Curiosità

È facile capire quando un bimbo mente? Non proprio.

Paola Buonsanti
15 Febbraio 2017
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È facile capire quando un bimbo mente? Non proprio.

Commento all’articolo di A. Meldolesi del 10 febbraio 2017
La lettura dell’articolo di Anna Meldolesi  pubblicato il 10 febbraio su Il Corriere della sera, mi fa pensare all’immagine che la maggior parte delle persone hanno dei bambini come indifesi e innocenti. Invece nell’articolo emerge che imparare a mentire rappresenta una vera e propria tappa dello sviluppo dell’uomo.

Darwin, attraverso l’osservazione del suo primogenito William Erasmus detto Doddy, si è accorto che si comincia a mentire molto presto, infatti lo stesso aveva sorpreso suo figlio sgattaiolare fuori dalla dispensa quando aveva 2 anni e 8 mesi ma, a dispetto delle evidenze, il bimbo negava di aver mangiato di nascosto zollette di zucchero e altre delizie.
L’autrice cita nell’articolo un esperimento eseguito da Kang Lee, dell’Università di Toronto in cui si chiede a un bambino di indovinare il numero impresso su una carta, promettendogli un premio se indovina. Lo sperimentatore si assenta con una scusa lasciandolo solo e attraverso le telecamere nascoste appare che il 90% dei bimbi cede alla tentazione di sbirciare la carta e alla domanda “hai sbirciato?” emerge che  il 30% dei bimbi di due anni di età, la metà di quelli di tre anni e oltre l’80% di quattro anni si rifiutano di confessare. Questo accade senza differenze di sesso e di cultura. La quota dei bugiardi resta maggioritaria anche nei più grandicelli. Si  osserva che tutti i mentitori sono bravissimi a mantenere un’espressione neutrale e quindi neanche gli adulti, messi davanti a un filmato con due bambini che negano entrambi di aver disobbedito, indovinano chi ha barato. Il risultato non cambia anche se a giudicare sono persone abituate a lavorare con i bambini e con i bugiardi, come assistenti sociali, poliziotti o giudici.
Jodi Quas, dell’Università della California nella rivista Law and Human Behavior, conferma che riusciamo a riconoscere le bugie infantili solo nel 47% dei casi perchè nei bambini, come dimostrato da recenti ricerche  di  Maria Serena Panasiti e Salvatore Maria Aglioti, dell’Università La Sapienza, non avvengono modificazioni corporee evidenti come avvengono negli adulti quando mentono.  Questo accade perchè i piccoli mentitori hanno un vantaggio: sono meno consapevoli del fatto che mentire rappresenta una violazione delle norme morali, quindi non devono sforzarsi di mascherare i segnali che potrebbero rivelare un conflitto interiore. Di conseguenza i bambini riescono a salvarsi perchè non hanno l’aria colpevole. Salvatore Maria Aglioti, neurologo, ha studiato a lungo la menzogna, ed ha evidenziato che la tendenza di chi mente è prima quella di cercare giustificazioni, poi per vincere il disagio emotivo  si ricorre disimpegni morali del tipo così fan tutti.
Aglioti parla di piano inclinato della disonestà che potrebbe essere risolto con l’aiuto della realtà virtuale poiché le prediche non servirebbero a nulla.
Ian Leslie in “Bugiardi Nati”ed.Bollati Boringhieri scrive che i bambini mentono con disinvoltura fino all’età scolare. Dopo, con la scolarizzazione subentra il condizionamento sociale.
Se si affronta l’argomento delle bugie dei bambini non si può prescindere da J. Piaget e dai suoi studi sullo sviluppo del pensiero e morale del bambino che risalgono al 1932. Il metodo di  Piaget consisteva nel porre delle domande relative a questioni morali ai bambini dai 6 ai 12 anni sia riferendosi a fatti comuni nell’esperienza del bambino, come il raccontare bugie, i castighi, i criteri di distribuzione di cose desiderate dai bambini, sia usando storie appositamente inventate nelle quali il bambino doveva valutare il comportamento dei personaggi.
Piaget cercava di ricostruire i processi mentali che avevano portato alle risposte attraverso l’osservazione diretta di alcuni giochi dei bambini che coinvolgevano l’uso di norme sociali, come quelle relative al rispetto delle regole.
Uno degli aspetti fondamentali di questa teoria è la distinzione tra due forme di moralità, che pur essendo prevalenti in successive fasi dello sviluppo, possono convivere in varie forme: il realismo morale e il relativismo morale.
Il realismo morale, prevale fino agli 8 anni, è collegata con una prospettiva egocentrica del mondo e con il predominare di un modo di pensare “realistico”: la validità dei principi, rigidi e immutabili, è determinata dall’autorità di chi li ha emanati e dalla capacità di questi ultimi di far rispettare tali principi con adeguate sanzioni in caso si trasgressione.
Il relativismo morale, è descritto anche come morale dell’autonomia, l’intenzione e il contesto assumono un ruolo importante nella valutazione dell’atto. Questa forma di moralità tende a prevalere dopo gli 8 anni, anche se può coesistere con manifestazioni della morale eteronoma. I principi non sono più considerati immutabili, ma fondati e mantenuti dal consenso reciproco, e quindi modificabili in rapporto a situazioni e contesti diversi.
Nei bambini in cui prevale il realismo morale la bugia è cattiva perché può comportare una punizione.
Secondo Piaget, lo scarso peso attribuito alle intenzioni in rapporto alle conseguenze è anche legato all’esempio dato dagli adulti, che spesso puniscono proprio in base alle conseguenze dei comportamenti. Inoltre, lo stesso Piaget ha osservato che se il bambino vive con i fratelli o compagni una vita sociale che favorisce i suoi bisogni di simpatia e cooperazione, il bambino promuoverà una morale fondata sulla reciprocità e non sull’obbedienza.
      Secondo Piaget, lo sviluppo del senso di giustizia rappresenta un aspetto primario del passaggio da una morale eteronoma ad una morale autonoma, ed è strettamente legato all’esperienza col gruppo dei pari.
Piaget ha distinto due forme di giustizia: quella retributiva e quella distributiva. La prima è più primitiva e prende in considerazione l’esigenza di una proporzionalità fra meriti e vantaggi assegnati, e fra entità delle trasgressioni e entità delle punizioni. La seconda appare dominata dall’esigenza di uguaglianza.
Nelle indagini di Piaget è emersa la nozione di sanzione espiatoria che domina nella fase di realismo morale: essa è legata all’idea che ad ogni trasgressione debba seguire una punizione severa, che appare conseguenza naturale e necessaria dell’atto punito e che in ogni caso verrà da qualche parte.
In seguito alla cooperazione e al rispetto reciproco, viene eliminato il carattere espiatorio della sanzione e prevale l’aspetto della riparazione o dell’osservanza dell’obbligo reciproco. Questa reciprocità ha inizialmente un carattere semplicistico e gradualmente assume un carattere più universalistico.
Piaget ritiene che il ragionamento morale esplicito del bambino sia una sorta di presa di coscienza dell’attività morale. Questa presa di coscienza va intesa come una ricostruzione delle nozioni già sviluppate effettuata anche in base alle nuove capacità cognitive.
Diverse ricerche hanno confermato che le forme principali della moralità individuate da Piaget si ritrovano anche in culture differenti.
E’ stato però dimostrato, attraverso ricerche, come il contesto socio-culturale influenzi i modi e i tempi in cui le differenti nozioni di moralità si sviluppano e concorrono a determinare il giudizio morale: le  ricerche di Matilde Panier Bagat (1982) in cui si è ad es. riscontrato che i bambini di livello sociale medio-basso incontrano maggiori difficoltà nell’acquisizione della nozione di sanzione rispetto ai bambini di livello sociale medio-alto, i quali manifestano maggiori difficoltà per quanto riguarda la nozione di uguaglianza.
Nell’ambito del comportamentismo lo sviluppo morale è stato studiato, come un aspetto dell’apprendimento: l’individuo impara le norme di comportamento morale attraverso la sequenza delle esperienze in cui alcuni atti sono soggetti a rinforzi positivi, mentre altri sono soggetti a punizioni. Nel Social Learning, si ritiene che i bambini apprendano i comportamenti moralmente rilevanti attraverso l’osservazione e l’imitazione di modelli appropriati; questi comportamenti aumentano di frequenza se sono opportunamente rinforzati.
Le moderne teorie della sociobiologia, sostengono che i sentimenti che stanno alla base del comportamento altruistico sarebbe il prodotto dell’evoluzione delle forme di altruismo nell’uomo e si svilupperebbe in rapporto alla necessità di difendersi e di condividere.
Bandura (1991) considera lo sviluppo morale all’interno di un processo interattivo globale, dove entrano a far parte fattori individuali-personali e ambientali-sociali.
In questa teoria è stata posta l’attenzione all’organizzazione dei controlli interni, considerata come parte integrante della moralità: di essa fanno parte le auto-sanzioni, che possono assumere carattere anticipatorio e prevenire comportamenti contrari ai propri modelli.
Bandura ha approfondito i meccanismi e le condizioni che nel corso della socializzazione determinano l’attivazione e la disattivazione dei controlli morali interni, agendo così come cause del comportamento immorale da parte di persone e gruppi pur capaci delle più elevate forme di ragionamento morale.
Egli ha individuato alcuni di questi meccanismi:
• la giustificazione morale, attraverso la quale comportamenti socialmente deleteri vengono resi accettabili personalmente e socialmente attraverso una loro ricostruzione cognitiva o forme di ideologizzazione;
• la dislocazione della responsabilità, nella quale opera un processo di attribuzione causale delle responsabilità di un atto a persone o a circostanze;
• la diffusione della responsabilità, dove le decisioni del gruppo o le esigenze del sistema frammentano o oscurano le responsabilità individuali, in modo che tutti sono colpevoli e nessuno lo è;
• la non considerazione o distorsione delle conseguenze, nella quale opera una minimizzazione o una selezione strumentale nella rappresentazione delle conseguenze positive o negative dell’atto;
• la svalutazione, realizzata attraverso il biasimo o la negazione di caratteristiche umane di altre persone.
Le teorie fin qui citate sono solo alcune che hanno trattato l’argomento delle bugie nei bambini collegato allo sviluppo cognitivo e morale dell’individuo.
Infatti, importanti contributi provengono anche dalla prospettiva psicoanalitica. In questo caso, ad essere indagati con particolare interesse sono stati i processi di ordine relazionale-affettivo che stanno alla base dell’acquisizione del controllo morale del comportamento.
Quindi la lettura dell’articolo e delle teorie dello sviluppo, mi portano a pensare che è molto importante il contesto, il tipo di comunicazione e di conseguenza la relazione tra gli individui che danno importanza alla menzogna o meno.
Come abbiamo già visto la capacità di raccontare bugie è una tappa importante dello sviluppo del bambino e segnala l’acquisizione di alcune competenze cognitive e relazionali fondamentali. Se permane dopo i quattro anni e diventa una modalità abituale di comunicazione con l’altro, deve essere considerata un problema . E’ quindi importante tenere conto che la tendenza a raccontare le bugie è influenzata dal dalla qualità della relazione che si ha con le persone: in genere più è conflittuale più si mente.
Nel nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti ci confrontiamo spesso con la menzogna e a volte facciamo della menzogna uno strumento per comprendere cosa accade a chi sta mentendo e come mai chi ci sta davanti sta mententendo e soprattutto se mente a se stesso o agli altri.Oppure se si è è costruito una vita basata sulle menzogne perchè non sa fare altro e se questo serve per proteggersi dalla sofferenza.
Tutto questo però non ci deve portare al pregiudizio che tutti i bambini mentono e da adulti poi saranno degli abili mentitori e quindi a guardarli da oggi in modo diverso o con sospetto. Anzi la conoscenza del fatto che tutti i bambini mentono ci deve far riflettere sul perchè mentono in quella circostanza e di cosa hanno paura. In questo senso la menzogna del bambino acquisisce un significato evolutivo e la sua problematizzazione, o eventuale sanzione da parte dell’adulto, assumono un carattere educativo e funzionale allo sviluppo.
Bibliografia
Il giudizio morale del bambino di Jean Piaget, Giunti Editore, 2010
La rappresentazione del mondo nel fanciullo di Jean Piaget, Bollati Boringhieri, 1977
Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia di Jean Piaget , Einaudi, 2000
Fondamenti di psicologia dello sviluppo di P.Moderato-F. Rovetto; ed. Mc Graw Hill

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