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È il rischio autostima a spingere gli umini a cercare donne su un’app

Pasquale Pisseri
7 Settembre 2016
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È il rischio autostima a spingere gli umini a cercare donne su un’app

Commento all’articolo apparso il 6 agosto 2016

Faccio riferimento a questo articolo, apparso qualche giorno fa, interessato non tanto dal suo contenuto specifico quanto come spunto per parlare in generale dell’uso dei social media, del suo senso, delle ricerche che se ne occupano.

Ne esiste tutta una serie, e non sorprende, trattandosi di una vera rivoluzione nella comunicazione.

Essa infatti non si limita, come nel caso di cui tratta l’articolo, a farsi portatrice di esigenze individuali che il mezzo usato porta peraltro a condividere, ma può costituire veri e propri forum informali sui più vari temi. Sappiamo che sono esistite ed esistono comunicazioni interattive come le conversazioni faccia a faccia e telefoniche; comunicazioni di massa ma non interattive, come i comizi elettorali o i film o la TV; ma solo con i social si verifica la possibilità di una comunicazione interattiva anche di massa (non fugace come quella delle folle), con la formazione di comunità virtuali dove lo scambio di informazioni raggiunge numeri esponenziali.

La letteratura abbonda di ricerche su quanto nei social emergano svariate topiche, di ambito medico e no: dalla prevenzione della calcolosi renale ai vissuti dei malati di tumore; dall’epilessia al diabete; dalla sicurezza stradale all’allerta per gli uragani, con considerazioni sulla possibile utilità della ritrasmissione di avvisi di pericolo da parte degli utenti; dalla menzione tramite tweet di dati personali all’uso non medico dei farmaci; dalla reazione alle pandemie all’atteggiamento sul tabacco alle informazioni sulla SLA; dall’uso di marijuana, medico e no, alle malattie trasmesse sessualmente; e poi sulle opinioni prevalenti, più o meno critiche ed equilibrate su questo o quel trattamento medico; sul cyberbullismo quale concausa del suicidio di adolescenti, e sul ruolo della stampa; sullo stigma da sovrappeso; su come gli adolescenti vivono il cibo; sulla autolesività, oggetto di messaggi spesso ambigui fra il sostegno e una aggressiva incentivazione. La Cochrane library utilizza i social media per scambi di informazioni sulla schizofrenia; l’ Universita’ di Southampton ha proposto twitter per lo studio della neuroanatomia…

Più d’uno sostiene la necessità che gli psichiatri si addestrino meglio all’impiego di questi mezzi, con varie finalità: comunicazione con i pazienti; aggiornamento; raccolta di dati; verifica dell’impatto delle ricerche; incentivazione della discussione, anche durante congressi medici, e anche con riferimento al dialogo interprofessionale e intergenerazionale; scambio di informazioni nei servizi sanitari. Si suggerisce di incoraggiare la formazione di veri Network medici.

Si pone allora il problema di come misurare la risultante quantità di informazione e la sua correttezza. In ogni caso, per Autori come Gholami –Kordkheili e Al va ripensato il concetto della professionalità medica in era digitale.

Sembra che le ricerche su questi temi si siano moltiplicate più che altro negli ultimi anni: almeno così parrebbe da una review limitata ai contributi in inglese e tedesco pubblicati dal 2002 al 2011, che trovava soltanto 46 ricerche originali e 62 commenti, editoriali, articoli tecnici.

E’ evidente che lo scambio di informazioni si moltiplica, e c’è da chiedersi entro quali limiti ciò sia utile, poiché diventa sempre più impegnativo utilizzare e padroneggiarle. Migliora il contenuto informativo dei messaggi oppure si moltiplica un rumore che li rende di fatto meno leggibili?

Si ripropone quindi la necessità di uno studio empirico della comunicazione, come decenni fa proponeva il pragmatista John Dewey; è quanto giustamente si propongono i tanti studi sui contenuti dei social media, dei quali ho citato una piccola parte.

Un altro aspetto rilevante è quello sociologico. Si formano comunità molto fluide, più o meno centrate su un tema, che paiono sostenere il concetto di società liquida coniato da Zygmunt Bauman; e alimentano la formazione del “villaggio globale”.

Nello scambio di informazioni e di opinioni, sostenute garbatamente o selvaggiamente, cosa accade all’individuo? Acquisisce maggiori possibilità di esprimersi o viene ad essere eterodiretto dal gruppo? Ciò richiama alla mente quanto accade nella folla “non virtuale” descritta da Freud in Psicologia delle masse; ma in termini diversi. Mancano infatti, nella comunità virtuale, alcune importanti componenti sensoriali: rumori, clamori, odori, vissuto di vicinanza fisica degli altri con cui condividere illusioni di onnipotenza. Ciò potrebbe lasciare, malgrado tutto, un spazio un po’ maggiore alla ragione e al pensiero.

Parliamo comunque di una realtà irreversibile; importante studiarla per riuscire a governarla.



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