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Fattoria e Animali

1 Maggio 2021
3 commenti
Fattoria e Animali

La bella proposta della fattoria terapeutica e il ruolo assegnatovi agli animali domestici, ruolo che qui non può esser definito che come relazionale,  può stimolare una riflessione sul complicato rapporto nostro con il mondo animale, cui sentiamo di appartenere ma anche no: è un nodo che non abbiamo mai sciolto.

  Siamo stati sempre combattuti fra il riconoscimento di quanto abbiamo in comune con loro e il bisogno di marcarne le distanze, bisogno che è parente dell’esigenza  di controllare l’istintualità: basta pensare alla mitologia del gorilla, animale “troppo“ simile a noi, e che    fantastichiamo come  spinto da un insaziabile desiderio sessuale: vedi l’”attenti al gorilla” di De Andrè. E in quel bel film che è Spartacus di Kubrik il protagonista, invitato a un incontro sessuale occasionale e impersonale, replica indignato “non sono un animale”. Le grosse difficoltà incontrate da Darwin nascevano, ben prima che dalle gerarchie religiose, da questa posizione emotiva: in certe vignette lo si raffigurava con fattezze scimmiesche.

  E per contro ci riteniamo immagine di Dio: Dante la descrive come “pinta de la nostra effigie”. E addirittura si attribuisce la stessa creazione dell’Universo a una funzione squisitamente umana: il linguaggio, il Verbo.

  Questa nostra posizione difensiva e un po’ arrogante ha avuto le sue vicissitudini storico – culturali. La cultura giudaico – cristiana assegna all’uomo una condizione di assoluta superiorità sugli altri animali, riconoscendogli un indiscusso dominio su di essi: nella Bibbia gli dà  potere su “tutto ciò che ha moto e vita”. Posizione condivisa dai Padri della Chiesa, e in particolare da quello che è forse il più autorevole, Agostino. Ma c’è da dire che era non estranea al pensiero greco, ed espressa fra gli altri  da Aristotele. Tuttavia quel mondo era ricco di figure mitiche intermedie fra l’uomo e l’animale che in qualche modo accorciavano le distanze: i fauni, i centauri, le sirene, e le varie creature animalesche in cui Giove si tramutava abbandonando temporaneamente la propria immagine umana. Nel mondo cristiano abbiamo personaggi come Francesco d’Assisi capace (almeno per come ci viene presentato) di intrattenere con il lupo o con gli uccelletti un rapporto non diverso da quello inter-umano.

  Il problema del rapporto con gli animali è collegato (anche se non è proprio la stessa cosa) a quello del rapporto con la natura, e anche quest’ultimo ha avuto le sue declinazioni.   Per i popoli italici e ancor più in quelli celtici i boschi con i loro abitatori erano luoghi  sacri.   Aspetto questo che non è scomparso nel mondo cristiano con quella soluzione di compromesso che sono i santuari: architetture artificiali umane ma immerse nella natura.

 La posizione dominante dell’uomo può esser declinata in due modi ben diversi: quella di un oppressore tirannico e crudele oppure quella di un saggio governatore, pensoso del benessere dei suoi “sudditi” e conscio delle proprie responsabilità relative a un potere che non è propriamente suo ma gli è stato affidato da una istanza superiore. E tutto sommato questa immagine pare realizzarsi nel mondo di oggi, dove si affermano – almeno in teoria pur se non sempre nella pratica – istanze animalistiche e ambientalistiche: il riconoscere gli altri animali come portatori di diritti non toglie che di fatto, e inevitabilmente, competa solo all’uomo la scelta etica di  salvarli e tutelarli: è una  responsabilità  che non può eludere. Il rispetto degli animali va giustamente guadagnando terreno negli ultimi decenni, anche se non sempre riesce ad essere sempre incisivo nei fatti, come in tanti allevamenti intensivi. Ha precedenti anche lontani, ma minoritari: si può ricordare  Primatt, teologo inglese del ‘700, che riteneva la violazione dei diritti degli animali ancor più grave perché erano indifesi; o Schopenhauer che giudicava “grossolanità e barbarie” la violazione di tali diritti.

   E una lontana anticipazione delle scelte animaliste e vegetariane è presente nella religione ebraica, con le prescrizioni kasher (o kosher) che vietano il nutrirsi di certe categorie di animali e comunque l’ ingerirne il sangue, considerato diretta espressione della vita. Noi cristiani abbiamo abbandonato questi limiti, introducendo in compenso il divieto di mangiare animali terrestri il Venerdì (in ricordo della morte di Gesù?). Scelte certo molto riduttive, anzi meramente simboliche: speriamo di riuscire ad andare oltre.


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3 risposte.

  1. Marina Lagorio ha detto:

    Interessanti osservazioni trasversali tra cultura, scienza filosofia e religione …. ma non e’ forse anche sociologicamente cambiato il modo di rapportarsi tra l’ uomo e l ‘ animale ? Forse un tempo l’ animale era riconosciuto fortemente come valore economico-sociale e rispettato nella sua dignita’ ad eaempio come animale da fatica, o da fattoria o allevamento , benche’ ahime’ non risparmiato … Mentre oggi viene umanizzato nelle nostre relazioni affettive, ben oltre la pet terapy, ma addirittura prevaricando persino sentimenti filiali o solidali … in questa accezione sembrerebbe incagliarsi la logica uomo-animale-cibo-relazione…
    Brlunattola

    1. Pasquale Pisseri ha detto:

      certamente è così; credo sia un problema di insicurezze e carenze individuali, che trovano nell’animale una sponda rassicurante. Questo perchè egli non ha – o non gli attribuiamo – la capacità di giudicarci, di ferirci, di abbandonarci consapevolmente. Accade, credo, sia nella pet therapy in cui ciò viene consapevolmente utilizzato, sia in quella sorta di pet therapy individuale, artigianale, autogestita che è il rapporto fra la persona fondamentalmente sola e l’animale di conforto. Ciao

  2. Gg ha detto:

    Le mode rischiano di condizionarci.
    L’animale è in grado di “sentire” molto più dell’uomo ed è in grado di comprendere; certamente va assecondato ed aiutato dalle capacità dell’intelligenza cognitiva che in genere, non sempre, è appannaggio dell’uomo moderno.
    Per utilizzarlo come mediatore nella relazione col paziente psichiatrico il cane, o il gatto, o l’asino, dev’essere sempre in coppia con uno psicoterapeuta capace di leggere la sua reazione e intuire il tempo e il grado, quindi l’intensità del rapporto con il paziente.
    Per far questo non basta certamente un corso come ce ne sono tanti in terapia assistita con animali; al massimo si possono realizzare convenienti incontri affettuosi con anziani o disabili.
    Altra cosa è una psicoterapia assistita dall’animale; vorrei che questo fosse, infine, ben chiaro.
    Per quanto riguarda il progetto di fattoria terapeutica unico in Italia, questa si basa non solo sul rapporto con gli animali, la terra e le stagioni, ma soprattutto sul gruppo con quanto ne consegue.

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