Storie

Esperienze di un professionista sulle dipendenze da tecnologia

Stefano Pirrotta
20 Settembre 2015
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Il mese scorso il mio smartphone mi ha lasciato, si proprio così, si è guastato accidentalmente e si trova al centro assistenza.

Non credevo mi mancasse tanto, eppure ho sempre pensato di poter regolare la distanza emotiva tra me e l’oggetto tecnologico. Si tratta di una vera perdita, di una separazione da qualcosa che, entrando in contatto con la tua persona ogni giorno assume quasi un’entità, insomma diventa una parte del Sé.

Il rapporto tra la tecnologia e l’uomo è sempre più fitta e complessa, entrano in gioco i bisogni emotivi e la difficoltà di separarsi dagli altri, già perché con il nostro smartphone tutti sono più vicini, possono essere controllati, spiati, possono ammirarci. Tutti possono entrare nel nostro intimo, basti pensare alle telefonate ricevute in pubblico, come in autobus e negli uffici pubblici.

Naturalmente parlare di dipendenza da cellulare vuol dire fare una nomenclatura di sintomi specifici che trasversalmente mirano agli aspetti sia qualitativi sia quantitativi, ovvero il numero di ore che passiamo con le nostre applicazioni e l’utilizzo relazionale/intimo che ne facciamo. Entrando nel merito della questione possiamo notare che fin dalla preadolescenza il cellulare viene utilizzato spesso come protesi del Sé, i bisogni emotivi di vicinanza e calore sono virtuali, nascono relazioni oggettuali attraverso il mezzo tecnologico.

Pochi sono disposti a fare esperienze reali, forse aveva ragione Freud (1927) quando parlava di oggetto feticcio, inteso come il sostituto di una parte sessuale, la visibilità del feticcio è collegata alla paura della consapevolezza della mancanza di qualcosa e ciò porta l’uomo ad allontanarsi dal reale per entrare nell’immaginario. In tal senso questo discorso vuole trovare un nesso con la possibilità che si possa sviluppare un’altra forma di feticismo degli oggetti che non sia sostitutiva della sessualità, quanto piuttosto sia sostitutiva della relazione con la persona che temporaneamente è assente nella nostra vita, ciò serve a creare una relazione protetta e sicura da intrusioni esterne, in cui, tramite il possesso dell’oggetto, è possibile immaginare un controllo sugli eventi e sulla persona posseduta.

Questo discorso si collega con il piacere personale che cresce dentro di noi attraverso il nostro cellulare; tutto ciò di cui abbiamo bisogno è contenuto nelle nostre applicazioni, ciò che ci serve si trova nel web, poco importa se tutto ciò porta all’isolamento dalla realtà, forse a fenomeni dissociativi nei casi più estremi. In fondo l’era digitale sconfina nella scissione dell’Io, tutto può stare all’interno della nostra mente purché sia scisso, non integrato. L’effetto barriera dovuto all’utilizzo del cellulare si ha nella misura in cui si attinge dal reale, dai nostri oggetti interni che hanno bisogno di relazioni reali e non fittizie e/o mediate dai social network. Proteggere gli aspetti sani della nostra personalità è un dovere, un valore aggiunto, insomma conservare la nostra umanità. I sintomi da astinenza da cellulare sono molti e spesso sono in linea con le comuni dipendenze, ad esempio ansia e irrequietezza quando si è separati dal cellulare solo per pochi minuti; scarsa tolleranza alla separazione; scarsa capacità di sopportare la solitudine e l’incertezza; bisogno di controllare gli altri significativi attraverso frequenti chiamate.

Quest’ultimo aspetto è presente in modo clamoroso all’interno delle nostre comunità terapeutiche, ovvero i Pazienti mal tollerano la separazione dai propri familiari, tanto che esistono misure cautelative per limitare i danni di una comunicazione telefonica spesso foriera di distruttività. Si tratta di un vero inferno in terra, regolare la distanza tra Pazienti e familiari, credo sia tra i compiti più complessi che ci troviamo ad affrontare ogni giorno. La comunicazione telefonica fa nascere incomprensioni, conflitti, senso di perdita. I Pazienti conoscono molto bene gli effetti dannosi della comunicazione telefonica e affrontano quotidianamente con gli operatori la dura lotta per regolare le proprie emozioni, altrimenti straripanti attraverso il mezzo tecnologico, viceversa anche i genitori, non sempre per sensi di colpa, utilizzano il cellulare con i loro figli in maniera tossica e controllante.

L’utilizzo compulsivo del mezzo telefonico in realtà non regola la separazione affettiva con l’altro ma, sostituisce l’uso della mente e del pensiero per rappresentare l’altro e ciò determina la costruzione di immagini di una realtà distorta, proprio perché la separazione viene vissuta come una anomalia. La separazione dall’altro invece dovrebbe stimolare nuove immagini e nuovi significati arricchendone la relazione affettiva, limitando i rischi della distruzione di una mente simbolica che ci permette di fatto di restare da “soli”.

Alla luce di quanto esposto credo che una maggiore consapevolezza sugli elementi intrapsichici, messi in luce dal rapporto con la tecnologia, possano tornare utili per entrare in relazione con l’altro limitando gli aspetti virtuali e favorendo gli aspetti di una relazione reale.



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