Attualità

Flussi e riflussi della genitorialità: genitori sull’orlo di una sempre incombente crisi di nervi.

Felice Alessandro Spata
10 Maggio 2015
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Commento all’articolo:

“I genitori diventano cattivi. La svolta della severità”

Corriere della Sera, 9 maggio 2015

Non voglio incaponirmi sui risultati del sondaggio riportato dall’articolo; sui sondaggi in generale e sulla loro bontà statistica soprattutto quando si tratta di questioni complesse, nutro sempre una buona dose di scetticismo; né voglio soffermarmi sulla questione severità o indulgenza genitoriale. Invece, approfitto dell’articolo per produrre qualche riflessione più generale sul rapporto tra genitori e figli.

Innanzitutto, il linguaggio, anzi “l’educazione” al linguaggio, è fondamentale: le parole che un genitore usa nel rapporto con il bambino sono importanti e non senza conseguenze in molti casi. Perché il linguaggio e le sue parole non sono separati dall’educazione totale della personalità e in se stessi non sono riducibili ad una semplice esercitazione nelle tecniche espressivo-verbali. Nemmeno gli automatismi linguistici acquisiti dal bambino nel corso dello sviluppo dovrebbero considerarsi come eticamente neutri, secondo me, perché sono veicolati attraverso atteggiamenti, modi di fare, prosodia che celano intenzioni, scopi e progetti dei genitori.

Una volta nell’ambito di una “consulenza” familiare chiesi a un padre che lamentava un figlio dodicenne perennemente indisciplinato e poco rispettoso delle figure materna e paterna in particolare che cosa intendesse con il termine “educazione”. Questi rispose molto candidamente: – …Lui non sa niente della vita… Io ho l’esperienza… posso guidarlo… Invece non riconosce niente… Non ha alcun rispetto… Nessuno nasce imparato… Gli puzza ancora la bocca di latte e pretende di dire… e di fare… Ma dove siamo?… (anche in e con questi termini capitava che si rivolgesse al figlio) –
-…Ha mai avuto l’impressione di aver sbagliato in qualche circostanza…? –
-…(pausa)…Forse qualche volta ho esagerato… ma se dai l’impressione di essere stato scorretto… voglio dire che se torni indietro… nella decisione… perdi di autorità… e allora non lo tieni più… -. “Meglio l’ingiustizia occasionale che il disordine”, sembra voler dire questo padre affranto, ma anche discretamente confuso, direi.

L’impressione che ebbe l’équipe dietro lo specchio all’inizio fu subito quella di una rigida dicotomia: da un lato il genitore che sa tutto teoricamente e praticamente e dall’altro il figlio che ancora non sa un bel nulla. Quindi, ci troviamo in teoria dinnanzi ad un padre che agisce direttamente per ottenere che anche il figlio passi dal non sapere al sapere e dall’ignoranza alla “scienza”, per così dire. L’educazione in questo caso sembra essere un abito preconfezionato e l’azione educativa del genitore già in possesso di questo abito è tesa a realizzarlo per il figlio il quale ne è ancora privo. Poco importa se l’abito non è alla moda o comunque non è gradito al minore o se non gli calza bene o se non favorisce dei movimenti corretti. Tutti orpelli inutili, evidentemente.

Ma a ben guardare qui non c’è dicotomia, ma nemmeno dualità più semplicemente: genitore e figlio coincidono come le cellule di un unico organismo oppure il genitore si riconosce identico al figlio (non riconosce alcuna autonomia a quest’ultimo) e viceversa (almeno nei propositi del genitore perché il figlio in realtà sembra essere di tutt’altro avviso). Sembra riproporsi in questo piccolo scorcio di rapporto conflittuale padre-figlio la diatriba tra materialismo versus idealismo. Un sano realismo consiglierebbe di guardare alla molteplicità dei soggetti e alla dualità di genitore e figlio, ma si capisce che non è così scontato. Sembra risuonare qui un concetto di famiglia come sostanza etica del figlio così come lo Stato era a suo tempo la sostanza etica dell’uomo. Nel secondo caso sappiamo tutti cosa sia diventata l’educazione nell’attuazione di simile concetto. In una simile concezione educativa paterna se la sostanza etica del figlio è la famiglia è chiaro che per il figlio o per altra istituzione come la scuola ad esempio diventa difficile in linea di principio limitare l’azione della famiglia (sul rapporto tra scuola e famiglia sul tema educazione potremmo aprire un capitolo intero). Come affermato prima non c’è dicotomia ma nemmeno pluralità: il genitore è per definizione oggetto e soggetto dell’educazione: è “soggetto” perché si ritiene “educatore” anzi unico educatore e gli altri educatori (gli insegnanti ad esempio) dovrebbero agire solo per sua procura, eventualmente. Ma è anche “oggetto” perché in lui si concentra tutto lo scibile che al figlio deve importare e volere finanche (il culto del capo comincia ad essere instillato?). Insomma, che il padre sia un materialista o un idealista il succo è che il figlio viene ingozzato di un’educazione assolutistica che gli impone ad ogni istante l’oggetto unico e principale dell’educazione vera e propria: le direttive paterne o familiari più in generale e senza possibilità di discussione e senza un minimo di giustificazione. Ho voglia di scusarmi per questo ricorso alla filosofia che utilizzo per approfondire certa psicologia umana che tanta fatica ha fatto per emanciparsi dalla filosofia. Tuttavia, bisogna ammettere che di qualcosa alla “filosofia” siamo ancora debitori soprattutto se stimola alla riflessione e alla comprensione. In effetti, la filosofia non è solo sproloquio intorno ai massimi sistemi, ma a ben guardare espressione spesso della più cruda realtà. Questo genitore alla fin fine si comporta come un filosofo intuitivo piuttosto dispotico oltretutto e non possiamo nasconderci di quali sfracelli certi “filosofi al potere” sono stati con-causa, magari involontaria anche.

Propongo allora al bambino di “liberarsi della famiglia”! Espressione questa che si presta a non pochi equivoci, ma mi auguro di poter spiegare ciò che intendo dire di seguito.
Un bambino libero dai genitori non è un bambino indipendente o indifferente. Ovviamente, è necessario che il bambino ascolti le parole, i desideri dei genitori. I genitori hanno pur sempre dei diritti, ma questo può ingenerare qualche ambiguità. L’affermazione dei diritti inviolabili dei genitori non equivale a diminuire l’autonomia del bambino bensì che essa sia affrancata da certe imposizioni familiari e dalle motivazioni “antisociali o extra sociali” della famiglia.

I genitori non sono padroni e signori dei loro figli con libertà di decisione, tuttavia nessun’altra istituzione (tranne nei casi in cui ci sia una palese violazione dei diritti del bambino) può costringerli a stravolgere il loro diritto-dovere o opporsi all’esercizio dei loro diritti. Fatta eccezione ancora una volta per i casi in cui la famiglia si trasforma in una “forza irrazionale che si costituisce a potere”.
Il bambino non appartiene ai genitori cioè a coloro che lo hanno generato. Non esiste in linea di principio un diritto di sangue. I figli “sono” di chi li cresce, di chi li accudisce, di chi li ama, eventualmente. È vero che alla famiglia spetta il diritto all’educazione dei propri figli ma sussiste anche un dovere: i genitori hanno il diritto di educare i propri figli, ma non sono liberi di fare con i loro figli ciò che vogliono bensì sono obbligati a fare dei loro figli “ciò che devono”. Mi spiego: il diritto all’educazione dei propri figli si fonda sull’obbligo legale e morale che hanno i genitori, di operare in modo che i loro figli facciano “ciò che devono”.

E cos’è che “deve” fare un figlio? Intanto, il ruolo del genitore è quello di accogliere, rispettare e favorire lo sviluppo delle potenzialità presenti nel bambino: la famiglia non deve trasformare i bambini in specchi della figura del genitore.
Dunque, tutto lo sforzo della famiglia si concentra nell’impegno a far sì che i bambini conseguano la loro totalità, la loro essenza. Il bambino nel corso dello sviluppo “deve”, è “chiamato”, per così dire, a rispettare il proprio disegno esistenziale: egli è “potenziale” ancora non attualizzato, che dunque manca di qualcosa. Egli è “un’essenza entelechica”, cioè una realtà che si evolverà in vista del fine che ha iscritto in se stesso, prestabilito, potremmo dire, e in un certo senso impossibile da non perseguire. Il bambino per dirla con Lacan va aiutato a trovare il proprio desiderio non ad essere espressione del desiderio dell’Altro.

Vedo il genitore come un arbitro: la sua presenza deve essere ferma, risoluta, coraggiosa, resistente, ma al contempo discreta e non deve intralciare il gioco; deve fare in modo che il gioco si svolga senza eccessivi traumi, che dai traumi il figlio possa riprendersi con relativa facilità, e che le regole siano rispettate; deve dirigere il gioco in modo tale e con tale riguardo e giudizio che i suoi provvedimenti divengano quasi accessori e se proprio si deve pronunciare che sia soltanto per questioni che davvero meritino.

Non so se è chiaro, ma non sto sconfessando il ruolo della “famiglia”, semmai lo sto perorando.
Concordo che la famiglia è un’istituzione storicamente necessaria, ma non sufficiente. Io penso che la famiglia per realizzare il suo compito dev’essere libera da condizionamenti esterni; ma libera anche dalle necessità cui è vincolata dalla sua indispensabile creazione e dalla sua stessa natura storica. Non mi soffermo più di tanto sulla natura funzionale della famiglia come istituzione sorta per esigenze intenzionali.

So però che la responsabilità della famiglia è bella e terribile. So che eventuali squilibri nella struttura familiare alterano a volte seriamente il ciclo di sviluppo del minore, ma non enfatizzerei nemmeno il ruolo della famiglia nel deformare ineluttabilmente la natura del bambino: la famiglia come causa di turbamento permanente degli atteggiamenti personali e sociali del minore. La famiglia non è un destino. Ci si può liberare (ci si deve liberare) della “famiglia”.
Allora, poiché la famiglia si presenta come un’istituzione necessaria e obbligatoria quasi (almeno per il momento) diviene indispensabile e urgente riproporre a se stessi e agli “Altri” il problema di una famiglia che deve integrarsi con la situazione sociale, politica, morale, culturale dell’hic et nunc.

Che lo si voglia o no i genitori nel bene e nel male possono essere spesso determinanti per la vita dei figli e quindi della società in cui andranno ad operare. I genitori sentono questa responsabilità ma ormai in preda ad una crisi di nervi oscillano pericolosamente tra un laissez-faire che sconfina nell’indifferenza a una presenza eccessiva che sconfina nell’ossessione se non addirittura nella sopraffazione.

Dunque, per alleggerirne la responsabilità e le ansie perché non mandare questi genitori a scuola?
Possibile che per guidare un auto ci voglia una patente e invece chi decide di “mettersi alla guida” di un altro essere umano ben più complesso direi non necessiti di alcun “manuale di istruzione” di massa?

Mi direte che esistono già in compenso, attività e istituzioni pubbliche e private a beneficio dei genitori, che però intervengono spesso soltanto in seconda battuta quando i buoi sono già scappati dal recinto abbondantemente; e comunque trattasi di iniziative oserei dire su base “localistica” che mancano di una “legittimazione” nazionale e propongono impostazioni educative “originali”, si basano sulla volontarietà della partecipazione da parte dei genitori e risentono frequentemente della distinzione tra indirizzi epistemologici diversi tipici delle varie scuole di psicoterapia esistenti sul territorio nazionale. Niente di male, ma quella che manca, mi pare, è un’istituzione che garantisca un’unità di indirizzo e ne elabori la problematica.

Tra le osservazioni che premono neanche tanto provocatoriamente per l’attuazione di simile istituzione, alla sua definizione puntuale sotto l’aspetto formativo, c’è l’idea della famiglia come campo di interazioni sociali nel quale il soggetto matura ed affina il suo comportamento. In breve, si sostiene che certi problemi spesso non esisterebbero se i genitori si comportassero diversamente e se fratelli e sorelle assumessero altri atteggiamenti. Non voglio riaffermare che nella famiglia si decidono i destini degli esseri umani in assoluto, ma se si può risparmiare qualche sofferenza inutile di troppo ai nostri figli perché no? E se si può evitare che certe questioni raggiungano livelli parossisitici forieri di guai ben peggiori allora così sia. Persino l’esercizio equilibrato dell’autorità non è cosa da poco, in fondo.

Ho parlato di attuazione, ma sarebbe più corretto dire riproposizione dell’idea di scuola dei genitori che in varie forme e alterne fortune fu attuata in Italia in modo più strutturato già dopo la seconda guerra mondiale. Per non parlare delle esperienze negli USA e in Francia, Inghilterra, Germania, ma non sono aggiornato sui suoi sviluppi attuali in questi paesi.

La scuola italiana con i suoi “comitati di genitori” concede uno spazio in cui i genitori possono esprimere la propria opinione e sentirsi partecipi maggiormente dell’educazione dei propri figli, ma è lontana dall’aiutare anche indirettamente la famiglia a “prepararsi alla famiglia”, forse.

Persino la figura dello psicologo scolastico andava nella direzione di aiutare le famiglie quando era chiamato a valutare una situazione di sofferenza particolarmente smaccata dell’alunna/o, ma solo in quel caso e poi sappiamo tutti come è finita la storia dello psicologo nelle scuole. Non mi risulta che le scuole oggi organizzino sistematicamente degli incontri di preparazione alla vita familiare o che si pre-occupino di come sta funzionando quella tale famiglia di quel tal alunno.

Tuttavia, è anche vero la scuola non può essere deputata in modo precipuo a svolgere il ruolo di scuola dei genitori, che quando va bene è chiamata a compiere un importante lavoro di integrazione e supplire quando necessario, la loro azione.
Poi ci sono i consultori familiari, istituzioni di volontariato anche confessionali.

Esistono i corsi prematrimoniali o di preparazione al parto; le terapie familiari; persino trasmissioni televisive di dubbia efficacia, ma di sicuro effetto, secondo me, come “SOS Tata” visionabile su certa tv privata nazionale stanno coprendo un vuoto, un bisogno avvertito. Si evince che c’è verosimilmente un interesse e un bisogno da parte dei genitori di essere aiutati, ma questa educazione per così dire avviene in maniera del tutto informale e non è attuata da un’apposita organizzazione. Insomma, si tratta di attività estemporanee in forma asistematica che forniscono informazioni sulla patologia della famiglia o la “trattano”, invece che sulla sua fisiologia. Penso ad esempio che gli asili nido potrebbero essere un’occasione sistematica puntuale di discussione sulle tematiche di sviluppo della famiglia e nella famiglia.

Certo, per una scuola siffatta sorge il problema di quali caratteristiche debba avere questa scuola dei genitori e i suoi educatori. Come possiamo evitare aspetti metodologici scadenti e malpractice cioè pratiche aberranti?

Il prof Bollea a suo tempo nel 1953 con la creazione della Scuola dei Genitori di Roma, provò a dare una risposta a questi interrogativi sottolineando in particolare la palese ignoranza dei genitori circa la psicologia evolutiva; l’impellenza d’impartire un insegnamento obiettivo in forma collettiva e non più individualizzata che si basasse sulle più moderne acquisizioni della scienza psicologica e che non muovesse da una dottrina morale, politica o religiosa e che si rivolgesse a tutti anche a quelli meno preparati culturalmente ma armati di buona volontà e sano interesse. Peccato che tale esperienza finì per affermare tendenzialmente aspetti di psicologia differenziale e patologica più che di psicologia della “normalità” come lo stesso Bollea ammise a suo tempo. Oggi le varie realtà locali si preoccupano di trattare maggiormente l’aspetto “fisiologico” della pedagogia e forse il rischio dell’assolutismo “scolastico” è stato risolto demandando molto all’iniziativa privata l’onere di occuparsi di tutta la faccenda a garanzia del “pluralismo” almeno teorico come se “statalizzazione” volesse dire necessariamente mandare il cervello all’ammasso.

Secondo me, l’educazione dei figli non è semplicemente un’arte che non si può apprendere. Anzi non è nemmeno un’arte, secondo me, ma un modo di approcciare le relazioni umane e quelle con i minori in particolare che è il risultato di un valido sapere e adeguate informazioni.
È vero però che è fondato il timore che un organizzazione preposta alla formazione dei genitori possa trasformarsi a lungo andare in uno strumento di partito ed assumere una determinata connotazione ideologica o confessionale o epistemologica tout court, che rischiano di avere nulla a che fare in linea di principio con la “scienza”. Immaginate quale spazio e serenità attualmente potrebbe avere il dibattito sulla idoneità delle persone omosessuali ad accudire un minore.

Qualcuno potrebbe paventare anche una razionalizzazione e professionalizzazione esasperate dei ruoli materno e paterno, togliere a questi ultimi quel vago sapore di spontaneismo bucolico; ma non è forse la modernizzazione della vita urbana ad imporre simili eventi, quasi? Le strutture sociali proprio in virtù della loro dinamicità intrinseca nel tempo non consigliano di esprimere sempre nuovi metodi educativi? E non consigliano una sempre maggiore qualificazione pedagogica dei genitori?

Ovviamente la pedagogia familiare deve superare intanto un’impostazione autoritaria e statica dell’educazione. In una concezione dinamica, euristica e dialogica i ruoli materno e paterno non devono essere identici ma complementari, integrativi, non deve sussistere una rigida gerarchia. È poi richiesta ai figli una partecipazione attiva all’educazione personale e familiare; tutti devono essere coinvolti nello sviluppo familiare tutti concorrono in egual misura al benessere individuale e familiare. Se tutti sono responsabili personalmente dei “destini” personali e familiari allora ciò implica sottolineare un costante esercizio della libertà di scegliere; questa libertà alla fine è lo scopo principale di qualunque processo educativo.

A scanso di ulteriori equivoci considero l’educazione un’azione che si sviluppa fondamentalmente fra due soggetti: dal genitore al figlio e viceversa: deve poter esserci una dialettica tra la libertà del figlio e i valori sostenuti dal genitore. La libertà del minore e l’autorevolezza dell’adulto devono fondersi in una sintesi dinamica tale che sia il minore a costruirsi una disciplina personale. E forse la sintesi migliore si ottiene attraverso ciò che affermava Weber: “i valori non si insegnano, si praticano”.

Però penso anche che l’uomo come individuo “è”, in quanto nasce, vive, cresce, si forma nell’ambito delle relazione con gli “Altri”. Quindi, la famiglia ha pur sempre un ruolo importante nell’affermarsi di una coscienza sociale (secondo la mia visione, ovviamente) che non si acquisisce spersonalizzando il bambino bensì approfondendo in lui l’insegnamento di ciò che significa essere uomo e donna in una società. Sono convinto che la famiglia deve educare per la società e per la democrazia sociale del bene comune e non contribuire a diffondere invece il “precetto della ricchezza materiale socializzata”. E questo non per biechi fini morali, ma puramente per una questione igienica mentale, oserei dire: “impiccarsi” all’ultimo modello di smarthphone rischia di farti vivere la vita davvero molto male.

Spero che quanto riportato non venga scambiato con la formula “soltanto il collettivo educa” perché se è vero che “non dobbiamo impiccarci all’ultimo modello di smarthphone” è anche vero che “non possiamo immolarci alla comunità”; non ho in mente “l’uomo socializzato” che si forma nell’interesse supremo dello stato di marxista memoria. Quindi, mai vorrei che la scuola dei genitori o la famiglia stessa si trasformassero in una sorta di scuola-internato in proiezione di un fulgido futuro socialista.

Penso, al contrario, che un’educazione familiare sia possibile e senza il bisogno di un costante sforzo di adeguamento alla realtà circostante. Certo è che va aiutata.
Però è vero che la famiglia ha anche una responsabilità sociale, secondo me. In cosa consista questa responsabilità esattamente, chiedo aiuto ai lettori.

In una visione più moderna e scientifica delle dinamiche familiari e collettive bisogna pur sempre prendere atto che una nuova “pedagogia del collettivo” sta comunque prendendo il sopravvento sulla pedagogia più strettamente familiare: da un lato sempre più importanza assumono sullo sviluppo della psiche di un bambino altre organizzazioni extrafamiliari (vedi l’influenza dei pari, ad esempio, ma anche la scuola sotto certi aspetti e certi fenomeni aggregativi politici); le nuove tecnologie dell’informazione e dell’interconnessione sempre più influiscono sugli schemi mentali individuali al punto da contribuire quando non ben governate, ormai ad una “patologia del collettivo”.

Forse in questo consiste il ruolo della famiglia oggi: impedire che le potenzialità di un bambino soccombano di fronte ad un “collettivo” che sta perdendo la spinta ideale verso il senso della “comunanza” a favore di una società industrializzata che progressivamente sembra voler rinunciare ai legami di amicizia, di reciproco scambio, di rispetto delle differenze, di uguaglianza nella diversità, e sempre più è schiacciata dalla fissazione dell’avere e ossessionata dall’immagine di sé.
Allora cosa ne dite della “scuola dei genitori” che viene in soccorso di padri e madri esauriti e di figli stressati? Cosa diversa è la pretesa di decidere chi debba poter mettere al mondo dei figli: chi dovrebbe fregiarsi dell’autorizzazione a procreare? Nemmeno la natura con i suoi millenni di evoluzione osa prendersi la responsabilità di un tale arbitrio.



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