omicidi, apparentemente inspiegabili, ai danni di giovani problematici o sbandati che in quel momento non hanno nessuna capacità di difendersi e che, anzi, se ci provano sembrano ottenere lo scatenamento di una ferocia ancora superiore?
O perché delle maestre di asilo si trasformano da operatrici generalmente encomiabili in aguzzine che ci ricordano le figure dei “kapò”, tristemente famosi.
O il mondo della prostituzione, che tutti i giorni ci capita di incontrare? Non è anch’esso la triste dimostrazione di una tendenza a prevaricare l’altra fino a renderla merce da vendere sui cigli delle strade?
O il mondo delle “mafie”, in cui ci sono persone che perdono i connotati umani e si trasformano in entità che hanno potere di vita e di morte nei confronti della maggior parte delle persone che li circondano?
Recentemente, alla televisione hanno dato un film argentino che raccontava delle imprese di un distinto signore, che viveva in una casa normale con una moglie e alcuni figli e che, una volta terminato il periodo della dittatura militare, con la quale era stato coinvolto, aveva deciso di seguitare a fare quello che era stato normale durante la dittatura. Rapiva e uccideva, dopo averli tenuti segregati in garage, personaggi facoltosi che, mentre erano in catene, e si lamentavano, venivano ascoltati dalla moglie e dai suoi figli, che, però, seguitavano a fare la loro vita come se niente fosse.
Non erano criminali ad agire, ma persone normali, con una vita qualsiasi. Al peggio non c’è mai fine.
L’elenco sarebbe ancora molto lungo. Mi fermo qui.



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