Vaso di Pandora

Femminicidi: tre questioni

Studiare la casistica e divulgare i dati

Lo scopo è quello di individuare fattori di rischio non sempre apprezzabili dalle donne all’interno di contesti molto disomogenei. La vicenda di Giulia Cecchettin è diversa da quella di un anziano che uccide la moglie, i figli e poi si suicida. E se si vogliono implementare azioni preventive non possono essere le stesse per tutti i casi. L’ideale sarebbe avere una banca dati europea che per ogni caso raccolga le evidenze investigative e processuali. Questo consentirebbe anche di studiare eventuali differenze nazionali e regionali e costruire percorsi educativi e preventivi mirati. Infine la divulgazione dei dati potrebbe mettere le donne in condizione di valutare la propria situazione in modo non solo intuitivo.

Il profilo di rischio dei maschi

Sui giornali e in televisione viene accreditata l’idea che esistano maschi che potrebbero commettere un femminicidio e altri che non potrebbero. Si tratta di un’idea sbagliata e pericolosa. E’ evidente che il profilo di rischio può variare moltissimo ma il rischio zero non esiste. Alcune donne sono morte perché convinte che “lui non potrebbe mai fare una cosa del genere”. Sarebbe bene che in ogni programma educativo questo punto fosse adeguatamente approfondito.

La denuncia alle forze dell’ordine

Le donne vengono invitate e incitate a sporgere denuncia in caso di violenze domestiche. In effetti chi lo fa contribuisce allo sviluppo culturale della società su questo tema. Si dice anche che la denuncia abbassa il rischio di subire ulteriori aggressioni e questo non è sempre vero. Diverse donne sono state uccise dopo la denuncia e questo ha consentito a giornali e televisioni di dare la colpa a forze dell’ordine e magistrati ma, poiché viviamo in uno stato di diritto, le cose sono un po’ più complicate. Credo che gli operatori che raccolgono una denuncia dovrebbero valutare con attenzione il possibile aumento del rischio dopo la stessa  e le risorse a disposizione dell’interessata per concordare le azioni immediate possibili di prevenzione.

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Commenti su "Femminicidi: tre questioni"

  1. Tema molto complicato; ma ineludibile. Le statistiche recenti dicono che le vittime di omicidio sono in larga prevalenza maschi: circa il doppio rispetto alle femmine. Ma questa proporzione risulta ben più che capovolta se si parla dell’omicidio del partner: qui la vittima è quasi sempre la donna.
    E’ sotto accusa l’ideologia patriarcale, che vede la donna “naturalmente” sottomessa: ne parla il film “C’è ancora domani”. Nei violenti maltrattamenti in famiglia descritti nel film , o anche in atti perfino più gravi come lo stupro, è possibile che questa ideologia “retro” sia il fattore decisivo: ma il discorso cambia quando si parla di omicidio, atto che sconvolge la vita dell’assassino fino al non raro suicidio o a fughe scomposte e afinalistiche come quella di Filippo. Deve qui intervenire decisivamente un fattore personale, verosimilmente – come nota Lingiardi in un bell’articolo su Repubblica – nell’ambito di una patologia narcisistica (beninteso senza che ciò comporti una non imputabilità). Mi permetto di ipotizzare che in queste condizioni la compagna sia considerata non solo un oggetto fra tanti, ma più precisamente un “oggetto sè” nel senso di Kohut: indispensabile nel sostenere un Sè incompiuto. Si può anche notare che la mamma è la sola donna cui è vietato andarsene, abbandonare.
    Al di là di letture più o meno fondate, la condizione di sofferenza del maschio omicida è certa e va presa seriamente in considerazione: non per buonismo, ma per introdurre un discorso preventivo. Sarebbero ipotizzabili gruppi terapeutici o di autoaiuto per maschi abbandonati? E per far venire a galla situazioni di rischio, sarebbe preferibile rendere maltrattamenti e stalking reati sempre perseguibili d’ufficio? Si lascerebbe la donna meno sola di fronte alla pesante alternativa “denunciare o non denunciare”.

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  2. Torno sul problema perchè, dopo avere mandato il precedente commento, ho letto l’intervista di un ex-violento, che parla della propria esperienza positiva in un gruppo di auto-aiuto già operante a Torino . E’ vero che attività di questo tipo richiedono all’utente già un certo grado di motivazione e autoconsapevolezza, nè so se una prescrizione giudiziaria potrebbe avere una qualche efficacia; ma mi pare comunque augurabile che si sviluppino su più vasta scala.

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